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«Per don Giussani il canto era un modo per parlare con Dio». Intervista a Adriana Mascagni

febbraio 23, 2012 Daniele Ciacci

A sette anni dalla scomparsa, la “voce” di Cl racconta perché il prete di Desio diceva che «all’inizio del movimento c’è il canto». «Era un uomo vero, che non aveva diaframmi tra quel che era e quel che diceva»

In occasione del settimo anniversario della morte di don Luigi Giussani e del trentesimo anniversario del riconoscimento pontificio della Fraternità di Cl (LEGGI IL COMUNICATO) si stanno celebrando Messe presiedute da cardinali e vescovi in centinaia di città italiane e in tutto il mondo. Qui l’intervento del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, sull’Osservatore Romano.

«Non davo molto credito alla Chiesa. Quando l’ho incontrato, è stato una rivoluzione. Mi aveva già tacitamente conquistato ma, durante una lezione, ci fece ascoltare un disco di padre Duval. Ha toccato un nervo scoperto, quello del canto».
Così Adriana Mascagni, autrice di molti dei più bei canti della tradizione di Comunione e Liberazione, racconta a tempi.it il suo incontro con don Luigi Giussani, a sette anni dalla morte.

Come ha incontrato don Luigi Giussani?
Avevo sedici anni. Frequentavo il liceo “Vittoria Colonna” a Milano, e lui era il mio professore di religione. In quel periodo, io ero un tipo piuttosto arrabbiato e ribelle. Non davo molto credito alla Chiesa. Quando l’ho incontrato, è stato una rivoluzione. Per la prima volta incontravo un uomo che non aveva nulla di schematico. Era una persona viva, che interloquiva in maniera seria e, benché non capissi sempre i suoi discorsi, si notava che era molto diverso da chi parlava di Cristo in quegli anni. Non sembrava che parlasse di religione. Parlava dell’umano. Era molto serio nell’insegnamento di religione, una materia a cui non si dava molto credito. Ci dettava i suoi appunti, che poi sarebbero diventati i suoi libri. Erano piccoli brani su cui si discuteva. L’impressione più viva che ancora ho di lui è quella di un uomo vero e intero, che non aveva diaframmi tra quello che era e quello che diceva.

Quando hai iniziato a seguirlo?
Alla fine di quell’anno. Lui mi aveva già tacitamente conquistato ma, durante una lezione, ci fece ascoltare un disco di padre Duval. Ha toccato un nervo scoperto, quello del canto. La musica era dentro a tutto quello che lui diceva. Le canzoni erano, per lui, un modo per parlare con Dio. Un Dio vero, per carità, ma per me ancora molto distante. Questo mi ha fatto crollare. Quando una mia compagna di scuola mi ha invitato a Gioventù Studentesca, ho accettato per curiosità. Non mi aspettavo d’incontrarlo, e quando lui mi vide mi chiese: «Cosa fai tu qui?». Era abituato alle mie obiezioni. E l’ho seguito. A fine anno gli domandai, visto che erano previste delle vacanze estive, se c’era ancora posto. Lui mi propose di andare a Varigotti, a settembre, per seguire gli esercizi spirituali. Non avevo il cuore di dirgli di no, ma non ne avevo proprio voglia. Sono partita dicendo: «Saranno gli ultimi». Invece, sono stati i primi.

Perché il canto era così importante per don Giussani?
Giussani ripeteva che all’inizio del movimento c’è sempre stato il canto. La musica era una dimensione del modo di porsi di don Giussani. Fin dalla prima Messa cui ho assistito, nella chiesa di San Gottardo al palazzo, mi ha colpito sentire un popolo che cantava all’unisono e bene. Avendo una sensibilità musicale derivatami dalla mia famiglia, mi ha subito coinvolto questa bellezza. Non era il fatto musicale in sé, ma il fatto preso così seriamente. Se non si cantava bene, Giussani si arrabbiava. I primi canti li ha insegnati lui stesso: Vero amore è Gesù, O cor soave. Li faceva cantare all’unisono, con una sola voce. Poi, con il tempo, il bacino di canti si è ampliato prendendo da diverse tradizioni: i cori alpini, le canzoni scout…

Anche lei ha lasciato molte canzoni al Movimento.
Sì, ma non da subito. Una sera mi ha ascoltato suonare la chitarra e cantare le mie canzoni. Eravamo una decina d’amici. Il giorno dopo, in vacanza, mi chiese di cantare De la crudel morte del Cristo dopo l’elevazione. La cosa è proseguita in modo sempre più intenso. Da lì, iniziammo coi canti polifonici, e nacque il primo coro di Gs. Imparavamo le voci direttamente dai dischi perché non era facile trovare gli spartiti. È stato il periodo più intenso della mia vita, grazie a don Giussani. E sempre di più, la sua presenza ha mosso tutto di me, e la sua compagnia mi ha fatto scoprire Gesù Cristo e la Chiesa.
twitter: @DanieleCiacci

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