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Doninelli, i Led Zeppelin, il rock e chi l’ha rovinato: «Mtv»

gennaio 16, 2012 Carlo Candiani

Intervista allo scrittore e saggista Luca Doninelli in occasione dell’anniversario dell’uscita del primo album dei Led Zeppelin, che ha cambiato il panorama musicale mondiale: «Lo stupore che i musicisti provarono nell’ascoltarli è stato pari a quello degli scrittori del ‘900 che per la prima volta hanno letto Hemingway»

17 gennaio 1969: la casa discografica “Atlantic” pubblica il primo ellepì di un gruppo che farà la storia del rock, i Led Zeppelin. In tre anni sfornarono quattro album imprescindibili per chi vuole capire il fenomeno musicale che cambiò il Novecento. Ma cosa provavano i giovani all’inizio degli anni ’70, all’ascolto di “Good times, bad times” o di “Whole lotta love”, per citare alcuni tra i titoli più famosi del gruppo inglese? «A quel tempo ero ragazzino e pensavo che nella vita avrei fatto qualcosa di artistico» racconta a tempi.it Luca Doninelli, scrittore e saggista. «Per me è stata come la frustata della semplicità: l’idea che, per fare musica, prima del contrappunto, dell’armonia, occorra l’energia. Penso non solo a loro, penso agli Who di “My generation”, ai quali i Led Zeppelin devono moltissimo: era un messaggio semplice che portava la musica alla sua essenzialità. Ho sempre pensato che il riff di chitarra iniziale di “Whole lotta love”, possa essere paragonato alle note iniziali della “Quinta” di Beethoven: sono le note che introducono al destino dell’uomo».

E in campo letterario a chi possono essere paragonati i Led Zeppelin?
Lo stupore che i musicisti provarono nell’ascoltarli è simile a quello che gli scrittori di inizio ‘900 ebbero alla lettura di “Addio alle armi” di Hemingway, scoprendo un modo completamente diverso di scrivere.

Oggi sembra che il rock non sia più capace di rappresentare i movimenti giovanili, come “Occupy Wall Street”.
È vero, anche se Occupy Wall street parte da assunti ideologici astratti. Io posso capire l’arrabbiatura di fondo, però il rock prendeva e prende le mosse da una rappresentazione di principi vitali ed elementari: voglia di vivere, liberarsi dalle convenzioni e dagli obblighi. C’erano dei contro, ovviamente: a volte si concepiva la libertà solo come possibilità di fare ciò che si vuole, si inneggiava ad una libertà sessuale deresponsabilizzante. C’era un aspetto di violenza futile davvero deprecabile, se l’avessero convogliata solo nella musica sarebbe stato meglio. Quella musica comunque si basava sul ritmo, sulle pulsioni del cuore, sulla grande comunicazione persuasiva di energia vitale.

La critica accusò subito il rock di “satanismo”.
Ci sono stati contatti con autori in odore di “satanismo”, a me però interessa la semplicità, legata al cuore umano, da cui partivano. Che, è vero, un minuto dopo è scivolata nella ideologia: ma a me interessa il minuto prima. Così come accadde ai movimenti pacifisti: sorti per gridare alla società la protesta di chi vedeva i propri figli e amici morire in guerra, si trasformarono in movimenti ideologici e il rock fu usato anche per questi scopi.

Dieci anni fa, in un suo romanzo, ha scritto di un chitarrista rock, che si tagliava la mano, segno di una violenza autodistruttiva, della quale la storia del rock è costellata. Oggi queste storie non si sentono più.
Non credo. L’arte deve essere un po’ maledetta: diceva Flannery O’Connor che la maledizione la si può usare per il bene e l’arte serve anche a questo. Questo vale oggi come ieri: da un lato ci sono i rapper come Eminem, che per me è un vero poeta, oppure Nick Cave. Entrambi grandi artisti che incarnano gli aspetti della maledizione e del dolore. Penso anche ai migliori Radiohead di “Ok computer” e di “Paranoid Android”, l’ultima grandissima canzone della storia del rock.

Canzoni provocatorie, che però trasmettono il desiderio di comunicare le proprie ansie.
A me sembra che il vero problema sia tutto qui: i grandi vivono sempre in una situazione di semi-illegalità; mi viene in mente Amy Winehouse, che io paragono ad Aretha Franklin. Il fenomeno negativo della musica d’oggi è Mtv, elemento di normalizzazione, da lì arrivano questi messaggi: tu drogati, fai le tue porcate, tanto poi c’è la mamma che ti fa l’ovetto sbattuto e basta che sei carino, che figuri bene, che sei sexy…

Quindi il messaggio del “rock maledetto” è uguale oggi come ieri?
Il messaggio di un artista è il grido del cuore umano, il messaggio è questo grido. E l’industria della musica che poi addomestica e mette sotto chiave questo grido, trasformandolo ed educandolo attraverso la patina del conformismo del “look”: si è protetti da questa patina, che nasconde e giustifica le peggiori cose.

Gli anni ’70 erano diversi?
Erano, prima di tutto, molto più semplici. Non sto qui a fare il peana della musica dei ’70, ogni epoca ha avuto i suoi grandi artisti, ma oggi c’è un potere che vuole rinchiudere tutto in una gabbia, per controllare meglio ogni cosa.

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