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Eluana Englaro, il risarcimento e la Lombardia. «Ennesimo passo verso il diritto civile alla morte»

giugno 24, 2017 Caterina Giojelli

Il Consiglio di Stato impone alla Regione di 133 mila euro a favore del padre Beppino. Intervista a Raffaele Cattaneo, presidente del consiglio regionale lombardo

LECCO = BEPPINO ENGLARO MOSTRA UNA FOTO DELLA FIGLIA ELUANA, LA RAGAZZA DI LECCO CHE, A SEGUITO DI UN INCIDENTE STRADALE,  E' IN STATO VEGETATIVO PERMANENTE DAL 18-01-1992 - IL PADRE BEPPINO ENGLARO DA ANNI SI BATTE PER INTERROMPERE L'ACCANIMENTO TERAPEUTICO SULLA FIGLIA - E' DI IERI LA NOTIZIA CHE I GIUDICI HANNO AUTORIZZATO L' EUTANASIA - CARDINI - 10-7-2008

«Questo ennesimo pronunciamento su Eluana apre un’ulteriore crepa nel confine a tutela da un potere violento: siamo disposti a superarlo, ad accettare che il principio inviolabile del diritto alla vita, che è sacra dalla nascita fino alla morte, non sia più in capo alla persona ma sia, in ultima istanza, nelle mani dello Stato? Perché è questo il valore politico della condanna confermata alla Lombardia dal Consiglio di Stato e di tutte le sentenze delle corti e dei tribunali sul caso Englaro: legittimare l’idea che sia un dovere delle istituzioni dare la morte ai suoi cittadini, superare un confine che non può essere valicato senza prefigurare scenari pericolosi e imprevedibili».
Raffaele Cattaneo, presidente del Consiglio regionale – all’epoca della morte di Eluana Englaro assessore della giunta Formigoni –, non si dice stupito dalla decisione del Consiglio di Stato di respingere il ricorso di Regione Lombardia, imponendole un risarcimento di 133 mila euro a favore del padre Beppino. Secondo i giudici la Regione è colpevole di non aver sospeso l’idratazione e l’alimentazione della ragazza, ospitata per 17 anni dalle suore Misericordine di Lecco, impedendone così la morte che poi avvenne il 9 febbraio del 2009 presso la clinica “La Quiete” di Udine. Nel pronunciamento si spiega che è Eluana ad aver subìto «il danno più grave», la «violazione del proprio diritto all’autodeterminazione in materia di cure», e, «contro la sua volontà», «il non voluto prolungamento della sua condizione, essendo stata calpestata la sua determinazione di rifiutare una condizione di vita ritenuta non dignitosa, in base alla libera valutazione da essa compiuta».

MORTE DI STATO. «Era prevedibile che il Consiglio di Stato si allineasse alle sentenze della Cassazione – spiega Cattaneo a tempi.it –, il fatto è che dal punto di vista giuridico tutti questi questi pronunciamenti si reggono su un presupposto discutibile: quello che Eluana avesse espresso consapevolmente e inequivocabilmente il proprio consenso alla sospensione delle cure nel caso in cui si fosse trovata in uno stato vegetativo». Valutazioni rese in condizioni diverse e riportate dal padre, parte in causa, ma non solo: se crediamo che la vita è sacra e inviolabile «significa che non la riceviamo in carta bollata e non è attraverso la burocrazia dello Stato che è ammissibile fare effrazione e disporre come liberarcene. È chiaro che queste sentenze vengono oggi usate in modo strumentale per condurre una battaglia politica: portare all’affermazione, attraverso provvedimenti come la legge sul fine-vita, a una sorta di diritto civile alla morte. Ma questo diritto non esiste: l’uomo è libero, anche di rinunciare alla propria vita, ma che questa scelta venga codificata dalle istituzioni ed erogata dallo Stato è inammissibile, e le dirò di più, è oscurantista e retrogrado. Quando mai può essere chiamata conquista civile per un popolo sostenere che lo Stato e le istituzioni abbiamo per legge il diritto di dare la morte ai cittadini?».

LIVELLO ELEMENTARE DI PIETÀ. Paradossale dunque sostenere che sia stato leso il diritto di Eluana all’autodeterminazione in materia di cure, «primo, perché il principio di autodeterminazione presuppone un esercizio autonomo della propria libertà», cosa che non avviene se si deve passare da una procedura stabilita dalla legge e applicata dalla burocrazia delle istituzioni pubbliche; «secondo, perché Eluana non era oggetto di cure mediche: nutrizione e l’idratazione sono il principio basilare di qualsiasi accudimento, il livello elementare di pietà e assistenza umana. Se dunque il suo stato non prefigurava certo un accanimento terapeutico, interromperlo avrebbe contraddetto qualunque principio fondamentale di un sistema sanitario, dal giuramento di Ippocrate in poi, fondato su interventi orientati nella direzione di assistere i pazienti in qualunque condizione e non di accelerarne l’esito finale e fatale».
Dal punto di vista giuridico la strada imboccata dalle sentenze introduce di fatto un’aporia in tutto l’impianto del sistema sanitario nazionale, che si fonda sull’idea che lo Stato debba assicurare cure che vanno nell’interesse del paziente a continuare la propria vita e non a interromperla. «Tutti i plaudenti della sentenza dovrebbero riflettere: da questa crepa sta passando molto di più di quanto attiene al solo caso Englaro, trasformato senza pietà – quella pietà che in tutta questa storia dimostrarono solo le suore che si presero cura di Eluana per diciassette anni – in una bandiera politica».

Foto Ansa

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