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Dolce&Gabbana: «Non siamo evasori ma rischiano di farci chiudere. Vogliamo fare vestiti. Punto»

luglio 24, 2013 Redazione

Gli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana, assolti dall’accusa di evadere il fisco, rischiano di «dover chiudere» per via di una multa da 400 milioni ancora in essere

Se la maxi multa del fisco dovesse essere confermata, Domenico Dolce e Stefano Gabbana potrebbero essere costretti a chiudere bottega. Oppure a lasciare l’Italia ed emigrare all’estero, azienda compresa. Con tutte le conseguenze negative in termini occupazionali e di danno per l’immagine del paese e della moda italiana che comporterebbe. A dirlo sono proprio i due stilisti in una lunga intervista oggi al Corriere della Sera a commento della decisione di chiudere i negozi per tre giorni in segno di protesta dopo che l’assessore alle attività produttive del Comune di Milano Franco D’Alfonso li ha pubblicamente definiti «evasori fiscali» e della paradossale vicenda giudiziaria che li vede coinvolti.

SENTENZE. Mentre, infatti, come ha spiegato a tempi.it il loro avvocato Massimo Dinoia, la sentenza penale del Tribunale di Milano li ha assolti dall’accusa di maxi evasione al fisco per un miliardo di euro «perché il fatto non sussiste», la multa da 400 milioni in capo alla società Gado per omessa dichiarazione dei redditi rimane in essere, per effetto della sentenza della Commissione tributaria, e potrà essere riscossa dall’Agenzia delle entrate. Sempre che il ricorso dei legali contro la multa in questione non dovesse andare in porto.

«VOGLIAMO SOLO FARE IL NOSTRO MESTIERE». «Vi pare possibile – ha detto Stefano Gabbana al Corriere – che per gli stessi identici fatti, sulle stesse identiche carte, possiamo essere assolti nei processi penali e condannati in quello tributario? Noi sappiamo fare i vestiti. Vogliamo fare vestiti. (…) Punto». Perché mai allora il marchio D&G è stato venduto alla Gado, in Lussemburgo, domanda l’intervistatore? «Scusi, ma noi siamo un marchio mondiale. Non è che possiamo aprire in Cina o in Brasile appoggiandoci, faccio per dire, alla Cassa Rurale di Rogoredo», risponde Gabbana. «Una azienda che opera a livello internazionale ha delle società internazionali. Ovvio. Mica era una operazione illegale!».

«CI HANNO SOPRAVVALUTATI». La Commissione tributaria sostiene però che 360 milioni per quel marchio sono pochi, insiste l’intervistatore. Ma questa è la stima fatta da Price Waterhouse Coopers, ribatte ancora Gabbana, che aggiunge: «Non ce la siamo fatti in casa: abbiamo chiesto a loro». Il punto è che, secondo i magistrati, il valore del marchio sarebbe stato il triplo, pari a più di 1,1 miliardi di euro. «Un miliardo! Ma chi l’ha mai visto un miliardo – fa eco Domenico Dolce – è chiaro che (…) ci hanno sopravvalutati. Ma noi? Mica potevamo decidere facendoci leggere le carte dalla maga Cloris!».

«CON LA MULTA CHIUDIAMO BOTTEGA». E se dovesse essere confermata la multa da 400 milioni di euro, prosegue Dolce, «Chiudiamo. Cosa vuole che facciamo? Chiudiamo. Non saremmo in grado di resistere. Impossibile». E precisa Gabbana: «Chi immagina un ricatto morale sui dipendenti si sbaglia. Se ci meritassimo la condanna, niente da dire. Ma non la meritiamo».

«DOV’È L’ORGOGLIO DELLE ISTITUZIONI?». Dolce e Gabbana, infine, in merito alla decisione di abbassare per tre giorni le serrande in segno di protesta, chiariscono una volta per tutte: «Mica ce l’abbiamo col Comune di Milano. Ce la siamo presa con l’assessore. Chi mai gli aveva chiesto qualcosa? Che motivo aveva per tirarci in ballo? (…) Il fatto è che non abbiamo mai avvertito intorno l’orgoglio delle istituzioni per quello che rappresenta Dolce e Gabbana nel mondo. Come se la moda fosse una cosa secondaria. Sentiamo l’orgoglio dei milanesi e degli italiani, sì. Ma mai abbiamo avvertito questo orgoglio delle istituzioni. Mai».

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