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Elogio del Franti sportivo

aprile 20, 2017 Roberto Perrone

Perché ci piacciono Cantona, Ibrahimovic, Mourinho? Perché evadono da quella “banalità del bene” che piacerà anche ai paladini dello “sportivamente corretto”, ma non fa vincere scudetti. E poi perché quando ce vo’, ce vo’

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Se è vero che le donne amano i mascalzoni, secondo uno dei grandi assiomi della letteratura (anche cinematografica) allora gli uomini amano i mascalzoni nello sport e nel calcio in particolare. Bisogna capirsi. Umberto Eco scrisse il celebre “Elogio di Franti” che probabilmente molti dei giovinastri che leggono questo foglio neanche sanno chi sia. Franti è il cattivo del libro Cuore, di Edmondo De Amicis, che quando ero un ragazzo io era ancora un libro cult, sebbene raccontasse storie di una classe di ragazzini nella Torino di fine Ottocento. C’è sempre un cattivo e Franti è quello passato alla storia per la celebre frase, pronunciata di fronte alle sventure altrui: «E quell’infame sorrise». Eco, sovvertendo la morale deamicisiana, esaltava la cattiveria di Franti. Intrigante, questo cattivo, indispensabile addirittura, ma per Franti la cattiveria è fine a se stessa. Ecco, questo invece è un elogio del Franti sportivo, che però è un Franti che spesso ti va vincere i campionati.

Il cattivo nello sport, infatti, spesso è altrettanto infame e lo troviamo a sogghignare delle sue malefatte, però lo amiamo perché fa qualcosa di grande. A cosa pensate quando pensate a un cattivo nello sport? La mia prima immagine ha quella faccia un po’ così, da cinema (e infatti poi ha fatto anche l’attore), quell’espressione un po’ così (da impunito), quel modo di fare sprezzante da modello maledetto (il collo della maglietta alzato), quella violenza improvvisa di chi si fa giustizia da solo (alla Steven Segal con una mossa di simil kung fu). Il fatto che fu un gesto criminale, un momento di straordinaria follia, qualcosa di moralmente e legalmente inaccettabile, nel fondo di noi stessi resta appunto sul fondo.

Perché ogni tanto pensiamo che quando ce vo’, ce vo’ e lui, Eric Cantona, ce vo’. Era il 21 gennaio del 1995, match Crystal Palace – Manchester United. Cantona venne espulso e mentre si dirigeva verso gli spogliatoi, un rompiballe di tifoso del Crystal Palace partì dalla sua fila, l’undicesima, per scendere fino a ridosso dei cartelloni pubblicitari e urlare di tutto a Cantona. Il quale, senza pensarci due volte lo colpì a piedi uniti con una mossa che non era di kung fu in senso stretto, ma che lo diventò nell’immaginario popolare.

 CANTONA Cantona si beccò otto mesi di squalifica e 20 mila sterline di multa (giustizia sportiva); due settimane di carcere per aggressione commutate in 120 ore di servizi sociali (giustizia ordinaria). A quella partita assisteva Massimo Moratti innamorato dell’uomo con il colletto alzato. Di lì a un mese (25 febbraio) sarebbe diventato presidente dell’Inter e già pensava alla sua squadra, a come plasmarla. Era innamorato di quel genio maledetto, ma «dopo quel gesto – ammise – non pensai più di prenderlo».

Invece, quasi vent’anni dopo, per nulla pentito, Cantona, ricordando quel momento sentenziò: «Per alcuni forse è un sogno prendere a calci quel genere di persone». Questa frase mi ha fatto ricordare un momento del libro che ho scritto insieme a Gigi Buffon (evvai, un po’ di auto-citazione trombonistica). Gigi raccontava di tutti gli insulti che ha ricevuto – è notorio che un portiere sia il bersaglio preferito e più facile, più di tanto non si può spostare – e non se ne capacitava, non gli riusciva di capire tanto odio, ma solo una volta disse qualcosa a un tifoso. A Perugia, andando verso gli spogliatoi, finì nel raggio d’insulto di una signora agé che gli vomitò in faccia ogni parolaccia possibile. Quella volta non si trattenne e le disse: «Signora, pensi ai suoi figli, se la sentissero parlare così». Gigi è un gentiluomo e ha fatto la cosa giusta, però certo Cantona ci affascina.

Picchiare un doriano non è reato
Il cattivo nello sport ci seduce perché esce dallo schema, canta fuori dal coro, colma il divario tra la debolezza e l’azione, evade dalla banalità del bene. È capace del gesto dirompente, fa deflagrare l’ipocrita moralismo dello sport a cui ci appelliamo solo quando ci fa comodo.

Il cattivo nello sport è una specie di Edmond Dantès che fa scempio dei suoi nemici, di quelli che l’hanno tradito o che l’hanno colpito alle spalle. Da un grande cattivo rischiai di prenderle perché non capiva la mia ironia (e lo capisco: forse potevo risparmiarmela). Domenica 8 marzo 1987: al vecchio Ferraris l’Inter perde 3-1 dalla Sampdoria. A un certo punto la palla finisce sul fondo e “el caudillo” Daniel Alberto Passarella, capitano dell’Argentina campione del Mondo del 1978 e libero nerazzurro, va a recuperarla ma il raccattapalle perde tempo. Succede ancora adesso, però allora di pallone ne girava uno solo, non ce n’erano venti come negli stadi di oggi.

Così el Caudillo, già famoso per calci nel sedere agli avversari, risse nei sottopassaggi con massaggiatori, testate, prende a calci il raccattapalle doriano. Ovviamente il gesto viene stigmatizzato, denunciato, Passarella viene squalificato per sei giornate. Lui, a denti stretti chiede scusa, il presidente e l’allenatore dell’Inter, Ernesto Pellegrini e Giovanni Trapattoni, chiedono scusa, 5 milioni vengono donati al ragazzo sotto forma di borsa di studio e la vicenda si chiude. Però, il giorno dopo, quando saliamo ad Appiano Gentile, il caso è ancora caldo. Passarella cerca di passare per contrito, ma per uno come lui è un’impresa. Lo vedo in difficoltà, il clima è così teso che si taglia con un grissino e allora, per sdrammatizzare, me ne esco con: «Dai, non te la prendere, in fondo picchiare un doriano non è reato». Per un momento el Caudillo mi fissa con l’espressione di chi è pronto a prendere a calci anche me, poi uno dei miei colleghi gli spiega che sono solo un vecchio deficiente fan del Genoa.

Io sono Zlatan, una Ferrari
Tra i cattivi più affascinanti di quest’ultimo scorcio calcistico due, molto legati tra di loro, sono stati ingaggiati da Massimo Moratti. Non hanno fatto mosse di kung fu ma le loro malefatte sono innumerevoli. In quanto a cattiveria non scherzano nulla, Zlatan Ibrahimovic e José Mourinho, estremamente legati, da affetto, stima, consonanza nel rispondere al «rumore del nemico» (copyright Mou). Infatti Zlatan, al punto massimo di rottura con Pep Guardiola nel suo anno di sofferenza al Barcellona, urlò: «Sei senza coglioni, ti caghi addosso di fronte a Mourinho. Ma vaffanculo» (in italiano, pare, che tutti e due capiscono e parlano). Gente così è capace di piacere anche a chi non tifa per le squadre in cui militano.

In questo caso non è rilevante solo la cattiveria. Persone come Ibra e Mourinho incarnano uno dei ruoli più disprezzati dalla insulsa mistica da stadio, il “mercenario”. In uno sport dove l’ipocrisia regna sovrana, il mercenario è odiato, la “bandiera” è amata. Il giocatore bandiera è quello che giura eterna fedeltà alla squadra, è che quello che quando viene ingaggiato rivela «tifavo per voi da bambino», anche se nove volte su dieci mente. Il mercenario invece arriva presto, finisce presto e dell’amore non sa che farsene. Non si siede nelle brigate dei buontemponi e non dà confidenza se non a quelli come lui. Non ha paura di dire cose sgradevoli.

Zlatan Ibrahimovic ha scritto (beh, veramente qualcuno l’ha scritta per lui, ma lui ha messo i concetti), l’autobiografia più vera di uno sportivo insieme con Open di André Agassi che, però, rivelò tutto, perfino di aver portato il parrucchino, a carriera conclusa. Ibra no, Ibra ha raccontato tutto, «ho guidato a 325 chilometri orari, lasciandomi dietro la polizia. Ho fatto così tante cazzate che non oso pensarci», mentre la sua carriera era solo a metà strada. Nessun giocatore ha mai avuto il coraggio di descrivere lo spogliatoio di una grande squadra come ha fatto lui con quello del Barcellona di Pep Guardiola, nell’anno sociale 2009-2010. «Sono uno a cui piacciono i tipi che passano con il rosso» ha il coraggio di raccontare Ibra.

E poi rivela, ovviamente con un giudizio negativo, il clima da «collegio» in cui viveva il Barça, con Messi, Xavi e Iniesta descritti come scolaretti in fila indiana dietro il maestro Pep. Tutti uguali, tutti al campo con l’utilitaria, niente ostentazioni, niente Ferrari, Porsche Cayenne (l’auto di servizio di qualsiasi giocatore con un minimo di successo), come se il problema fosse la forma e non solo la sostanza. «Perché deve decidere il club cosa devo guidare?». Zlatan, che l’auto la usa come un pazzo (e una volta, durante una delle rare nevicate in Catalogna finisce anche contro un muro) non può sottostare a queste regole che ritiene assurde. È cresciuto nelle periferie di Malmoe, refrattario alle regole, quindi inevitabile è il divorzio dal Barcellona dopo un solo anno, avaro di soddisfazioni. «Io sono una Ferrari, ma mi guidi come se fossi una Fiat» spiega Zlatan a Pep.

E Ibrahimovic racconta tutto nel suo libro, compreso il finale del rapporto con l’allenatore del tiki taka. I due non si rivolgono più la parola. Il “vecchio” Thierry Henry, incrociando Ibra un giorno gli domanda: «Ehi Zlatan, l’allenatore ti ha guardato oggi?». Ibra gli risponde con un ghigno: «No, ma l’ho visto da dietro». «Fantastico, le cose stanno migliorando» chiosa Henry.

Fanno e dicono quello che pensiamo
Josè Mourinho è il grande nemico pubblico numero 1. Adesso pare un po’ arrugginito, però è un vero genio del male (sportivo). Nei suoi due anni all’Inter è riuscito a far passare la squadra più forte d’Italia e, come dimostrato dai risultati, una delle più forti al mondo, come perseguitata dal sistema, danneggiata dai poteri forti. Mostrò le manette al mondo come se il Kgb lo braccasse e stava vincendo tutto. Però lo ricordiamo soprattutto per le sue performance verbali, da «non sono un pirla» a «prostituzione intellettuale». La più bella? Quella contro il direttore generale del Catania Lo Monaco che l’aveva attaccato. «Lo Monaco? Io conosco il monaco del Tibet, il Monaco di Montecarlo, il Bayern Monaco, il Gran Premio di Monaco. Se qualcuno vuole essere conosciuto parlando di me deve pagarmi tanto». Storica anche l’invenzione di «zero tituli» per Milan, Roma e Juventus: «Finiranno la stagione con zero tituli». Oppure su Zeman (che gli aveva dato del mediocre): «Rispetto le opinioni di tutti, andrò a vedere su Google chi è Zeman».

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Il cattivo è così, non si rifugia dietro il “non parlo, non dico, non so”. Il cattivo nel calcio è un singolo, ma anche un gruppo e il cattivo per eccellenza, per quanto riguarda l’Italia, è la Juventus. In Spagna è il Real Madrid, in Germania il Bayern Monaco, in Inghilterra il Manchester United, in Francia il Paris St. Germain. Squadre potenti con alle spalle club potenti. Qui entrano in gioco altre dinamiche, quelle del potere, della forza, del denaro. E del successo. Perché spesso per chi è costretto a guardare il mondo dal basso in alto, tutti quelli che stanno in alto sono cattivi.

Lo sport ci ha regalato tanti cattivi, come Mike Tyson l’ultimo grande cattivo del ring, il “mangiatore di orecchi” (Evander Holyfield ne sa qualcosa) o John McEnroe uno dei più grandi bad boy dello sport. Mac è stato l’unico capace di prendersela anche con l’aggeggio elettronico che vigilava sulla linea del servizio ai suoi tempi il “ciclop”, antenato dell’Occhio di falco. Perché amiamo i cattivi nello sport? Sempre quella, la ragione: fanno e dicono quello che in fondo pensiamo.

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Non è giusto, però
Personalmente il cattivo che amo di più è Delio Rossi. Scorbutico è scorbutico, però, qui lo dico e qui lo nego e non lo ripeterò mai in tribunale, quando ha menato Adem Ljajic che lo stava insolentendo, il 2 maggio 2012, dopo la sua sostituzione (Fiorentina-Novara 0-2) ho gongolato. Non è giusto, non si fa, non si mettono le mani addosso a nessuno. Però ogni tanto penso a giocatori anche maturi, fuoriclasse ma spesso poco più che mediocri che quando vengono sostituiti sfanculano gli allenatori, si rifiutano di dar loro la mano, prendono a calci le bottiglie d’acqua, insomma si comportano da ragazzini (strapagati) e mi verrebbe voglia di prenderli a sberle. Beh, Delio Rossi l’ha fatto. I cattivi, nello sport, servono a questo, a impersonare quello che, per qualche istante, vorremmo essere o fare. Se non esistessero ci mancherebbe qualcosa.

Foto Ansa

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