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Tragiche storie di Ebola. Il sapone, l’imam e i bambini “untori”. «Pensano sia una maledizione, non un virus»

settembre 24, 2014 Elisabetta Longo

Nicola Orsini, responsabile di Avsi in Sierra Leone, spiega perché neanche la quarantena di tre giorni ha fermato la malattia. Non è solo un problema sanitario, ma di educazione

In Sierra Leone è appena trascorso un week-end che passerà tristemente alla storia: per contrastare l’epidemia di Ebola, l’intero paese è stato messo per tre giorni in quarantena (i cosiddetti “stay at home days”) da venerdì 19 a domenica 21 settembre. Strade deserte, negozi sbarrati, persone chiuse nelle proprie baracche o case in attesa dell’arrivo dei volontari di varie associazioni umanitarie o della polizia. Lo scopo era quello di congelare per tre giorni i contagi e allo stesso tempo continuare a fornire alla popolazione informazioni utili.
Purtroppo come dichiarato a tempi.it da Nicola Orsini, responsabile di Avsi in Sierra Leone a cui da un mese viene «altamente sconsigliato di recarsi nel paese con la mia famiglia, anche se spero di poterlo fare presto», la situazione è peggiorata ulteriormente e sempre per lo stesso motivo: la mancanza di educazione del popolo africano, «che vede ancora Ebola come una maledizione lanciata da qualcuno, non come un virus».

Orsini, il fine settimana di quarantena è stato utile?
Più che altro era inevitabile, non si sa se nel futuro prossimo verranno prese altre misure simili. Ben 28 mila volontari sono passati di casa in casa a spiegare alle famiglie cosa si può fare per non essere contagiati. Hanno soprattutto distribuito sapone, spiegando che anche l’igiene di base può proteggere l’essere umano dal virus. Se per caso si viene in contatto con fluidi infetti, occorre lavarsi subito per evitare che Ebola entri in circolo. È un gesto semplice da immaginare per un occidentale, ma in Sierra Leone non è così.

Dopo tutta l’informazione fatta e il numero di vittime, la popolazione ancora non crede all’epidemia?
No, gli abitanti della Sierra Leone continuano a essere diffidenti. In un villaggio è morto di Ebola un imam. Siccome era considerato un uomo di grande saggezza, i fedeli alla sua morte hanno preso i suoi fluidi corporei e li hanno usati per cospargersi, sperando di acquisirne la saggezza e il coraggio. E si sono contagiati tutti. In generale continuano a vedere Ebola come una maledizione lanciata da qualcuno, non come un virus. Perfino di fronte ai volontari che hanno fatto visita alle case durante i tre giorni di quarantena, le obiezioni sono state sempre le stesse: alcuni pensavano che il sapone contenesse veleno, addirittura Ebola stesso. I volontari hanno dovuto usare il sapone su loro stessi per mostrare che era un oggetto sicuro.

Cosa sta facendo Avsi in questo momento per contenere l’epidemia?
Portiamo avanti i nostri progetti come sempre, salvo essere chiamati per missioni speciali. Durante la quarantena, il ministero degli Affari sociali ci ha chiesto di andare a portare del cibo ai bambini di strada di una zona della capitale Freetown perché stavano per morire di fame. Tra l’altro i bambini sono un grosso problema, perché sono davvero tanti quelli rimasti orfani dopo la morte dei genitori. E nessuno li vuole prendere in casa perché vengono visti come untori, come portatori di cattiva sorte.

Gli ospedali non bastano per prendere in cura tutti?
La sanità è al collasso. La gran parte delle strutture private, per non dire tutte, sono state chiuse per ordine del ministero. Vengono mantenute solo quelle statali, perché si dà a loro la priorità. Ma anche quelle purtroppo non hanno più letti liberi. La gente non muore solo di Ebola ma anche di altre malattie curabili. Una bambina che conosciamo purtroppo è morta di appendicite, perché non l’hanno accettata in ospedale. Nel complesso quest’epidemia, se paragonata a quella degli anni Novanta, ha un tasso di mortalità più basso, del 50-60 per cento rispetto al 90 per cento di allora, ma ha un tasso di contagio più alto. Si calcola che i contagiati siano più di cinquemila e i morti circa la metà. Noi di Avsi abbiamo organizzato un incontro, con la testimonianza di una persona che è guarita. Perché forse solo le parole dirette di chi ci è passato possono convincere. Solo riducendo il più possibile i sintomi fin da subito si può sopravvivere.

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