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Egitto. Il grido di Thabet, la persecuzione dei cristiani e l’impotenza di Al-Sisi

gennaio 17, 2017 Leone Grotti

Il presidente non riesce a fermare la persecuzione dei copti in Egitto, che ha conosciuto un boom nell’ultimo mese, culminato nel rilascio di tutti i musulmani che hanno umiliato la 70enne cristiana Thabet

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Quando Soad Thabet, cristiana egiziana copta di 70 anni, è stata presa da un gruppo di islamisti a fine maggio, trascinata in strada, spogliata completamente nuda e gettata sulle strade fangose di Alkarm, nella provincia di Minya, tutto il mondo si è indignato chiedendo giustizia. Anche il presidente Abdel Fattah al-Sisi si spese in prima persona e fece promesse importanti, ma ieri una Corte, ufficialmente per mancanza di prove, ha lasciato cadere tutte le accuse contro i violenti.

CASE BRUCIATE. Thabet era stata perseguitata perché suo figlio avrebbe avuto una fugace relazione con una donna musulmana. Quando la voce della liaison proibita è circolata nel villaggio, una folla inferocita di musulmani ha minacciato di morte tutta la famiglia cristiana e poi ha bruciato la casa di Thabet e altre sei abitazioni di cristiani. La donna anziana è stata anche umiliata pubblicamente ed è scampata per poco alla morte.

AMBIGUITÀ DEL GOVERNO. Prima il governo ha fatto finta di niente, poi dopo che la notizia è uscita sui giornali locali ha parlato di «un piccolo incidente», infine quando la stampa internazionale ha denunciato il caso, ha fatto arrestare 15 musulmani. Al-Sisi ha definito l’attacco ai cristiani «inaccettabile» e ha giurato di «portare davanti alla giustizia i responsabili, non importa quanti sono». Belle parole, che però non hanno portato ad alcun risultato.

BOOM DI VIOLENZE. Le violenze contro i cristiani hanno conosciuto un’impennata nell’ultimo mese durante le celebrazioni per il Natale (che i copti festeggiano il 7 gennaio). Il 3 gennaio ad Alessandria un commerciante è stato sgozzato da un estremista islamico in pieno giorno, nel mezzo della strada, davanti ai passanti di uno dei tanti quartieri della città. L’assassino, mentre commetteva il crimine, ha gridato «Allahu Akbar» e in seguito ha dichiarato alla polizia: «Gli ho più volte detto di non vendere alcool, ma non mi ha mai ascoltato».

L’ATTENTATO IN CHIESA. Il 5 gennaio la polizia ha rinvenuto i cadaveri di una coppia di copti, uccisi in casa nel sonno nel governatorato di Ménoufiya, nel nord del paese. Dalla casa non è stato portato via nulla e questo fa pensare a un omicidio confessionale, anche se la polizia, che ha arrestato dei sospetti, ancora non ha rilasciato nessuna dichiarazione ufficiale. Il 13 gennaio, un medico copto è stato assassinato in casa allo stesso modo ad Assiut. Questi omicidi fanno da triste contorno all’attentato dell’11 dicembre alla chiesa copta di san Pietro, nella capitale egiziana, dove sono morte 29 persone.

L’IMPEGNO A PAROLE DI AL-SISI. Il presidente Al-Sisi, ex capo dell’esercito musulmano, si è sempre dimostrato vicino ai cristiani: anche quest’anno ha partecipato alla celebrazione solenne del Natale nella cattedrale copta del Cairo, ha promesso di ricostruire le chiese distrutte dai Fratelli Musulmani all’indomani della deposizione armata di Mohamed Morsi, ha fatto approvare una legge per facilitare la costruzione di chiese e ha sempre condannato la persecuzione dei cristiani.

«COM’È POSSIBILE?». Però non è mai riuscito a porre fine alla stagione dell’impunità per chi attacca i cristiani e anche durante la sua presidenza le accuse di blasfemia contro i copti sono aumentate. Il simbolo di questa situazione è Thabet, 70 anni, la cui casa è stata distrutta e che insieme a tanti altri cristiani non può più tornare nel suo villaggio per paura di essere uccisa: «Il governo permette agli oppressori di camminare liberi per le strade», ha dichiarato la donna a una tv cristiana. «Questo è il nostro villaggio, siamo nati e cresciuti qui… Com’è possibile che a noi, pur essendo le vittime, non è permesso di tornare al nostro villaggio e alle nostre case?».

Foto Ansa

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