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Ecco come vivono i cristiani perseguitati in Pakistan. La grande testimonianza dell’arcivescovo Coutts

ottobre 9, 2013 Leone Grotti

L’arcivescovo di Karachi Joseph Coutts racconta a Milano all’Università statale la discriminazione a scuola, sul lavoro e nella vita di tutti i giorni che i cristiani subiscono «perché considerati infedeli»

«In Pakistan noi cristiani siamo discriminati in modo costante. Il problema è che i musulmani, anche se non lo dicono, ci vedono ancora come “dhimmi”, cioè i non musulmani, inferiori, che devono pagare una tassa allo Stato per essere protetti». Così descrive la condizione dei cristiani perseguitati in Pakistan il presidente della Conferenza episcopale Joseph Coutts (foto a fianco), che ieri ha partecipato all’Università Statale di Milano all’incontro organizzato da Acs-Italia “Libertà religiosa, testimonianza diretta della chiesa che soffre”, a cui ha preso parte anche il direttore di Tempi Luigi Amicone.

«IL NUOVO ISLAM SAUDITA». In Pakistan la libertà religiosa è formalmente garantita dalla Costituzione, ma dopo il governo del dittatore Zia ul-Haq e la guerra in Afghanistan «è nato un nuovo islam che predica e promuove il jihad contro i non musulmani – ha detto l’arcivescovo di Karachi – Questo fanatismo che incita terrorismo e attentati non c’era prima nel nostro paese, è arrivato dall’Arabia Saudita. Gli estremisti non vogliono la democrazia ma trasformare il Pakistan in uno Stato islamico».

L’ATTENTATO A PESHAWAR. Ecco perché due kamikaze si sono fatti esplodere il 22 settembre davanti alla chiesa di Peshawar, uccidendo oltre 100 persone: «Oggi i cristiani sono ritenuti infedeli. Quando gli Stati Uniti hanno attaccato l’Afghanistan dopo l’11 settembre, gli imam parlavano di una nuova crociata dei cristiani e oggi ci ritengono nemici dell’islam solo perché identificano l’America e l’Occidente con il cristianesimo».

«NON VENDICHIAMOCI CON LE ARMI». In un paese dove i musulmani sono il 95 per cento della popolazione, e i cristiani appena il 2 per cento, non tutti ci stanno a farsi bersagliare senza reagire: «Dopo l’attentato alla chiesa di Tutti i santi, molti giovani volevano imbracciare le armi e vendicarsi contro i musulmani – ha raccontato monsignor Coutts – Ho dovuto fermarli e spiegare loro che questo non è cristianesimo, perché il cristianesimo deve testimoniare l’amore di Dio».

DISCRIMINAZIONE A SCUOLA. L’arcivescovo ha parlato anche delle scuole statali, «dove i libri di testo dipingono in modo negativo i cristiani e li discriminano», e del lavoro «perché se sei cristiano è quasi impossibile ottenere una promozione». Ma ciò che più «ci fa soffrire» è la legge sulla blasfemia, «che dal 1978 al 2011 è già stata usata in 1.081 casi. Anche se ti cade il Corano dalle mani puoi essere incriminato, la legge viene abusata, come nel caso di Asia Bibi, e anche quando vieni assolto è molto facile che gli estremisti ti uccidano fuori dal tribunale. In generale, sono in pericolo tutti quelli che vi si oppongono, come dimostrano le uccisioni del nostro amato Shahbaz Bhatti (foto a sinistra) e del governatore musulmano del Punjab Salman Taseer».

«LA SPERANZA CHE È IN NOI». «Da questo mio intervento potrà sembrare che in Pakistan è tutto buio, ma non è così – ha concluso Coutts. Noi abbiamo speranza e abbiamo la fortuna di non essere una chiesa nascosta, come quella in Iran e forse in Turchia. Possiamo gridare in strada il nostro dolore e protestare. Ci confortano soprattutto le parole di san Pietro, che diceva: “E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”. E per fortuna, ci sono anche tanti musulmani che ci aiutano».

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