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Ecco come funziona il carcere dove non ci sono guardie, tutti lavorano, nessuno scappa

novembre 29, 2013 Rodolfo Casadei

Oggi una delegazione brasiliana presenterà al ministro Cancellieri il modello degli Apac brasiliani, penitenziari che si basano su «amore, fiducia e disciplina». «L’Italia, centro del cristianesimo, non resti fuori da questa rivoluzione!»

apac-brasileIeri nel carcere Due Palazzi di Padova si è parlato dell’innovativo modello dei penitenziari brasiliani Apac. Una delegazione  con rappresentanti delle Apac, del Ministero di Giustizia e dell’amministrazione penitenziaria è infatti venuta in Italia per illustrare i risultati e l’esperienza di un tipo di carcere davvero fuori dagli schemi (la scritta che vedete nella foto a fianco, scattata nell’atrio della prigione, significa: «Qui entra l’uomo, il delitto rimane fuori»).
Tempi.it ve ne aveva parlato nel maggio di quest’anno, grazie a un reportage dal Brasile del nostro Rodolfo Casadei che aveva illustrato la vita dietro le sbarre di detenuti che non hanno più bisogno di guardie che li sorveglino. Un’esperienza dove in carcere si lavora e ai detenuti vengono lasciati seghe o coltelli, senza che mai si verifichino problemi. In un paese dove il sistema carcerario è fallito, il modello Apac funziona: costa meno e ha una recidiva del 15 per cento (contro l’85 per cento del resto del Brasile).
Ieri, all’incontro, Valdesì Antonio Fereira, presidente della federazione che riunisce gli Apac, ha spiegato che «il nostro metodo si basa su tre fondamenti: amore, fiducia e disciplina e assicuro che è applicabile ovunque. Non avere polizia penitenziaria non è un principio della metodologia, è invece la conseguenza: perché si dovrebbe scappare da un luogo in cui cambi davvero? L’Italia, centro del cristianesimo, non resti fuori da questa rivoluzione!». Oggi in Senato la delegazione italo-brasiliana incontrerà il ministro Cancellieri.
Di seguito riproponiamo il reportage di Casadei

Questa prigione non è una galera. Nell’Apac di Nova Lima, Brasile, i detenuti sono trattati da uomini

apac-brasile-1È proprio come raccontava Tomaz de Aquino Resende, il procuratore brasiliano ospite del Meeting di Rimini l’anno scorso. Non ci sono guardie, né armi, né manganelli, né divise carcerarie, né filo spinato o cocci di bottiglia sopra i muri, e il portone d’ingresso te lo apre un carcerato, uno che è lì dentro a scontare la sua pena. Invece c’è gente al lavoro in una vera e propria panetteria che serve le scuole comunali, nella cucina a preparare i pasti per tutti, nel laboratorio del “regime chiuso” a incollare tesserine di vetro su tondi di legno dipinti per rimettere ordine nella propria testa. E tanti non ci sono perché si trovano a lavorare fuori, nei cantieri, negli uffici comunali, nei campi, ma torneranno tutti la sera e non ci sarà bisogno di contarli perché rientreranno tutti. Ci sono in giro posate, coltelli, martelli, strumenti musicali e altre cose ancora che i detenuti del sistema comune, in Brasile come in Italia, non si possono nemmeno sognare. E del personale amministrativo fanno parte uomini e donne che nessuna barriera separa dai detenuti dei regimi aperto e semi-aperto.

apac-brasile-2Gli Apac (Associação de Proteção e Assistência aos Condenados), prigioni pensate e operate per recuperare il detenuto anziché per punirlo, esistono, noi ne abbiamo visitata una. Poco distante da Belo Horizonte, capitale del Minas Gerais, in mezzo al verde esuberante delle colline di Nova Lima, dove le notti sono molto fresche e il calore ti investe all’ora di pranzo, le mura azzurrine suggeriscono qualcosa che va oltre l’ordinario. «Il metodo che si applica qui si riassume in tre parole: amore, fiducia, disciplina. Come avete visto il portone non ve l’ha aperto una guardia, ma un recuperando. Qui non c’è posto per manette, polizia, cani da guardia, perché tutto lo spazio è occupato dall’amore: l’amore per le nostre vite del giudice che ci ha permesso di venire a scontare la nostra pena qui, l’amore dei volontari che ci assistono e ci accompagnano». João Carlos Silva è un umile muratore che si è già fatto sei anni di prigione, nell’Apac e nel sistema comune, e altri ancora ne dovrà scontare per un reato che non vi diciamo. Ma parla come un poeta, o più semplicemente come un uomo dentro al cui cuore la gratitudine ha preso il posto dello sconforto. Con naturalezza pronuncia la parola “recuperando”, che qui non ha il solito suono vuoto dell’eufemismo di maniera, ma finalmente esprime armonia: tutte le comunicazioni nelle bacheche sono dirette ai “signori recuperandi” e tali loro si sentono. Su una delle pareti sta scritto il motto più noto degli Apac: «Aqui entra o homem o delito fica lá fora». Cioè «Qui entra l’uomo, il delitto resta fuori». È la chiave del metodo: per recuperare il detenuto occorre far riemergere l’umano che è in lui, sepolto sotto tante cose delle quali il delitto per cui è stato condannato è la più pesante. Schiacciato dalla colpa, un uomo non si redime e non si recupera. Se si comincia togliendo quel peso, tutto diventa possibile. Perfino accettare di convivere con quelli che nelle altre prigioni sono gli unici detenuti segregati per non finire linciati: i condannati per stupro e per pedofilia.

Si comincia con una preghiera
«Il sistema comune punisce tutti e non recupera nessuno. Ti fa diventare un animale, un mostro. Non c’è alcuna prospettiva di vita sociale, ne uscirai peggiore di come sei entrato», racconta José Antonio Junio, che deve scontare 33 anni di carcere per una serie di rapine e ha trascorso 7 anni nelle carceri comuni prima di approdare, nove mesi fa, all’Apac di Nova Lima. È assegnato, per il momento, al regime chiuso, che non permette di uscire all’esterno per lavorare o per visite alle famiglie, ma nel quale è possibile ricevere periodicamente visite dei familiari senza le umiliazioni cui sono sottoposti nelle prigioni comuni (con perquisizioni a luci rosse) e persino della propria moglie o compagna, con la quale ci si può periodicamente appartare per qualche ora. Se ce lo si è meritati con un comportamento irreprensibile. «Anche qui sono un detenuto, ma non mi sento un detenuto. Ogni essere umano è recuperabile, ma bisogna far emergere l’umano che è in lui. In un sistema che opprime il carcerato e la sua famiglia, questo non è possibile. Qui sono trattato come una persona, e ciò mi ha fatto capire che un certo tipo di vita non conviene. Il dialogo, la comprensione, il rapporto con la tua famiglia ti fanno riscoprire i valori dentro di te e vuoi intraprendere una nuova vita. Chi viene qui viene nella casa di Dio, perché l’Apac è sorto ai piedi della Croce».

apac-brasile-3Il misticismo di Junio non è per niente estemporaneo. La spiritualità è parte integrante del cammino di recupero immaginato quarant’anni fa da Mario Ottoboni, l’avvocato di San Paolo coinvolto in esperienze di pastorale carceraria che ha creato e diffuso il metodo degli Apac. In tutte e tre le sezioni della prigione esiste una cappella riservata alla preghiera personale non solo per aiutare gli esami di coscienza, ma perché, come diceva l’avvocato paulista, «la redenzione personale ha bisogno dell’intercessione». In tutte e tre una volta alla settimana (non la domenica, giorno riservato alle visite dei familiari) si assiste alla Messa o al servizio protestante. Tutte le mattine la giornata inizia alle 7 con una preghiera ecumenica comunitaria, e a chi non partecipa viene affibbiato un punto di penalità. Una volta all’anno bisogna anche partecipare a un ritiro spirituale che si chiama Giornate di liberazione con Cristo, una tre giorni di testimonianze cristiane, preghiera e riflessione personale che coincide col Carnevale (durante il quale vengono annullati tutti i permessi d’uscita per non indurre in tentazione i recuperandi) e a cui prendono parte molti esterni.

Insomma nell’Apac si trovano riuniti nella stessa struttura gli stessi regimi carcerari che esistono separati nelle prigioni comuni (chiuso, semi-aperto e aperto, ai quali a Nova Lima sono assegnati rispettivamente 36, 24 e 10 detenuti, per un totale di 70 soggiornanti); gli alloggiamenti sono migliori delle celle sovraffollate delle altre prigioni ma simili ai più scadenti fra quelli italiani. Vi si trovano celle piccole e poco illuminate che ospitano in uno spazio ristretto quattro detenuti in coppie di letti a castello ricavati in strutture in muratura oppure camerate da sedici posti nei regimi aperto e semi-aperto. Ma la vita è completamente diversa. I detenuti convivono con personale amministrativo civile e con volontari, perché l’Apac di per sé è un ente no profit proprietario o gestore dell’istituto di pena: ebbene sì, in Brasile esistono carceri privatizzati, gestiti dal privato sociale.

apac-brasile-4Una donna per capo
Quello di Nova Lima, per esempio, è stato donato dal Comune insieme al terreno su cui sorge all’Apac locale, che oltre a remunerare una piccola quota di personale amministrativo, si preoccupa di attirare a prestare la loro opera singoli volontari e associazioni, che rappresentano il legame della struttura con la comunità locale. I volontari sono medici, psicologi, dentisti, avvocati o semplici cittadini che si prestano ad accompagnare i detenuti in ospedale o in qualche ufficio amministrativo. Ad essi si aggiungono sacerdoti e cristiani impegnati che animano i ritiri spirituali. «I volontari ci piacciono tantissimo», spiega Silva, «perché vedere gente che dedica il suo tempo gratuitamente per noi ci aiuta a recuperare la stima in noi stessi e la voglia di migliorare». Sandra Gil Carneiro Tibo, la presidente dell’Apac di Nova Lima che svolge compiti analoghi a quelli di un direttore penitenziario, trascorre qui dieci ore al giorno, dalle 8 alle 18, ed è una volontaria non retribuita. I detenuti si sentono onorati del fatto che le autorità si fidino a tal punto da permettere che sia una donna a interagire con loro senza barriere, come accade negli Apac.

L’educazione alla responsabilità
Nessun detenuto trascorre la giornata nelle celle: quelli del regime aperto e semi-aperto lavorano all’esterno oppure nella panetteria interna che sforna 5 mila panini al giorno per le mense scolastiche comunali ma anche, gratuitamente, per i detenuti del carcere comune, e nella cucina, dove sono i detenuti stessi, a turno, a preparare i pasti per tutti coloro che all’ora di pranzo e di cena si trovano dentro alla struttura. Quelli del regime chiuso si dedicano al bricolage terapeutico, alla musica (hanno un coro e una band entrata in crisi dopo che il chitarrista è stato “promosso” al regime semi-aperto) e alla pallavolo. Tutti sono entusiasti della cucina: «Non c’è paragone fra il cibo che mangiavamo nelle carceri comuni, che aveva sempre sapore di andato a male oppure era freddo, con quello che viene acquistato dai responsabili degli Apac e che noi stessi cuciniamo e mangiamo con vere posate, non con cucchiai di plastica!», spiega Silva. La politica degli acquisti alimentari e della preparazione del cibo è uno dei motivi, insieme all’assenza di guardie carcerarie, del notevole risparmio nei costi di un Apac rispetto a quelli di un carcere comune: in questi ultimi un detenuto costa 2.100 reais al mese, in un Apac solo 900 (vale a dire 803 e 344 euro rispettivamente). In quello di Nova Lima, il 30 per cento dei costi sono coperti dai proventi del lavoro dei detenuti (i quali sono compensati con 250 reais al mese, quasi 100 euro, e si vedono scalato un giorno di detenzione ogni tre giorni di lavoro), il 70 per cento da fondi dello stato del Minas Gerais.

Si diceva all’inizio che i capisaldi del metodo Apac sono amore, fiducia e disciplina. Il terzo punto è assai importante. Il metodo Apac funziona perché i detenuti sono trattati come persone, ma anche perché sono responsabilizzati per quello che avviene all’interno della struttura. In caso di infrazioni gravi, come la fuga o l’introduzione di droga o alcolici o telefoni cellulari individuali, aggressioni e furti, a pagare sono tutti i detenuti del regime in cui avviene l’illecito, che si vedono negare privilegi relativi alle telefonate, alle visite familiari e ad altro. Il singolo colpevole viene rispedito per sempre nel sistema comune. «L’Apac è per tutti, ma non tutti sono adatti all’Apac», filosofeggia un detenuto.

Un modello anche all’estero
Promozioni e retrocessioni da un regime all’altro avvengono sulla base delle penalità accumulate o evitate nel corso della detenzione se si commettono colpe leggere o medie. Il computo delle penalità lievi e medie e la loro cancellazione in forza di comportamenti virtuosi sono invece responsabilità di un organismo composto esclusivamente di detenuti: il Consiglio di sincerità e solidarietà. Ce n’è uno in ciascun regime. Il suo presidente è scelto dalla direzione fra i detenuti della relativa sezione, dopodiché lui sceglie altri sei detenuti con cui si riunisce e delibera quando si verificano infrazioni. Le gerarchie di potere e di controllo fra detenuti, che in tutte le carceri del mondo esistono informalmente e inevitabilmente diventano strumento di abusi e ingiustizie, qui sono formalizzate e messe al servizio del recupero di tutti i detenuti.

Nati a San Paolo, oggi gli Apac si trovano quasi esclusivamente nel Minas Gerais: è lì che si concentrano 33 dei 35 attualmente funzionanti in Brasile. Ma nel mondo esistono molte esperienze che si ispirano a questo modello: in Canada, Colombia, Cile, Costa Rica, Bolivia, India, eccetera. In Italia no. Non ancora.

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2 Commenti

  1. Ilythia scrive:

    Fra i modelli di sistemi carcerari ottimi ci sono pure quello finlandese e quello danese, ma forse non bisogna imitarli perché sono areligiose e non si ispirano all’amore, ma a principi di rispetto dell’individualità.

  2. Antonio scrive:

    non credo in questi modelli. Volemose bene, amnore, individualità e balle simili…con tutto il rispetto c’è poco da fidarsi delle persone, detenuti o meno che siano. O vogliamo vivere in un mondo di favole confidando nel buon senso (ha ha ha) dell’umanità?

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