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Ecco perché la scienza produce così tante bufale

maggio 21, 2015 Carlo Petrini

Così la competizione fra laboratori ha fatto esplodere il numero delle frodi scientifiche (vedi il caso clamoroso della “clonazione umana”)

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Articolo tratto dall’Osservatore Romano – Le frodi nelle pubblicazioni scientifiche e l’integrità nella ricerca sono oggetto di crescente attenzione da parte non soltanto degli ambienti scientifici direttamente coinvolti, ma anche del pubblico. Il fenomeno delle frodi nelle pubblicazioni scientifiche occupa spazi crescenti nella stampa ed è stato recentemente oggetto di una raccolta di articoli pubblicati su Le Monde.

Molte sono le modalità con cui si realizzano frodi, e in particolare: plagio, duplicazione di articoli già pubblicati, falsificazione nella paternità delle pubblicazioni (con esclusioni o introduzioni indebite di autori), falsificazione parziale o completa dei dati e dei risultati della ricerca. Quest’ultima modalità è particolarmente grave.

Ogni anno centinaia di articoli scientifici vengono ritrattati, cioè giudicati non veritieri, dopo la pubblicazione. Le ritrattazioni sono frequenti anche nelle riviste scientifiche più prestigiose e nelle quali il controllo della qualità degli articoli proposti per la pubblicazione è (o pare essere) più rigoroso.

Secondo dati (non falsificati!) pubblicati nella rivista PLoS One, il 14,12 per cento dei ricercatori reputa che i colleghi abbiano falsificato dati (e il numero sale al 72 per cento se si considerano scorrettezze minori), ma soltanto l’1,8 per cento ammette di aver falsificato dati.

Le Monde cita vari casi recenti, ma il fenomeno delle falsificazioni non è nuovo nella storia della scienza. Non pochi casi hanno scosso per anni intere discipline. Si pensi, per esempio, al caso di Charles Dawson, che nel 1912 sostenne di aver trovato a Piltdown i resti dell’“anello mancante” tra la scimmia e l’uomo. L’Eoanthropus dawsoni (dal nome dello “scopritore”) segnò gli sviluppi della paleoantropologia fino a quando, nel 1953, si scoprì che i resti erano una contraffazione, ottenuta combinando l’osso mandibolare di un orango con frammenti di cranio di un uomo moderno.

In anni recenti, tuttavia, il fenomeno delle falsificazioni ha avuto una crescita continua. Uno dei motivi di ciò è la sempre più accesa competizione tra scienziati. Le più clamorose falsificazioni hanno avuto esiti tra loro diversi.

Il 17 giugno 2005 Woo Suk Hwang, scienziato sudcoreano già acclamato come eroe nazionale per suoi precedenti studi, pubblicò in Science uno studio con la descrizione della clonazione di blastocisti umane per ricavarne cellule staminali.

A parte la violazione di princìpi di etica basilari, lo studio, potenzialmente dirompente per i possibili sviluppi, fu presto smascherato: i risultati di nove delle undici linee cellulari utilizzate erano falsi e anche nelle restanti due non vi era alcuna clonazione. Hwang si dimise dai suoi incarichi, ma tuttora è coinvolto in controverse ricerche. Per esempio, collabora con Shoukhrat Mitalipov, uno scienziato russo che da tempo opera alla Oregon Health and Science University e che è ora impegnato in sperimentazioni di “sostituzione mitocondriale”, cioè per la creazione di embrioni con il Dna di tre “genitori”.

Altri casi hanno avuto ben altra evoluzione. Si è dimostrato che l’“acquisizione di pluripotenza per stimolazione” (Stap), presentata dalla rampante ricercatrice giapponese Haruko Obokata come un’innovativa tecnica per produrre cellule staminali pluripotenti era falsa. La rivista Nature che il 30 gennaio 2014 aveva pubblicato la ricerca, ha ritirato l’articolo. Yoshiki Sasai, un noto scienziato coautore della ricerca, non ha resistito alla vergogna e si è suicidato.

Oltre le vere e proprie falsificazioni, sono possibili “ritocchi” per far propendere i dati verso ciò che l’autore vuole dimostrare. Anche questo non è un fenomeno nuovo. Nel 1993 James L. Mills pubblicò nel New England Journal of Medicine un gustoso articolo intitolato “Data torturing”. Complice nella “tortura” dei dati, mediante aggiustamenti per allinearli a ciò che il ricercatore intende dimostrare, è la statistica. Nel 1954 lo scrittore freelance Darell Huff pubblicò l’agile libretto How to lie with statistics, poi tradotto in varie lingue (nel 2003 anche in cinese) e tuttora diffuso. L’edizione inglese è stata venduta in oltre mezzo milione di copie. Anche la comunicazione scientifica può contribuire alle distorsioni. Ne tratta, per esempio, Tom Jefferson in un divertente libretto intitolato Attenti alle bufale. Con toni sarcastici, l’autore dà consigli pragmatici ai ricercatori e ai comunicatori, come, ad esempio: «esagera il problema», «non mettere, ometti», «fai star bene i tuoi complici», «pubblicizza la ricerca “giusta”».

Molte istituzioni scientifiche hanno già da tempo reagito al fenomeno delle frodi scientifiche. Il dossier di Le Monde riferisce alcune iniziative in Francia, ma anche in altre nazioni si sono prese iniziative, per esempio mediante la creazione di apposite strutture per il controllo del fenomeno.

Negli Stati Uniti, per esempio, nel 1992 fu istituito l’Office of Research Integrity. Dieci anni dopo il National Research Council e l’Institute of Medicine adottarono il rapporto Integrity in scientific research: creating an environment that promotes responsible conduct, che resta tuttora un’opera di riferimento. Il rapporto statunitense contiene indicazioni operative sia per i singoli scienziati, sia per le istituzioni. Nell’Unione Europea decine di istituzioni (tra cui varie italiane) hanno adottato il Codice europeo per l’integrità nella ricerca elaborato nel 2011 dalla federazione All European Academies (Allea) e dall’European Science Foundation (Esf). Tutti i documenti sull’integrità nella ricerca sono concordi nell’affermare doveri di onestà, correttezza, obiettività, imparzialità, responsabilità.

Dal 31 maggio al 3 giugno 2015 tali temi saranno oggetto della quarta conferenza mondiale sull’integrità nella ricerca, che si svolgerà a Rio de Janeiro. La seconda edizione si concluse il 24 luglio 2010 con l’adozione della Dichiarazione di Singapore sull’integrità nella ricerca. Nella Dichiarazione si enunciano quattro princìpi — onestà in ogni aspetto della ricerca, responsabilità nella conduzione della ricerca, cortesia professionale ed equità nel lavorare con altri, buona gestione della ricerca nell’interesse di terzi — e quattordici raccomandazioni.

Se si assiste a un incremento sia del numero di frodi scientifiche, sia delle iniziative per contrastarle, non si deve dimenticare che, come si evince anche dai fatti descritti da Le Monde, i due fenomeni sono correlati in molti modi: l’aumento nel numero di articoli scientifici ritrattati dipende anche dal miglioramento negli strumenti per identificare le frodi.

Occorre considerare anche che il problema delle frodi scientifiche è stato, negli ultimi anni, alimentato anche dal proliferare di riviste open access, il cui contenuto è accessibile online senza abbonamento: infatti, non paga l’utente, bensì l’autore. Vi sono autorevoli e rigorose riviste open access, ma molti editori improvvisati pubblicano riviste open access finalizzate soltanto al profitto. Il 4 ottobre 2013 John Bohannon, biologo e giornalista scientifico, descrisse nella prestigiosa rivista Science una sua esperienza. Firmandosi con l’improbabile nome di Ocarrafoo Cobange, e dichiarando di lavorare presso il Wassee Institute of Medicine (in realtà inesistente) ad Asmara, Bohannon aveva inviato a 304 riviste open access un articolo con dati inventati, carenze metodologiche ed errori linguistici (creati volontariamente traducendo il testo, con Google, dall’inglese al francese e poi nuovamente all’inglese). Ebbene: 157 riviste accettarono l’articolo.

Il problema della corsa a pubblicare, nella quale tutti i ricercatori si affannano, è alimentato anche dalla “tirannia dell’impact factor. L’impact factor è un parametro con cui si misura la qualità delle pubblicazioni scientifiche. È utilizzato per valutare il curriculum (e determinare gli avanzamenti di carriera) dei ricercatori. La sua validità è, non a torto, oggetto di critiche.

Il 29 luglio 2008 su Genome Biology fu pubblicato un divertente editoriale in cui si propone di misurare l’impact factor di Dio. Ebbene, il risultato è zero: infatti, Dio ha pubblicato un libro (anzi, una raccolta di libri) anziché un articolo, ha utilizzato una lingua diversa dall’inglese, non ha avuto peer-review e, soprattutto, l’esperimento non è ripetibile.


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