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«Dostoevskij e il Meeting desiderano che l’umanità tutta sieda ai piedi di Cristo»

luglio 12, 2012 Redazione

Intervista a Tatjana Kasatkina, curatrice della mostra sul grande scrittore russo che sarà presentata al prossimo Meeting di Rimini

Tratto da ZENIT.org di Luca Marcolivio. Da sempre molto attento alla cultura dell’Europa dell’Est, in particolare slava e ortodossa, il Meeting di Rimini, alla sua prossima edizione, in programma dal 19 al 25 luglio prossimi, vedrà Fedor Dostojevskj tra i suoi protagonisti di primo piano.

È Cristo che vive in te. Dostoevskij. L’immagine del mondo e dell’uomo: l’icona e il quadro è il titolo della mostra interdisciplinare dedicata al grande scrittore russo. La professoressa Tat’jana Kasatkina, principale curatrice dell’iniziativa, ha anticipato a Zenit i contenuti dell’esposizione.

La mostra in programma al Meeting metterà in luce l’identità profondamente cristiana dell’opera Dostojevskj. In particolare attraverso quali opere e quali citazioni?

Preparando la mostra non abbiamo cercato tanto di mettere in luce le caratteristiche cristiane di alcuni dei testi di Dostoevskij quanto il suo modo di vedere il mondo, il modo cristiano di vedere il mondo che si origina in lui dalla sua profonda appartenenza al cristianesimo.

C’è una citazione in cui si vede in modo chiaro questa sua particolare capacità di vedere la realtà, e non è tratta da un romanzo bensì da una lettera. È la lettera che Dostoevskij scrisse a Masljannikov sul caso di Katerina Prokof’eva Kornilova. Questa citazione èun testo fondamentale per comprendere il tipo di creazione artistica di Dostoevskij e il suo sistema di immagini.

Masljannikov – su impulso di Dostoevskij – prese a interessarsi del caso della Kornilova, una giovane donna di vent’anni che aveva buttato dalla finestra la figliastra di sei anni ed era poi immediatamente andata ad autoaccusarsi di omicidio al distretto di polizia, mentre la bimba si era rialzata e si era rimessa a camminare, praticamente senza essersi fatta niente. La Kornilova era stata condannata e Dostoevskij insisteva che il caso fosse riesaminato basando il suo giudizio – che espresse apertamente sul Diario di uno scrittore – sulla possibile incidenza dello stato di salute della donna che probabilmente era affetta da turbamenti dovuti alla gravidanza. Il giovane ammiratore di Dostoevskij gli offrì il suo aiuto perché lavorava nel dipartimento atto al riesame del caso e poteva quindi occuparsi facilmente di portare avanti la pratica. Lavorando al caso Masljannikov, scrive a Dostoevskij una lunga lettera per raccontargli quello che aveva fatto e come intendeva continuare a muoversi e Dostoevskij risponde elencando a sua volta quello che era riuscito a fare da parte sua – tutte cose concretissime – e all’improvviso, in modo assolutamente inatteso, senza alcun passaggio intermedio, conclude: «A Gerusalemme c’era una piscina, Betzaetà, la cui acqua aveva il potere di curare ma solo quando veniva mossa da un angelo disceso appositamente dal Cielo. Un malato si era lamentato con Cristo perché non c’era la persona che potesse immergerlo nell’acqua. A giudicare da questa lettera, per il nostro malato questa persona vuole essere lei: non lasci passare il momento in cui l’acqua si agiterà. Di questo vi ricompenserà Dio e anch’io continuerò ad agire fino alla fine» (Lettera a K.I. Masljannikov, 5 ottobre 1876, Pietroburgo).

Dietro alla storia (o più correttamente nel profondo della storia) della Kornilova, dietro all’affaccendarsi per lei di Dostoevskij e del suo giovane aiutante, emerge la storia evangelica del paralitico che dimorava alla piscina di Betzaetà. Era lì in attesa di una persona, perché se non si fosse trovata questa persona, neanche con l’arrivo dell’angelo sarebbe potuto guarire. Per il paralitico questa persona non si trovò e gli toccò aspettare Cristo, Dio e Uomo in una sola Persona.

Così Dostoevskij scopre l’immagine bi-composta della realtà – nella profondità della contemporaneità più scottante egli riconosce la storia evangelica – e allo stesso modo costruisce le immagini nelle sue opere letterarie.

Per quanto riguarda le opere di Dostoevskij che abbiamo incluso nella mostra, abbiamo scelto quelle che esprimono più chiaramente questo modo di vedere la realtà: Il contadino Marej – un racconto che si trova nel Diario di uno scrittore in cui Dostoevskij narra di come ai lavori forzati abbia imparato a trovare l’uomo nell’uomo e Dio nell’uomo –, il racconto Il bambino alla festa di Natale da Cristo, la scena della banja nelle Memorie di una casa morta, Delitto e castigo, L’idiota e I fratelli Karamazov.

Che tipo di immagini avete scelto? A suo avviso i testi dostojevskjani si sposano meglio con l’arte orientale o con quella occidentale?

Esporremo una serie di raffigurazioni sia di quadri occidentali che di icone orientali. Si tratta per la maggior parte di opere che Dosteovskij ha visto, che l’hanno ispirato e che, in un certo senso, lui stesso ha raffigurato testualmente. Altre invece, i cui autori sono nostri contemporanei, sono ispirate all’opera di Dostoevskij e altre ancora esprimono a prescindere dalle sue opere la stessa idea che lo aveva animato in un determinato momento della sua produzione artistica.

Il punto è che nella sua opera Dostoevskij unifica i due principi, quello che sta alla base dell’icona e quello che è alla base della pittura occidentale, e attraverso i suoi testi noi capiamo (e nella mostra lo spieghiamo) che l’icona e il quadro non sono due principi contrapposti ma le due metà di una stessa tradizione.

Alla realizzazione del progetto hanno contribuito un’ottantina di studenti italiani e russi. È stato difficile armonizzare la creatività di persone così giovani e di culture così diverse?

Rispetto al fatto che abbiamo provato ad armonizzare la creatività di culture così diverse, tutto il resto non è stato poi così difficile! Abbiamo semplicemente cercato di seguire sempre un principio fondamentale, sia lavorando sulle diverse culture che con i ragazzi con cui abbiamo preparato la mostra Collaborazione e non concorrenza.

In qualsiasi polo ideologico di una cultura è incluso implicitamente anche il suo opposto. Basta semplicemente non definire come intero quello che è solo una delle manifestazioni di un intero ma imparare a riconoscere come “una stessa cosa” è stata espressa “in tutt’altra cosa”.


Questa edizione del Meeting sarà caratterizzata da un’altra iniziativa “dostojevskjana”: la riduzione teatrale di Delitto e Castigo. Come si spiega questa forte affinità elettiva tra il grande scrittore russo e la kermesse riminese?

Probabilmente il punto è in fondo sia il Meeting che Dostoevskij desiderano una cosa sola: che l’umanità tutta sieda ai piedi di Cristo – come fece un tempo Maria scegliendo “la parte migliore” – e che Cristo possa così agire attraverso questa umanità unita, attraverso il Suo corpo…


Il tema del Meeting di quest’anno è l’infinito: quanto infinito c’è nell’opera di Dostojevskj?

L’infinito è quel qualcosa in cui l’intero e una sua parte si equivalgono. Basta allora che da qualche parte si renda presente anche solo una piccola goccia di infinito perché esso si riveli totalmente.

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