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«Dopo Fukushima il Giappone è cambiato». Parla l’ambasciatore italiano a Tokyo

marzo 7, 2012 Daniele Ciacci

Intervista a Vincenzo Petrone. «L’industria atomica dopo Fukushima ha subito un colpo molto forte. L’equazione economica sulla convenienza del nucleare è stata messa in discussione. Ora il paese è entrato da gigante nel mercato del gas liquefatto. I media occidentali hanno enfatizzato la crisi».

A un anno dal disastro di Fukushima, tempi.it discute dell’attuale situazione del Giappone con Vincenzo Petrone, ambasciatore per l’Italia a Tokyo.

Nel primo anniversario del terremoto, dello tsunami e della crisi nucleare, com’è la situazione in Giappone?
Bisogna distinguere tre aspetti fondamentali per comprendere questo paese. Uno di questi è sociopolitico, uno industriale, un terzo energetico. In primo luogo, il Giappone non è cambiato molto dall’incidente di Fukushima. I governi continuano ad essere abbastanza precari. Ancora non si vede nessuno spirito riformistico nelle forze politiche, ma la società resiste bene. Sull’aspetto industriale, il Giappone in questa crisi ha dimostrato la propria centralità nella Global supply chain. Questa nazione è centrale nella costruzione di strutture complesse che servono all’industria globale. Ultimamente, questa visione è stata scalzata dalla favola del miracolo cinese e della sua superiorità manifatturiera. Ma è il Giappone il vero motore dell’industria. Faccio un esempio. Dopo il problema nucleare, la produzione nipponica di microprocessori – il 40 per cento di quella globale – si è interrotta. Questo ha scatenato il panico nella produzione automobilistica mondiale. Il primo impianto ad essersi bloccato è stato quella della General Motors in Luisiana. Via via si sono bloccasti altre fabbriche, tra cui quella Fiat a Torino. Perché? Perché mancavano le componenti giapponesi. Stessa storia per le pellicole degli schermi ultrapiatti. Insomma, i volumi manufatturieri cinesi saranno pure enormi, ma senza l’industria giapponese non esisterebbero.

Come si è affrontata l’emergenza energetica?
Il Giappone, dopo la Francia, era il paese che più dipendeva dall’energia nucleare. Erano in funzione 54 reattori. Adesso, ne sono attivi soltanto due. La crisi di Fukushima ha chiarificato alcune evidenze. Anzitutto, non esiste nessuna centrale nucleare assolutamente sicura. E di conseguenza, assolutamente pulita o economica. Quello di Fukushima era un impianto costruito a regola d’arte. La struttura era antiquata, ma i reattori erano tra i più moderni. È come se a una vecchia macchina avessero cambiato motore e convertito le componenti in altre più efficienti. L’anima è completamente nuova. Per quanto riguarda la sicurezza, la struttura era stata edificata nei luoghi considerati, al momento della fondazione negli anni Settanta, tra i più sicuri. L’evoluzione della geologia ha poi mostrato che quelle aree non erano protette. Ma, ad allora, non era stato commesso alcun errore.

La centrale di Fukushima era sicura?
Fukushima aveva una serie di protezioni di tutto rispetto. Le statistiche storiche per rilevare il pericolo di tsunami andavano indietro di mille e cento anni. Si erano scoperte indicazioni sugli tsunami nelle incisione nei templi che risalivano all’800 d.C. Si era calcolato che le onde anomale non avevano mai superato i sei metri d’altezza, così i giapponesi hanno costruito un muro nell’oceano alto sette metri. Hanno creato un altro bacino, muri di cemento armato, impianti di refrigerazione. Non è servito. Non ci si aspettava uno tsunami di dodici, in alcuni punti di quindici metri.

In che modo si sta riorganizzando la politica energetica nipponica?
L’industria atomica dopo Fukushima ha subito un colpo molto forte. L’equazione economica sulla convenienza del nucleare è stata messa in discussione. Ci aveva già pensato Giulio Tremonti poco tempo fa, quando ebbe a dire che il costo dell’energia non andava calcolato in kilowatt per il costo della gestione, ma ad esso andava aggiunto il costo di un eventuale incidente e dell’annesso smantellamento. Per bonificare e demolire Fukushima ci vorranno venticinque anni. Queste casualità rientra nel costo per kilowatt. Tanto è vero che il governo giapponese sta nazionalizzando la Tepco, società che gestiva l’energia atomica, perché non riesce a sopportare i costi di ricostruzione. Il ritorno del Giappone sull’energia non nucleare ha comportato due effetti interessanti. Innanzitutto, il paese è entrato da gigante nel mercato del gas liquefatto. Questo sta facendo salire moltissimo il costo effettivo del combustibile. In secondo luogo, c’è un forte incentivo per la ricerca nell’ambito del rinnovabile. E in queste tecnologie, gli scienziati stanno facendo passi da gigante.

Adesso, in Giappone sono chiusi quasi tutti gli stabilimenti nucleari. Vi è sotto una ragione sensata o soltanto emotiva?
Sul piano di politica interna, una volta che in Giappone gli impianti si bloccano è previsto dalla prassi che le prefetture diano il proprio benestare per la riattivazione. Ma non lo danno, perchè richiedono parametri di sicurezza più elevati e una lunga trafila di stress test sugli impianti. Il che dilata i tempi. È quindi una necessità rivolgersi ad altre fonti. In ogni caso, credo che l’opinione pubblica in generale stia cambiando giudizio sul nucleare. Si sono raccolte più di un milione di firme per chiedere un referendum sulla sua abolizione. Cosa che, prima di Fukushima, era impensabile.

L’allarme lanciato da Fukushima è stato sicuramente grave. Ma l’opinione pubblica non ha enfatizzato troppo il pericolo di una nuova Chernobyl?
L’opinione pubblica giapponese non ha esagerato la crisi di Fukushima. I media internazionali e alcune opinioni pubbliche europee, al contrario, l’hanno fatto. L’ambasciata italiana, invece, è stata una delle poche a non chiudere durante l’incidente. Da parte sua, il governo giapponese ha fatto il suo dovere. Gli si può criticare forse una certa timidezza nel trattare con la stampa, ma non significa che siano stati in cattiva fede. Con un team di protezione civile dell’esercito italiano, abbiamo effettuato delle rilevazioni autonome sull’inquinamento radioattivo, e i nostri dati coincidevano con quelli comunicati dal governo giapponese.

È fondamentale l’energia atomica per il Giappone?
No. La produzione nucleare giapponese sta facendo a meno del nucleare. Il Fabbisogno energetico dipendeva per il 28 per cento dall’energia atomica. Si è deciso di ovviare a questa riduzione incrementando altre forme di energia alternative. A mio parere, l’economia sta soffrendo molto più per il cambio tra lo yen e il dollaro e l’euro.

Si stanno organizzando delle commemorazioni?
Sì, ma con molta misura. Il pomeriggio del 12 marzo si terrà una cerimonia di un’ora con l’Imperatore, alla quale sono invitate circa duemila persone. Poi ci saranno celebrazioni religiose locali, in ogni caso discrete.
twitter: @DanieleCiacci

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