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Duecento anni fa nasceva Giuseppe Verdi: narratore dell’animo umano

novembre 24, 2013 Laura Cioni

Il nostro maggior compositore resta ancora in larga parte sconosciuto. Omaggio a Giuseppe Verdi, “uomo di teatro” che lesse le profondità del cuore facendone un’esperienza estetica ed etica piena e generosa

Il desiderio di offrire un omaggio a Giuseppe Verdi nel bicentenario dalla sua nascita nasce da una lezione di Riccardo Muti su Rigoletto tenuta all’Università Bocconi di Milano; essa ha fatto rivivere il ricordo di una serata alla Scala quando, quasi cinquant’anni fa, mio padre portò tutta la famiglia a vedere quest’opera. Il maestro Muti afferma in quella lezione – e ribadisce nel libro scritto in collaborazione con Armando Torno – che Verdi deve essere ancora studiato.

In effetti, a scorrere i titoli delle pubblicazioni divulgative sul maestro, si resta piuttosto sorpresi per la loro limitata consistenza: Verdi e il romanticismo, Verdi e Manzoni, Verdi e il risorgimento, Verdi e Wagner, Verdi e Shakespeare. Ogni tema aprirebbe risonanze culturali molto interessanti, ma la trattazione resta allo stato di abbozzo e giova poco a cogliere la grandezza del compositore che più di ogni altro interpreta l’anima italiana nella musica dell’Ottocento.

La linea critica più compatta è probabilmente quella che parte dal giudizio di Gramsci. Nel tratteggiare la figura dell’intellettuale organico, Gramsci ne lamenta l’assenza nella storia letteraria d’Italia, a causa del legame non articolato tra il popolo e una casta di scrittori tradizionalmente più legata ai libri che alle aspirazioni della nazione di cui fa parte. L’immersione nella realtà concreta è attuata perciò non dalla letteratura, ma dalla musica e in particolare dal melodramma. Verdi rappresenta così per il popolo italiano ciò che Eschilo e Sofocle furono per i greci, Shakespeare per gli inglesi, Tolstoj e Dostoevskij per i russi. I personaggi creati da questi autori, «travolti da passioni elementari, gelosia, amor paterno, vendetta, ecc. sono essenzialmente popolari in ogni paese».
L’ammirazione di Gramsci per Verdi ha generato una serie di giudizi critici che vanno dal rilievo concesso al melodramma nazionale e in particolare a quello verdiano nella ricostruzione in gran parte ingenerosa operata da Asor Rosa del romanticismo in Italia, per giungere alle pagine di storia musicale di Mila, che riconosce al compositore «un timbro nuovo, una diversa qualità umana, più virile, più energica, più animosa», che ben si concilia con gli umori romantici e risorgimentali prevalenti al suo tempo.

La strana capacità della sua musica
Tuttavia non può sfuggire che tali giudizi non spieghino del tutto la strana capacità che la musica di Verdi possiede, quella di cogliere qualcosa di così profondo nell’animo umano e di elevarlo non tanto al livello della comprensione intellettuale, ma di costituirlo come elemento di una esperienza estetica ed etica piena e generosa, esattamente come piena e generosa è la sua scrittura. Forse solo un uomo di teatro come egli fu, e come amava definirsi, ha il dono di questa pienezza e forse solo un direttore d’orchestra sente in modo così compiuto il suo apporto. La voce del critico, letterario o musicale che sia, rimane al di qua, un po’ più arida, un po’ più flebile.

Un modo cordiale di ascoltare Verdi permette di comprendere meglio alcuni tratti della sua biografia: innanzitutto l’infanzia alle Roncole, la famosa spinetta su cui imparò a suonare, la protezione del Barezzi che ne permise l’istruzione musicale. Verdi fu sempre legato alla terra che gli diede i natali, anche quando se ne allontanò per i suoi studi e il suo lavoro e girò l’Italia e l’Europa. Rimase sempre un contadino e investì nella terra i suoi guadagni di artista, con l’accortezza e la parsimonia di chi sa la durezza del lavoro dei campi.
Busseto gli diede la prima moglie, la figlia di Barezzi; da lei ebbe due figli, entrambi morti in tenera età. Anche la sposa morì anzitempo. Il dolore segna la prima maturità di Verdi e la sua musica è quella di un uomo che patisce e sa compatire. L’amore lo lega di nuovo, questa volta a Giuseppina Strepponi, con la quale convive lunghi anni in una relazione a quei tempi scandalosa anche per il mondo vivace degli artisti. Un’altra donna lo seduce, sul limitare della vecchiaia. La sua vita d’artista è una lunga serie di successi, ma anche di lavoro instancabile e di continuo sperimentare vie nuove nel solco della tradizione.

Verdi ammira Manzoni, così distante da lui per condizione sociale e convinzioni religiose; nel primo anniversario della morte dello scrittore viene eseguito il Requiem; il maestro è rude nei rapporti con impresari e librettisti, generoso nell’erezione della Casa di riposo per musicisti di piazza Buonarroti a Milano, partecipe dei moti risorgimentali, nominato senatore del Regno.
Ma la vita politica lo annoia ed egli si ritrova sempre più nella sua casa circondata dai filari degli alberi, immersa nel silenzio della nebbia; lì si spengono le luci della vita pubblica e resta il ritiro della cura dei campi, dello studio degli amati Haydn e Mozart. La terra, il lavoro, l’amore, il dolore. L’energia di Verdi è molto lontana dalla malinconia di Virgilio, ma gli stessi elementi sono presenti in entrambi. Non la natura, ma la campagna lavorata dall’uomo. La terra natale lasciata per l’arte e poi ritrovata. Il successo e il presentimento della fine. L’uomo al centro della poesia e della musica.

E infine la morte. Avviene a Milano, nell’hotel in cui il maestro risiedeva quando si recava nella città in cui aveva amici e collaboratori, l’editore Ricordi e Arrigo Boito, il poeta scapigliato che gli offre i libretti delle ultime due opere, l’Otello e il Falstaff. La città onora gli estremi giorni di Verdi cospargendo di paglia la via Manzoni, affinché il rumore delle carrozze e del traffico non ne disturbi l’agonia. Viva Verdi, acronimo di Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia, e il silenzio voluto da Milano attorno alla sua ultima battaglia sono forse gli unici ricordi condivisi, tramandati fin dalla scuola elementare, che gli italiani conservano del maestro. Per suo volere i funerali furono sobri.

Il tormento di Rigoletto
Verdi anticlericale e mangiapreti? Probabilmente, ma ciò non significa che egli non sia stato a suo modo religioso. Avrebbe voluto musicare gli Inni sacri di Manzoni, ma il progetto sfumò; fu attratto dalla storia biblica della deportazione degli ebrei e regalò all’Italia e al mondo il Nabucco. I temi di tante sue opere sono tratti dal teatro di uno dei più grandi geni religiosi dell’umanità, Shakespeare. Impossibile che la capacità ricettiva che Verdi aveva di quanto la cultura europea andava producendo al suo tempo, da Schiller, a Dumas, a Hugo, non lo abbia anche reso partecipe della sua particolare religiosità rivolta all’uomo. È su questo terreno che Verdi costruisce la vicenda di due personaggi cari agli amanti dell’opera. Nel 1853 a pochi mesi di distanza vanno in scena Rigoletto e Traviata.

Rigoletto è il buffone del Duca di Mantova, gobbo, acre nel divertire signori e cortigiani, ha al mondo un unico bene, la figlia Gilda, avuta dalla sola donna che abbia avuto pietà di lui e l’abbia amato. Solo per lei la scorza di un uomo avvezzo agli intrighi, reso cattivo dalla sfortuna e dalla deformità fisica, rivela un cuore che sa amare e proteggere. Ma il Duca, sotto la falsa identità di un povero studente, seduce Gilda; i cortigiani la rapiscono, credendola l’amante di Rigoletto. Tutta l’opera è percorsa dal tema della maledizione, lanciata da un cortigiano deriso dal buffone. Rigoletto ne è ossessionato e ciò aggiunge una nota tragica all’azione, fino allo scioglimento finale con l’uccisione di Gilda.
Pochi personaggi, caratteri ben delineati, fanno di quest’opera un esempio di come la musica, ancor più della parola, descriva l’animo umano. Il timbro tenorile del Duca ne rivela la lussuria da novello don Rodrigo: «Questa o quella per me pari sono» e «La donna è mobile, qual piuma al vento» cantano la dissolutezza del potente, avvezzo a ottenere tutto ciò che vuole. Rigoletto è un baritono e la potenza della sua voce ben si addice alla complessità del suo personaggio.

La signora delle camelie, l’opera di Dumas dalla quale Francesco Maria Piave trasse il libretto della Traviata, narra la storia abbastanza tradizionale della prostituta che si redime per amore. La vicenda è ambientata in gran parte a Parigi e si apre con una festa a casa di Violetta Valery, tra danze, fiori e brindisi. La donna è già ammalata di tisi e non sa se cedere all’amore che le dimostra Alfredo Germont. Troppo solita a relazioni frivole, di cui avverte però ormai la vanità, i suoi gorgheggi disegnano l’oscillazione tra la promessa di una stabilità e la continuazione di relazioni precarie, che la consegnano alla solitudine. «Follie, follie» nel presentimento di bene, da seppellire nel piacere già noto: «E la fuggevol ora s’inebri a voluttà». Ma l’amore vince e i due vanno a convivere in Provenza.
Violetta è mutata persino nel timbro della voce, più piena, più femminile rispetto agli acuti quasi deliranti del finale del primo atto. Il sole della Provenza riscalda anche la voce di una donna che vive la gioia di «essere amata amando». Ma il padre di Alfredo la raggiunge e le chiede la più grave delle rinunce in favore del buon nome della famiglia e del matrimonio della figlia, minacciato dallo scandalo. Violetta compie il sacrificio. L’amante ignaro la insulterà pubblicamente e solo in una soffitta parigina, sulla soglia della morte di lei, la ritroverà. E qui, nella povertà dell’abbandono, la voce di Violetta cambia ancora e diviene nostalgia di ciò che è stato per così breve tempo, sogno di una salute ritrovata con l’uomo amato, dolcezza tra le sue braccia e infine tra quelle pietose di Dio.

Con Violetta dritti al cuore
La Traviata non è, come nella lettura fatta troppo spesso, la denuncia dell’aridità della morale borghese e l’inno all’amore libero o peggio ancora, come di recente è stato scritto, un contributo alla lotta per il divorzio (sic!). Certo quella storia doveva essere scandalosa a orecchie puritane e la prima a Venezia non ebbe il successo che l’opera avrebbe avuto in seguito in tutti i teatri del mondo. Ma la sua forza non sta in un’operazione critica alla morale del tempo, quanto piuttosto nella verità psicologica e nell’evoluzione di un personaggio che diventa se stesso attraverso il sacrificio: e ciò corrisponde così tanto al cuore umano, l’amore attraverso il dolore, la purezza che riscatta la vita colpevole, da fare di Violetta Valery quasi l’emblema dell’eroina romantica, versione femminile dell’esule, “bello di fama e di sventura”, che sta in capo al classicismo romantico di Foscolo, agli inizi del nostro Ottocento.

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