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Dopo gli scontri la Val di Susa si risveglia ferita e stanca da vent’anni di propaganda

novembre 16, 2012 Marco Margrita

In Valle ci sono casalinghe, impiegati e pensionati che dicono «siamo tutti black-bloc». Ma c’è anche una “maggioranza silenziosa” che non si esprime pubblicamente ma prova fastidio e paura

È una Val di Susa ferita nel profondo, quella che si risveglia dopo le notti di guerriglia tra No Tav e forze dell’ordine. È una Val di Susa, specie nel fronte dialogante, decisamente preoccupata per gli sviluppi futuri. Le lettere minatorie (con tanto di “polveri”, a mimare l’attacco chimico) ai sindaci di Susa e di Chiomonte (quest’ultimo già vittima di diversi atti vandalici). Gli scontri per i lavori di tre semplici trivelle per sondaggi geognostici. L’assenza di ogni dissociazione da parte dei leader locali, di piazza e di palazzo, rispetto a questi gesti. C’è paura. E l’allarme, da parte degli analisti, per una protesta sempre più infiltrata da settori dell’autonomia.

In Valle ci sono casalinghe, impiegati e pensionati che dicono, senza alcuna coscienza dell’irresponsabilità, segnati da vent’anni di propaganda: «Siamo tutti black-bloc». Ma c’è anche una “maggioranza silenziosa”, mai troppo entusiasta di una linea ferroviaria all’inizio spiegata male, che non si esprime pubblicamente ma prova fastidio, disagio, paura. Chi, invece, si è esposto nella difficile strana del dialogo, oggi, lamenta di essere stato “scavalcato”.

Il sindaco di Susa, Gemma Amprino affida ai giornalisti un appello-sfogo: «Occorre sospendere i lavori, per aprire un momento di riflessione con le istituzioni. Non è accettabile che vengano aperti dei cantieri, se prima non si è in grado di garantire la sicurezza della popolazione. Come è pensabile – continua – aprire un grosso cantiere come quello della stazione internazionale di Susa, se per tre trivelle e due giorni di “cantiere leggero” si è scatenato il finimondo».

Secondo il primo cittadino, che lo dice anche pensando a Chiomonte, non si può «continuare così, senza fermarsi, c’è il rischio di sfregiare la vocazione turistica della nostra Valle». Sono lontano i tempi della mobilitazione generale, dell’ampia partecipazione popolare. La Val di Susa rischia di diventare il palcoscenico di minoranze violente, a parole e a gesti, che si contendano l’egemonia sul comunque telegenico movimento No Tav.
Intanto Alberto Perino definisce «autogol la scelta dei sondaggi fatti per dimostrare alla Francia che i cantieri qui si possono aprire». C’è chi teme rischi di aver ragione.

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