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Educare è lottare. Storia di Marie Heurtin

febbraio 29, 2016 Emanuele Boffi

Al cinema un film narra la vicenda di giovane sorda e cieca che scoprì il mondo grazie alla tenacia di una fragile suora. Ma non è solo una vicenda edificante, è un inno all’incompiutezza

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Non è un film sulla disabilità, per fortuna. O meglio: Marie Heurtin, dal buio alla luce di Jean-Pierre Améris, che sarà nelle sale italiane dal 3 marzo, non è solo un film sull’handicap, la sfortuna di nascere menomati nel fisico, l’abnegazione di chi si prende amorevolmente cura dei diversamente abili, come si dice oggi con compatimento linguisticamente corretto. Ovviamente è tutto questo – e sono particolari importanti –, ma, per fortuna, dicevamo, non è solo questo.

A chi come noi ha amato i dieci minuti di lotta furibonda di Anna dei miracoli non poteva non piacere anche il film d’Améris. Là, nell’opera del 1962 di Arthur Penn, c’era la celebre scena in cui l’istitutrice lottava a mani nude perché Helen, la piccola cieca e sorda compatita dai genitori, imparasse a stare a tavola composta, mangiando col cucchiaio, seduta, e piegasse il tovagliolo. Dieci minuti di sberle, ceffoni, rullare isterico di piedi, capelli strappati, grovigli di corpi sul pavimento, girotondi impetuosi intorno al desco, e solo per far piegare un tovagliolo. Dieci minuti di cucchiai esplosi in aria come granate, vasi rotti, cibo fatto trangugiare a forza e sputato in faccia per dispetto, e solo per impugnare una posata. Dieci minuti mozzafiato, fino alla secchiata d’acqua in volto, le lacrime della bambina e la proclamazione trionfante del risultato: «Ha mangiato col cucchiaio e ha piegato il tovagliolo».

Potevamo non entusiasmarci per una scena simile in Marie Heurtin? Anche qui: botte, schiaffi, cazzotti e sputi a tavola, mentre nel refettorio si recitano preghiere e si leggono i fioretti di san Francesco sulla «perfetta letizia». Una zuffa in piena regola tra brutti ceffi di periferia, solo che qui si tratta di una suora e di una bambina. E tutto solo per insegnare che non si mangia con le mani e che si deve stare seduti e composti a tavola, con la forchetta, il coltello e il bicchiere vicino al piatto. In poche altre pellicole ci è capitato di vedere rappresentata in maniera così efficace la lotta educativa. Un’educazione che qui si fa, letteralmente, a mani nude.

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O il convento o il manicomio
Penn fece conoscere all’America e al mondo la vicenda di Helen Keller, la bambina dell’Alabama che, divenuta sordo-cieca a 19 mesi, imparò, grazie alla sua insegnante Anne Sullivan, a comunicare col mondo, fino a diventare pittrice e scrittrice. Améris ci racconta una vicenda simile e per lo più sconosciuta, quella di Marie, nata il 13 aprile 1885 a Vertou, nella campagna francese. Anche lei, sin dal parto, sorda e cieca e dunque destinata al manicomio se non fosse stato per l’ostinazione dei genitori che la tennero con loro fino all’età di dieci anni. Il film inizia così, col viaggio del padre che porta sulle spalle la figlia fino all’istituto di Larnay, vicino a Poitiers, gestito dalle suore Figlie della Sapienza. E anche qui, sin dalle prime scene, si capirà che sarà una bella battaglia, con Marie che corre tra i pomodori rossi dell’orto inseguita da un nugolo ansimante di religiose.

Toccherà alla più esile fra loro, la giovane e malaticcia Marguerite, arrampicarsi sull’albero dove Marie si è rifugiata per convincerla a scendere. E si comincerà con un doppio fallimento: il primo, certificato dal tonfo a terra delle due; e il secondo, col rifiuto delle suore, che nel loro istituto s’occupano solo di sorde cui insegnano il linguaggio dei segni, di prendersi cura dell’ingestibile Marie.

Guardare la storia di sbieco
La storia ci insegna che la piccola, dopo innumerevoli fallimenti e tentativi, ce la fece. Impugnando le mani altrui, apprese il linguaggio dei segni, scoprì che ad ogni gesto corrisponde un oggetto, fino a imparare il braille e i concetti astratti. A lei un professore presso l’università di Poitiers, Louis Arnould, dedicò un libro (Un’anima in prigione, 1900) nel quale decantò i progressi di Marie e il metodo di suor Marguerite. I miracoli non hanno altra regola se non l’accadere inaspettati e così fu per Marie: imparò a scrivere a macchina, a giocare a domino, a lavorare a maglia. Imparò la storia e la geografia e uscì dalla sua condizione di creatura semiselvaggia per diventare una giovane donna, garbata e felice dell’esistenza, finché non morì a trentasei anni, il 22 luglio 1921.

E di tutto questo ci importa molto, ma anche relativamente. Perché dopo aver guardato la storia nel suo svolgersi cronachistico, occorre mettersi di sbieco per poterne vedere anche il messaggio, che non è solo quello della sua morale edificante. Potrebbe bastarci, in fondo, sapere che c’è gente di buon cuore che si prende cura di gente sfortunata. E questo è certo un sollievo nel nostro mondo sublunare. Ma potrebbe essere ancora l’ultimo tentativo di scantonare dalla questione, non tenendo conto del vero punto infiammato della vicenda: si educa solo davanti all’eterno, il resto sono passatempi da perdigiorno.

Viva, respira. Morta, non respira
Facciamo solo un esempio, giusto per non dire troppo di un film di cui abbiamo già rivelato a sufficienza. Ad un certo punto, nel convento muore un’anziana suora. Suor Marguerite conduce Marie davanti al suo cadavere disteso sopra un tavolaccio. Come spiegare il più grande mistero della vita a chi non vede e non sente? O più radicalmente: come spiegare la morte? In fondo, nessuno di noi, che pure vede e sente, è in una condizione diversa da Marie. Suor Marguerite prende la mano della piccola e l’avvicina alla bocca della defunta: «Morta, non respira», le dice, computando con il linguaggio dei segni sulle sue mani. Poi avvicina la stessa mano alla sua bocca e a quella di Marie: «Viva, respira». Poi l’appoggia sul cuore: batte, sei viva. Cos’altro dovrebbe essere l’educazione se non la cruda, semplice, fenomenica descrizione di ciò che accade? È già molto, è già moltissimo, ma sappiamo tutti che non può essere solo questo. Sapere che si nasce e si muore non è un motivo valido per vivere.

Qui serve quel che, una volta, si disse essere la cifra stilistica della produzione della scrittrice Flannery O’Connor: serve avere un occhio profetico sulla vita e sul mondo, che sappia riconoscere nel dramma le tracce verso il destino. Il succedersi degli eventi che da una condizione di difficoltà volgono al meglio potrà senz’altro suscitare in noi sentimenti di ammirazione e persino di emulazione, ma non cambierà la sostanza delle cose: respira, viva; non respira, morta. Il considerare la dedizione fino al deperimento di suor Marguerite e i progressi di Marie sono senz’altro d’appagamento per il nostro occhio sensibile al bene e suscitano in noi tenerezza, ma non sono ancora sufficienti ad affrontare la pugna, ad andare in battaglia con la speranza di portare a casa la pelle, e non solo un’idea più o meno adeguata di come ci si debba comportare in questa valle di lacrime. Lo scoprirà la stessa Marguerite – la suora, la cattolica, la donna che scandisce la giornata con orazioni –; anche lei lo scoprirà quando ci si troverà davanti e dovrà scegliere se vivere lentamente per allontanare la morte o morire velocemente per rispondere alla vocazione della sua vita.

Il pomodoro e l’ultimo orizzonte
È necessario un grande coraggio per rendersi conto che l’invisibile ci capita continuamente sotto gli occhi. Man mano che Marie impara a dare i nomi alle cose e che a tal profumo, forma, gusto corrisponde il pomodoro, impara anche il limite, l’incompiutezza, la fragilità congenita del segno. Mentre scopre che ogni cosa è compiuta (nasce, ha un nome, è riconoscibile, ha un posto nel creato) scopre anche che quella stessa cosa è incompiuta, appassisce e finisce: o perché finisce lei o perché finiamo noi.

Il paradosso più interessante di Marie Heurtin è che l’occhio profetico è quello di una cieca, che impara a vedere anche quel che non si vede. A conoscere, meglio di chi potrebbe farlo per facoltà fisica, che il finito di ciò che ci passa sotto le dita è la più grande prova della necessità che qualcosa d’altro ci completi, ci porti a compimento, ci redima. Occorre un occhio profetico, cioè che sappia vedere fino all’ultimo orizzonte, per rendersi conto che l’incompiuto non è una tagliola, ma attesa di compimento. E occorre un’educazione per accettarlo e trasmetterlo. È quello che Marie, divenuta educatrice, insegnerà a suor Marguerite e alle altre Marie che già bussano alla porta del convento.


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