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E’ ora di rifare la Democrazia Cristiana?

luglio 29, 2011 Leone Grotti

«Uniamo le forze» per uscire dalla subalternità ai partiti, «perché in democrazia i progetti passano su base di maggioranza». Pubblichiamo l’articolo uscito sul numero 30/31 di Tempi, in edicola dal 28 luglio, in cui Parla Mario Toso, il vescovo salesiano che per il dopo Berlusconi sogna la fine della diaspora politica dei cattolici

Pubblichiamo l’articolo di Angela Ambrogetti apparso sul numero 30/31 di Tempi, in edicola dal 28 luglio.

Che siamo in crisi è chiaro a tutti. E non solo economica. Nell’epoca del “pensiero debole” la debolezza si ripercuote un po’ su tutto: etica, finanza, antropologia e naturalmente politica. Che fare? I cattolici italiani si affannano a capire chi votare alle prossime elezioni. I più attenti si chiedono se la “diaspora” dei politici cattolici deve continuare o se non sarebbe ora di rifare un partito unitario. Nella calura estiva di Roma arriva un venticello dalla parte di Trastevere. Nel palazzone di piazza San Calisto, zona extraterritoriale della Santa Sede, tra i vari dicasteri vaticani c’è il Pontificio Consiglio Justitia et Pax. È da qui che nasce ogni anno il messaggio del Papa per la Giornata mondiale della pace. Relazioni internazionali e dottrina sociale della Chiesa. Da due anni il segretario è un vescovo salesiano, Mario Toso. Classe 1950, veneto, fino al 2009 rettore della Pontificia Università salesiana, ha lavorato al Compendio della Dottrina sociale della Chiesa e alla Caritas in Veritate, ha studiato Jacques Maritain e Emmanuel Mounier attraverso la lente di Étienne Gilson, si è nutrito del popolarismo democratico di don Luigi Sturzo e dell’umanesimo cristiano del cardinale Pietro Pavan, ispiratore dell’insegnamento sociale pontificio del Novecento.

Toso non vive chiuso in ufficio, incontra spesso i giovani. E in questi ultimi mesi ha incontrato un gruppo di ventenni che si riuniscono nell’Istituto dei salesiani del Sacro Cuore a Roma. Scatta l’idea: «Perché non dare l’opportunità a questi ragazzi di crescere facendo pratica politica per diventare quella generazione nuova di politici cattolici che il Papa ha chiesto a Cagliari nel 2008 e a Venezia lo scorso maggio?». E incontra anche uomini politici, destra, sinistra, centro, ponendo la domanda se negli attuali partiti ci sia spazio per nuove generazioni di cattolici. «Ma la risposta è scoraggiante», confessa monsignor Toso. «Tradotta in linguaggio concreto suona così: non prendiamo ragazzi da fuori, ci servono solo giovani che siano funzionali». E allora come rinnovare una politica che non si scolla dal vecchio? «Mi pare impossibile che i cattolici siano condannati alla diaspora politica che ci fa sembrare cittadini di serie B! Insomma, mi sono chiesto se quella dei cattolici debba rimanere una presenza subalterna, dovuta non solo alla diaspora ma anche alla mancanza di una preparazione culturale adeguata, a un disorientamento». Salesianamente, don Mario si rimbocca le maniche: la diaspora non va subita. E per elaborare una nuova progettualità occorre unire le forze. Perché «la diaspora vede i cattolici disseminati in varie realtà politiche, perciò non riescono a diventare sufficientemente capaci di offrire un lievito nuovo. Diaspora è un’espressione negativa dell’aspetto positivo del legittimo pluralismo proposto dal Concilio Vaticano II. Diaspora significa che quello che è legittimo pluralismo diventa pluralismo indifferenziato, diventa dispersione». Va bene, ma come contrastare la dispersione dei politici cattolici “dispersi” da decenni? «In democrazia, se a livello politico, decisionale, legislativo si vuole essere efficaci, bisogna unire le forze. È una legge della democrazia. Certi progetti politici passano su base di maggioranza».
La premessa è chiara, ed è chiaro anche che non si parla di un nuovo partito. Almeno per ora. Ma rimane da capire la strada migliore: diaspora o pluralismo? «Se si assolutizza un certo pluralismo divaricato e non coordinato, si rischia di non arrivare a legislazioni che portino un certo timbro, lievitate dai valori di cui i cattolici sono portatori. Per cambiare le cose occorre che di fronte ad esse ci si ponga non con un atteggiamento di appiattimento, ma con un atteggiamento critico verso certi modi di condurre la politica piegata verso categorie di tipo mercantilista, che non mette in primo piano il bene comune, il bene di tutti, soprattutto dei più poveri. Se non si fa questo non si riesce a innovare».

Dalle categorie universitarie si passa a quelle economiche e politiche, attraverso un’analisi della storia dei politici cattolici. È chiaro che nessuno vuole “rifare la Dc”, perché «la Democrazia Cristiana ha avuto dei meriti storici, certo, ma anche dei demeriti, soprattutto nell’ultimo periodo, quando si è appiattita sulla gestione del potere senza una capacità d’innovazione interna. Sì, di rinnovamento si parlava, ma poi non si è fatto nulla». Ma davvero il Vaticano, il segretario di Stato Tarcisio Bertone, s’è mosso in prima persona, come raccontano i giornali? «Ma no! C’è un’autonomia del laicato cattolico. L’idea di rinnovare la conduzione della politica oggi, l’ipotesi di fare qualche cosa di nuovo rispetto a una situazione di diaspora, è prima di tutto nata dall’interno, dagli stessi uomini politici militanti nei vari partiti e nei vari poli, insomma nasce dal basso». E dall’appello del Papa, il quale si è fatto interprete di un’esigenza diffusa. «Per cui da varie parti ci si è mossi per riflettere sulle condizioni necessarie per formare la nuova generazione di politici che chiede Benedetto XVI».

Tempi lunghi e formazione
Primi passi: una cena di lavoro a fine giugno, un convegno pubblico (ma fuori dal Vaticano) il 14 luglio promosso dalla rivista La Società di cui il vescovo Toso è vicedirettore, per favorire la discussione. Incontri aperti a tutti: politici, movimenti e associazioni. «Si è cercato di capire quali siano le condizioni per il reale rinnovamento e la formazione. E certo non si potrà risolvere il problema in tre giorni, o con strategie di breve respiro, semplicemente creando un terzo polo, creando dei gruppi di cartello, cose tutte legittime e opinabili ma non sufficienti per l’obiettivo ultimo». Visione a lungo termine allora, non per presentarsi alle prossime elezioni? «Per rinnovare realmente, formare nuove generazioni di politici cattolici prima di tutto. C’è bisogno di tempi lunghi e di un supporto culturale, di un’opera di reale educazione che non è solo fornire nozioni, ma è anche far fare un tirocinio nelle realtà esistenti, nelle realtà politiche nazionali e internazionali dei partiti. Ecco di che cosa abbiamo parlato, dato il fatto che gli attuali partiti si mostrano, come già accennato, refrattari all’accettazione di nuove leve che non siano funzionali ai codici etici esistenti». Nessuna proposta immediata quindi, «non si è detto: adesso ci riuniamo per fare oggi stesso un movimento. Si è detto invece che ci riuniamo per discutere della crisi dei partiti, del fatto che tutti gli attuali partiti sono refrattari alla ricezione di nuove generazioni di politici cattolici, della necessità di avere a disposizione una progettualità culturale e una politica rinnovata».

Le riforme certo vanno bene, i mini-progetti e le modifiche delle regole procedurali pure, «ma il problema è che facendo solo questo, senza poter disporre di un reale rinnovamento di pensiero e di progettualità e anche di persone preparate non solo professionalmente ma anche dal punto di vista etico e spirituale, c’è il rischio che non facciamo arrivare linfa nuova alla politica». Anche l’idea di un esecutivo di unità nazionale, per il vescovo salesiano, è solo una soluzione «che può essere legittima di fronte alla fine di un governo, visto che non è ancora presente il nuovo, ma non è risolutiva di una crisi che è vasta e complessa». Dalla politica si torna alla dottrina. A quella dottrina sociale che monsignor Toso insegna, studia e diffonde da anni. Come quando a metà maggio ha incontrato esperti da tutto il mondo per fare un bilancio a cinquant’anni dalla promulgazione della Mater et Magistra di Giovanni XXIII. «Per risolvere in modo efficace la situazione di crisi e per far avanzare il nuovo c’è bisogno di ben altro che semplici ritocchi. Servono persone nuove, una mentalità nuova, un nuovo raccordo tra politica e società civile, tra politica e comunità ecclesiale». E qui arriva, con un sorriso, una frecciatina: «Come immaginare che ci siano nuove generazioni di politici cattolici, quando quelli che vengono formati nei partiti, anche di ispirazione cristiana, lo fanno tramite una summer school che è solo un’infarinatura o un modo tanto per dire: “Abbiamo fatto la formazione”?». Ritorniamo al Codice di Camaldoli? «C’è qualcosa di più aggiornato: il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa cattolica. È questo il patrimonio di base. S’inizia vedendo quanto di dottrina sociale si sta già vivendo, perché il popolo cristiano lo sta già facendo, ma deve prenderne coscienza. E prendere coscienza che scuola e famiglia hanno una dimensione politica che va coltivata e rappresentata».

Sulla scena internazionale in effetti si sono visti movimenti in questo senso. In paesi inaspettati come la Finlandia e l’Ungheria. «C’è un’esigenza di rinnovamento dei regimi, della politica stessa così com’è stata gestita fino a ora. Sono segnali dell’intuito della gente comune che capisce, sulla base della percezione della propria dignità, che determinati regimi non possono continuare a sussistere. È una voce che va colta, ascoltata. La gente ha l’intuito dei grandi valori: bisogna, attraverso le minoranze profetiche da choc, tenere vivo quest’intuito e poi dare alle persone i mezzi per cui questi valori si possano effettivamente realizzare». Ed ecco che ricominciamo da capo. Servono anche partiti nuovi, perché non si vuole essere la stampella di nessuno «e anche una nuova forma di democrazia, perché quella attuale si è piegata verso una post-democrazia, o una democrazia populista, che fa leva sulla partecipazione al momento delle votazioni, ma poi di fatto si dimentica di quello che la gente ha domandato. Si agisce attraverso atti di autoritarismo, dimenticando la partecipazione e bypassando i corpi intermedi». Largo soprattutto ai giovani allora, che rappresentano il futuro? Monsignor Toso sorride: «Giorgio La Pira affermava che i giovani sono come le rondini: “Annunciano la primavera”».

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