06 Novembre 2009
Cucchi e Blefari, l’emergenza continua
Quando i carcerati fanno una brutta fine non servono forche né ricatti, ma riforme
di
Tempi
Anche se a oggi non risulta che né il povero Stefano Cucchi né la povera Diana Blefari Melazzi siano stati vittime di un “massacro”, come abbiamo letto sulla solita stampa che scherza col fuoco, è un fatto che né le condizioni fisiche di Stefano né quelle psichiche di Diana erano compatibili con il regime carcerario. Se ci sono responsabilità nelle due vicende è bene che il ministro della Giustizia si adoperi perché vengano appurate. Ciò detto, anche da questi tragici episodi riemerge l’importanza di quanto da tempo andiamo dicendo sulla situazione carceraria e che si perde nel vento di risposte che non vengono da nessuna parte. In primis dal guardasigilli, che dopo aver svolto una sua personale indagine conoscitiva sull’argomento, non sembra aver fatto seguire misure degne dell’emergenza. I mali sono noti, ma è sempre bene ricordare che nelle carceri italiane c’è una sovrapopolazione di detenuti da Terzo Mondo. Che le pene alternative non sono realizzate in modo adeguato. Che nonostante l’impegno degli operatori – dai direttori al personale di polizia, dagli educatori agli psicologi – tutto fluisce in una condizione che il dottor Fabozzi, provveditore dell’amministrazione penitenziaria in Piemonte, ci pare abbia recentemente bollato “di stampo feudale” (con riferimento al carcere di Biella). Sembra inoltre che esperimenti rieducativi di grande eccellenza, come quello di Padova, più volte qui segnalato, siano destinati a un forte ridimensionamento, se non addirittura alla chiusura. Mancano soldi, è vero. C’è sempre un’aria forcaiola e di demagogia mediatica che paralizza l’agire politico, d’accordo. Ma chi governa e chi sta all’opposizione non dovrebbe subire i ricatti. Dovrebbe solo agire per garantire ai detenuti la dignità e il rispetto che si devono alle persone.