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Ebola fuori controllo. Pooley, l’infermiere sopravvissuto al virus: «Felice di essere vivo, il minimo che possa fare è tornare in Africa»

settembre 13, 2014 Benedetta Frigerio

Il racconto del 29enne inglese: l’emergenza affrontata a mani nude, la scoperta della malattia, l’angoscia e poi la guarigione. E ora la decisione di ripartire

william pooleyEbola continua a diffondersi in tutti i paesi dell’Africa occidentale colpiti dall’epidemia senza precedenti. I morti sarebbero ormai oltre 2.300 su un numero di persone infette dal virus che ha superato ampiamente le quattromila unità. Il presidente Obama ha annunciato l’invio di militari americani per aiutare ad arginare il contagio che sembra essere fuori controllo, l’Organizzazione mondiale della sanità ha esortato le agenzie umanitarie a prepararsi a triplicare se non quadruplicare gli sforzi compiuti finora. Secondo l’Oms infatti le misure convenzionali «non stanno avendo un impatto adeguato», l’epidemia si espande in maniera «esponenziale» e persino l’uso del taxi per recarsi in ospedale da parte dei contagiati è ormai diventato un «potenziale mezzo di diffusione del virus». Addirittura le autorità in Sierra Leone e in Liberia hanno deciso di mettere in quarantena tutti i cittadini dal 18 al 21 settembre.

LE CURE E LA GUARIGIONE. In questo quadro spaventoso William Pooley, l’infermiere 29enne inglese che ha contratto Ebola in Sierra Leone e ne è uscito a fine agosto grazie all’evacuazione nel Regno Unito e alle cure ricevute al Royal Free Hospital di Londra, ha annunciato che intende tornare in Africa. Intervistato dal Guardian, l’uomo ha detto che c’è ancora molto da fare in quelle regioni, e lui che è stato fortunato si sente in dovere di dare una mano.
«Sapere che io potevo tornare a casa e non essere curato in Africa mi ha dato molta speranza», ha raccontato ai giornalisti nella conferenza stampa convocata dopo la guarigione. Vedere «l’aereo che mi aspettava e una squadra di inglesi, è stato semplicemente incredibile, un sollievo». Ma nonostante la gioia per il successo dei trattamenti e  per la vittoria sulla malattia, lo sguardo di Pooley si vela di tristezza quando i ricordi tornano ai giorni in cui camminava per le strade della Sierra Leone: «Per me – dice – è un privilegio guardare negli occhi chi soffre». Per questo adesso l’infermiere annuncia di «voler fare qualcosa» e di essere «ancora più deciso a tornare lì».

OSPEDALI INERMI. Nell’intervista al Guardian Pooley descrive anche le condizioni degli ospedali africani, che neanche si avvicinano a quelle del centro in cui lui è stato curato: «Laggiù ci sono poche risorse e poca dignità per i pazienti morenti e convalescenti (…). Quando ho cominciato non c’erano abbastanza attrezzature, non c’era acqua corrente, non c’erano lenzuola o asciugamani per pulire i pazienti magari incontinenti, spesso confusi, quindi potete immaginare, con la diarrea e il vomito, i pazienti si trovano in condizioni orribili». Negli ospedali della Sierra Leone, dice l’infermiere britannico, «non c’era niente che si potesse usare per aiutare» i malati di Ebola. «Potevi solo improvvisare, trovare un modo per pulirli e cercare di trovare qualcosa».

«UNA MORTE ORRIBILE». Nel suo caso personale, il primo segno della malattia è stato un mal di gola. Dopo essersi sottoposto alle analisi mediche, ricorda Pooley, «sono andato a dormire e più tardi, quando era già buio, mi sono svegliato trovandomi davanti Ian Crozier, un medico meraviglioso che lavora là per l’Oms. Sono stato svegliato dalla sua voce: parlava con tono soffocato e quando ho visto che indossava le attrezzature di sicurezza personale ho capito che aveva una cattiva notizia. Incredibile, mi diceva lo stesso genere di cose che dicevo io ai miei pazienti (…): “Tu sei giovane, sei forte”».
La «cosa peggiore di tutte» per un infermiere impegnato con questa emergenza devastante? Trovarsi a dover «spiegare a mamma e papà che avevo contratto Ebola. È stato semplicemente orribile», ricorda Pooley. Che da malato sapeva bene cosa lo aspettasse: Ebola è capace di dare agli uomini una «morte orribile», tanto che per lui «la paura dei sintomi è stata forse superiore a quella di morire».

PRONTO A TUTTO. E adesso che sa di essere sopravvissuto l’infermiere britannico è pronto a tutto per aiutare i malati meno fortunati di lui. Sprona il governo Cameron e il presidente Obama a «mostrare un po’ di leadership» e a non perdere tempo. Invoca per la Sierra Leone l’arrivo di «un sacco di operatori sanitari internazionali». Dice di avere «un sacco di roba in testa» per contribuire ad arginare l’emergenza. Ma soprattutto si prepara a ripartire per l’Africa in prima persona. Esprimendo profonda gratitudine per il sostegno ricevuto da Londra e da tutto il mondo, Pooley è «felice di essere vivo». «Il minimo che potessi fare era tornare indietro e restituire il favore».

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