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Eliminare le Province? No, razionalizzarle. Uno studio contro i luoghi comuni

febbraio 2, 2012 Carlo Candiani

Siamo così sicuri che un’eliminazione di questi enti porterà i risparmi straordinari promessi da certa stampa che s’accontenta dei comunicati stampa? Lanfranco Senn, ordinario di Economia territoriale alla Bocconi, illustra una ricerca che ci evita l’amara sorpresa di «scoprire dopo, a cose fatte, se abbiamo risparmiato oppure no».

Dopo diverse campagne di stampa a favore della loro eliminazione, ci ha pensato in queste ore il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano a chiedere al governo Monti un’accelerazione legislativa sull’argomento: «Non lasciamo le cose a mezz’aria. Avanti, indietro, annunci, decisioni parziali… È ora di scegliere». Nelle stesse ore nel Consiglio provinciale di Milano c’era chi affermava che «le Province costano agli italiani un caffè all’anno».
«Quest’ultima definizione è molto vicina alla verità», spiega a tempi.it il professore Lanfranco Senn, ordinario di Economia territoriale alla Bocconi, coordinatore di uno studio (SCARICA) sul ruolo delle Province italiane, commissionato proprio da queste ultime. «Facciamo un esempio: la Provincia ha competenza sulla viabilità? Vuol dire che riempie i buchi delle strade, è responsabile della loro manutenzione: se non ci sono più le Province qualcun altro deve farlo, il che vuol dire che il personale che segue queste attività si trasferirebbe ad un altro organismo. Si chiamino Regioni o si chiamino Comuni, si tratta di capire se questa stessa attività può essere svolta a costi minori o maggiori. Ecco, il nostro studio, proprio sulla viabilità prevederebbe costi maggiori se chiudessero le Province. Viabilità, istruzione e servizi per l’ambiente e il territorio, che sono più del 50 per cento della spesa provinciale, sarebbero spese che comunque sarebbero o riallocate o addirittura aumentate se chi verrebbe a gestirle costasse di più».

Lo studio ipotizza una ristrutturazione?
Si può cambiare l’esistente: c’è un capitolo che riguarda l’eliminazione delle rappresentanze politiche: verrebbero meno gli stipendi, le remunerazioni, le indennità dei rappresentanti politici.

Quali sono le vostre proposte?
Si possono riassumere in tre punti: 1) un efficientamento di tutte le attività provinciali, sulla base delle amministrazioni che spendono meno. Abbiamo notato una spesa difforme tra le varie macchine provinciali, indipendentemente tra Nord e Sud. Non è vero che le Province più grandi siano più efficienti di quelle piccole. Il problema è quindi valorizzare chi lavora meglio. Se ci sono amministrazioni virtuose, che le altre imparino lo stesso mestiere, altrimenti vengano penalizzate nei trasferimenti di soldi pubblici. 2) Eliminiamo quelle attività che vengono gestite dai tre livelli di governi locali. Per esempio, per quanto riguarda il turismo: è uno spreco di risorse, umane e finanziarie, far funzionare agenzie sul territorio “clonate” tra loro. Quindi si razionalizzi le attività. 3) Individuiamo le dimensioni ottimali alle attività delle Province. In altre parole, ci sono Province che in assoluto sono troppo piccole, altre che svolgono funzioni parallele. Facciamo un esempio per farci capire: tre Province di pianura, una in fila all’altra, possono essere in qualche modo ricompattate.

Perché quest’avversione all’esistenza delle amministrazioni provinciali?
È un’istintualità ideologica e forse bisognerebbe aggiungere una mancanza di informazione: non si sa che cosa fanno le Province e non si sa quanto costano. Quando l’Upi, l’Unione province italiane ci ha commissionato lo studio, ho preso in visione le ricerche precedenti. Sulla stampa spesso leggiamo che un taglio delle Province farebbe risparmiare molti soldi allo Stato. Ho trovata una notizia secondo cui si sarebbero risparmiati sette miliardi di euro. Ho pensato: se le cose stanno così, è giusto abolirle. Ho contattato l’ente responsabile dello studio per farmi mandare i dettagli. Ho ricevuto una paginetta di testo che era una semplice somma di tutti i risparmi che si sarebbero avuti eliminando i compensi dei consiglieri e dei costi di gestione, moltiplicati per il numero delle Province. Insomma, uno studio molto superficiale. Così ho ricontattato l’ente di ricerca, specificando che non volevo il comunicato stampa, ma la ricerca intera. Mi hanno risposto: «Ma è quella la ricerca!».  Ebbene, quella notizia era su tutti i giornali. Chi chiede l’abolizione immediata delle Province, e Napolitano ha presente il problema, non sa che bisognerebbe cambiare la legge costituzionale. Un percorso molto complicato.

E se invece, si resettasse tutto, per un progetto di macro Regioni, ipotesi alla quale, tempo fa, si interessò anche il governatore lombardo Roberto Formigoni?
Questo avrebbe senso. Il problema è l’assetto istituzionale del paese in cui esistono una ventina di Regioni, non tutte necessarie. Bisogna, insomma, ragionare su un assetto amministrativo che sappia rispondere ai bisogni differenziati sul territorio. Dopodiché operiamo con grande pragmatismo, togliamo quel che deve essere tagliato, aggiungiamo ciò che deve essere aggiunto. Però non ragioniamo per slogan, altrimenti rischiamo di sapere dopo, a cose fatte, se abbiamo risparmiato oppure no.

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