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Due mondi nella rete dell’Europa

gennaio 26, 2012 Laura Borselli

Dalle disposizioni sui pesci da catturare a quelle per le coltivazioni agricole, le norme di Bruxelles hanno profondamente cambiato il volto di settori storici della nostra economia. I leader di Federcoopesca e Fedagri spiegano come. Tratto da Tempi 22/2010.

Sono due settori cruciali per la tutela dell’ambiente e storicamente molto importanti per l’economia italiana. E oggi sono sorvegliati speciali dell’Unione Europea. Con tutto quello di positivo e di negativo che questo comporta. «Oggi un pescatore che incappa in un disgraziato tunisino in mare ha meno problemi di uno che per sbaglio pesca un delfino», scherza Massimo Coccia, presidente di Federcoopesca. «E comunque sia chiaro che senza il sostegno economico dell’Europa tutta l’agricoltura, in Italia e non solo, sarebbe in ginocchio», precisa il presidente di Fedagri Maurizio Gardini. Sta di fatto che l’impatto dei regolamenti comunitari ha profondamente cambiato la fisionomia di due comparti in cui la cooperazione è storicamente molto forte. «Il settore della pesca – spiega Coccia – è particolarmente vocato all’organizzazione di tipo cooperativo. Non c’è un porto in Italia in cui non ci sia una cooperativa di pesca. La formula cooperativa è stata storicamente il luogo della risposta al bisogno dei pescatori». Oggi Federcoopesca associa 472 cooperative di produzione, ricerca, trasformazione e commercializzazione, con un impiego di 7.620 persone. A livello territoriale la maggioranza assoluta delle cooperative (il 52,5 per cento) si trova nel Mezzogiorno, il 33,9 per cento al Nord e il 13,6 per cento al Centro.

L’ingresso effettivo di Bruxelles nel settore ittico risale agli anni Novanta, con i primi regolamenti comuni per i pescatori di tutto il Mediterraneo «E già qui – riprende Coccia – si capisce che c’è qualcosa che non va: ci possono essere regolamenti uguali per un territorio che va dalla Grecia alla Spagna?». Suona strano ma è così e si tratta di regolamenti che, con le loro specifiche, mirano a regolamentare la pesca per salvaguardare l’ambiente e la biodiversità del Mediterraneo. «La tutela dell’ambiente è fondamentale anche e soprattutto per chi con la pesca ci vive: i pescatori sono i primi ad avere interesse a che le specie di pesci non si estinguano. Però quando in nome di questo principio sacrosanto si dimentica la professionalità dei pescatori c’è qualcosa che non va». Il riferimento è a tanti mestieri che rischieranno di scomparire quando, tra pochi mesi, le disposizioni di Bruxelles diverranno attuative.

Mestieri a rischio
Cosa ne sarà, ad esempio delle cosiddette acquadelle (latterini) abbondanti nella laguna veneta quando diverrà esecutivo il divieto di pescare sottocosta? E soprattutto cosa ne sarà delle piccole cooperative di pesca che si occupano solo di quel tipo di attività? In un sistema in cui l’uomo sembra fatto per le regole anziché il contrario, Coccia auspica l’ingresso di un pizzico di sussidiarietà, un ingrediente che è alla base della cooperazione, da sempre espressione di un movimento dal basso, di realtà che nascono dal territorio e per il territorio. In sostanza, è il ragionamento del presidente di Federcoopesca, l’Ue dovrebbe fissare dei paletti e poi lasciare che siano gli addetti del settore a organizzarsi per rispettarli. «Basti pensare che il fermo pesca, che fino a tre anni fa l’Europa non riconosceva neppure, è stato deciso dai pescatori autonomamente come strumento per salvaguardare alcune specie e dar loro il tempo di riprodursi». Insomma gli esempi di autoregolamentazione non mancano.

Il dirigismo di stampo europeo arriva anche nei verdi campi dell’agricoltura, dove tuttavia arrivano anche le copiose sovvenzioni, pari a circa 5 miliardi di euro all’anno, della Pac (politica agricola europea). «La Pac – spiega il presidente di Fedagri Maurizio Gardini – è importantissima per il nostro settore, anche se vi sono alcuni regolamenti troppo specifici che ingessano anziché rendere più fluide le dinamiche. E poi noi italiani riusciamo ad aggiungere più burocrazia persino lì…». Ancora una volta il richiamo è all’equilibrio tra il sacrosanto rispetto ambientale e le esigenze di competitività delle aziende agricole. Fedagri associa 465 mila produttori, dà lavoro ad oltre 63.800 lavoratori e genera un giro d’affari complessivo di 25,2 miliardi di euro, affermandosi nel panorama agroalimentare italiano come la maggiore tra le organizzazioni cooperative di rappresentanza, con ben sei, tra imprese e consorzi aderenti, che rientrano nella classifica delle prime 30 imprese italiane per fatturato. «Quello cooperativo – riprende Gardini – è un modello che funziona, e che da sempre è sinonimo di tutela del made in Italy, garanzia di sviluppo del territorio, caposaldo per la difesa del reddito agricolo e dell’occupazione, dal momento che le cooperative non trasformano produzioni estere e non delocalizzano i propri impianti».

Giovani, mode e agriturismi
Un settore, quello agricolo, che sembra attirare sempre più giovani. «Attenzione però a non confondere il ritorno di moda di un immaginario bucolico con persone che si dedicano completamente all’agricoltura. Certo, la crisi porta molti più figli di agricoltori a considerare di portare avanti le attività di famiglia. Ma il generico “ritorno dei giovani alla terra” non è affatto una realtà. C’è invece il settore delle aziende agricole che si allargano in agriturismo che attirano molti giovani». E comunque con tutto il parlare che si fa di filiera corta oggi gli italiani sembrano più attenti alla frutta e alla verdura che si portano in tavola. «Certo, ma la filiera corta non è affatto una scoperta recente. La mia cantina sociale che è nata nel 1908 da allora vende il vino sul territorio. La cosiddetta filiera corta è nel dna delle realtà agricole. Ma non dimentichiamo che questo segmento copre appena il 5 per cento del fatturato. Il settore agricolo italiano non sta certo in piedi con la filiera corta. Oggi il 50 per cento dei prodotti agricoli resta in Italia e l’altro 50 per cento va all’estero. E per andare all’estero la “filiera corta” non basta». E cosa serve? «Serve un fenomeno che in Italia sta iniziando: dotarsi di grandi dimensioni, integrarsi e aggregarsi. È questo l’imperativo per le cooperative agricole per vincere la sfida di un mercato sempre più globalizzato e selettivo, spesso ostile ai piccoli produttori, penalizzati soprattutto nel reddito».

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1 Commenti

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