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«Il mio amico Jerzy Popieluszko, il sacerdote che cambiò la Polonia comunista insegnandoci a vivere nella verità»

ottobre 6, 2014 Benedetta Frigerio

Intervista a Joanna Kwiatkowska, traduttrice dei testi del beato martire per il quale la Chiesa ha appena aperto il processo di canonizzazione

È cominciato il 20 settembre scorso il processo di canonizzazione del beato Jerzy Popieluszko, il giovane sacerdote polacco ucciso a 37 anni dai servizi segreti del regime comunista perché con la sua predicazione e il sostegno del movimento dissidente alimentava la speranza di migliaia di polacchi. «Mi insegnò che Dio era un padre e che la fede poteva renderti libero di fronte a un regime violento». Così lo ricorda Joanna Kwiatkowska, traduttrice dei testi del sacerdote martire utilizzati per il processo di beatificazione. «Lo incontrai a 18 anni, mi misi a servire la Chiesa con lui e da allora non ho più smesso».

Come incrociò Popieluszko?
Nel 1984 facevo l’ultimo anno di liceo e insieme a un movimento di ragazzi nelle scuole di Varsavia cominciammo a difendere la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche. Queste azione suscitò una forte reazione da parte delle autorità, che passò alle maniere forti. Fu allora che chiedemmo a padre Popieluszko di trovare un posto in chiesa per appendere le croci buttate fuori dalle scuole della città. E lui chiese a noi un aiuto e una collaborazione per riunire un popolo capace di sostenere gli uomini in quegli anni durissimi. Non tutti risposero, io dissi di sì e mi offrii di scegliere le poesie da recitare durante le Messe per la patria.

Come si svolgevano le sue Messe per la patria?
Riunivano centinaia, anche migliaia di persone. Padre Popieluszko durante le sue omelie parlava in difesa di chi veniva attaccato, perseguitato o ucciso dal regime e chiedeva a tutti di vivere nella verità, per non perdere la libertà e la dignità. Solo così l’uomo può rimanere libero anche di fronte al regime, diceva. Poi venivano recitate poesie e suonate canzoni patriottiche o religiose. Alle sue funzioni partecipavano artisti e intellettuali che dissentivano dal regime. Quelle Messe furono importantissime: non era mai accaduto che tante persone si riunissero per pregare insieme per la patria, affinché cambiasse non tanto il sistema politico ma il modo di pensare delle persone, affinché si risvegliassero le coscienze e la dignità umana fosse rispettata.

Nella sua predicazione fede e cultura erano inscindibili. Diceva che la tradizione religiosa era importantissima per la difesa della patria.
La cultura e la storia sono necessarie a ricordare all’uomo la grandezza del passato, sono fondamentali perché danno forza alla gente, sopratutto se oppressa. Le poesie, i canti, l’arte e la musica esprimevano una bellezza che veniva dalla fede, dandoci speranza e facendoci tornare a desiderare la verità, anche se costava.

Come collaborò con padre Popieluszko?
Mi occupavo di scegliere le poesi per le Messe insieme a lui. Gli portavo i libri e i testi che trovavo e pian piano lo conobbi e mi legai a lui.

Cosa la colpì di questo giovane prete?
Era una persona estremamente timida, modesta e buona. La sua santità era visibile dagli occhi. Aveva uno sguardo che trasmetteva una bontà sconfinata ed era sempre pronto a difendere i deboli e chi aveva bisogno. Ma ciò che impressionava era che la sua timidezza e mansuetudine si affiancavano a un coraggio incredibile nell’affermare la verità e nel difendere l’uomo attaccato nella sua dignità.

Leggendo le sue omelie non si direbbe che era timido. Fu addirittura denunciato come sovversivo.
Il suo coraggio era infinito, ma ripeto che non era dovuto al temperamento. Come diceva lui stesso, era la fede ad aiutarlo a sopportare tutto nella vita. Diceva che il coraggio era fare la volontà di Dio e che veniva dalla fiducia nel Signore. Infatti era un uomo che pregava tantissimo, da quando era nato, come tutti nella sua famiglia, pregava incessantemente, sopratutto recitava il rosario che era la sua preghiera preferita.

Chi lo educò alla fede?
Nacque in un paesino immerso nei boschi. Per andare e tornare da scuola, percorreva ogni mattina cinque chilometri a piedi recitando il rosario, ma prima ancora di partire, verso le cinque di mattina, andava a servire Messa. Tornato da scuola poi, una volta finiti i compiti e se non c’era da fare in casa, mentre i suoi fratelli andavano a giocare lui indossava una grande camicia da notte di sua mamma, preparava un tavolino, lo copriva con la tovaglia bianca e giocava a fare la Messa. E così è stato per tutta la sua vita. Agiva con il rosario in mano. Il tempo in cui lo conobbi era però particolare, eravamo in stato guerra, gli operai erano in prigione, i dissidenti perseguitati o uccisi e centinaia di persone andavano a chiedergli aiuto. Non aveva mai pace. Così la sua preghiera si manifestava nei gesti: era come se Dio fosse continuamente con lui. La sua mano sempre tesa a ogni uomo era come offerta a Lui.

«Non potrai salvaguardare pienamente la tua dignità se tieni in una tasca il rosario e nell’altra il libretto di un’ideologia nemica», diceva. E ancora: «La menzogna è sempre stata il marchio degli schiavi». Per questo fu accusato anche di mischiare la religione con la politica. Come rispondeva a queste critiche?
Non rispondeva mai agli attacchi, ma a noi diceva sempre che lui non parlava di politica, ma delle ingiustizie che il regime compiva sulle persone e siccome era dalla loro parte le difendeva, anche dall’invasione del potere che cercava di piegare le coscienze: dobbiamo pregare per essere liberi, diceva, dimostrandoci che si poteva esserlo anche sotto il regime.

«Una nazione cristiana deve orientarsi secondo la morale cristiana (…) non ha bisogno della cosiddetta morale laica». Frasi come queste pronunciate dal pulpito venivano interpretate come un’imposizione.
Lui diceva: io sono un semplice prete che ha il dovere di appoggiare la gente, per questo sono sacerdote. Se dunque lo Stato vieta alle persone di essere se stesse vìola i diritti umani. Diceva che se una nazione era nata cristiana, toglierle questa sua peculiarità coincideva a snaturarla con violenza. Smettere di insegnare ai polacchi i tratti del loro stesso popolo equivaleva per lui a ucciderli e indebolirli. Lungo la storia il cristianesimo ha sempre permesso alla Polonia di sopravvivere e superare anche i momenti di maggior pericolo: dove l’uomo veniva ucciso, rimaneva la fedeltà alla Croce, il Vangelo e la Madonna.

«Non c’è bisogno di molti uomini per proclamare la verità (…) gli altri li cercano e vengono da lontano per ascoltare parole di verità, perché la nostalgia della verità è connaturata all’uomo». Oggi si può dire che aveva ragione?
Sicuramente. In quegli anni durissimi contribuì a far maturare la gente, a risvegliare le coscienze. Nello stesso periodo nacque Solidarnosc, a cui padre Popieluszko diceva Messa. Il coraggio di seguire radicalmente il Vangelo, senza paura, fece tornare tante persone in chiesa dopo anni. Lui confessava, battezzava e catechizzava file di persone. Oltre alla gente che lo conobbe, ci sono molti gruppi che vengono dai luoghi più lontani del mondo a venerarlo. Molte persone ancora oggi leggendo i suoi testi dicono di ricevere una formazione, trovando la forza per vivere nella verità.

E la sua vita come è stata influenzata da Popieluszko?
Da giovane andavo in chiesa per abitudine. Ricordo che furono le sue parole a cambiarmi: bisogna sempre accettare la volontà di Dio, trattarlo come un padre vivo e buono e non come un essere lontano, diceva. Padre Popieluszko mi ha mostrato proprio questo, che Signore è vivo e non guarda il numero degli atti di pietismo formali che compiamo, desidera che ci rivolgiamo a Lui con il cuore. Questa scoperta è rimasta scolpita dentro di me. L’ultimo incontro con lui, invece, è stato l’esperienza più particolare che io abbia mai avuto. Era il 16 ottobre del 1984, tre giorni prima del suo omicidio. Dopo Messa mi disse che aveva alcuni miei libri e che aveva scelto le poesie per una funzione successiva, ma che in quel momento non aveva tempo di parlarne con me. Il giorno seguente avrebbe detto Messa ai medici e quello successivo sarebbe partito. «Dopo questo mio ultimo viaggio parliamo, la settimana prossima sono più libero, ci vediamo con calma». Poi si girò e disse: «Ma sai, io non so se torno». Lì per lì non ci pensai, non capii. Poi, quando il 20 ottobre giunse notizia della sua morte, mi tornarono in mente le sue parole. Diceva sempre che era pronto a dare la vita per la Verità, per Cristo, e che il sacrificio avrebbe ricostruito la nazione. Ci diceva sempre che dovevamo fare la fatica di non chiuderci nella menzogna, come i tanti che dopo il lavoro si barricavano in casa, affrontando il dramma del regime con una bottiglia in mano. Ci spronava a uscire e a essere amici, a passare del tempo insieme, sostenendoci, confidandoci i bisogni reciproci, riflettendo e litigando anche, purché fossimo veri. Perché solo così avremmo costruito una solidarietà reale.

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1 Commenti

  1. Orazio Pecci scrive:

    San Giorgio, prega per noi.

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