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«Divorzio breve allo sportello comunale? Ma così lo Stato abbandona la famiglia alla legge del più forte»

ottobre 3, 2014 Matteo Rigamonti

Intervista a Francesco Belletti (Forum Famiglie): «Il governo impone per decreto la privatizzazione radicale del matrimonio. La famiglia non è un bene comune?»

Tra una settimana il divorzio breve potrebbe divenire realtà in Italia. Secondo il Corriere della Sera, infatti, il governo Renzi sarebbe pronto a inserire la norma che lo istituirà, inizialmente affidata a un disegno di legge, all’interno di un decreto che sarà approvato insieme alla riforma della giustizia civile, bypassando così il dibattito in aula. Una soluzione che preoccupa Francesco Belletti, presidente del Forum delle Associazioni familiari (foto sotto a sinistra). «Non solo l’articolo 6 prevede la possibilità di separarsi davanti a un avvocato anziché al giudice», avverte Belletti, «ma tra le righe dell’articolo 12 si scopre addirittura che un qualunque ufficiale di stato civile potrà raccogliere la volontà dei coniugi di rompere il legame matrimoniale e rendere effettiva la loro separazione». E aggiunge: «Mi chiedo con quale competenza un dipendente comunale potrà verificare che l’intenzione di separarsi sia effettivamente condivisa e non imposta al coniuge più debole».

Presidente Belletti, sciogliere il matrimonio diventerà semplice come ritirare un pacco alle poste?
L’aspetto francamente più sbalorditivo di questa assurda proposta di legge è proprio quello di voler ridurre, tramite decreto, l’impegno matrimoniale a un semplice accordo privatistico tra le parti. Senza più nemmeno prevedere la mediazione autorevole del pubblico ufficiale, soprattutto in caso di crisi. È un impegno che per legge lo Stato italiano è ancora tenuto a prendersi. È vero che ormai si tratta di un principio dal valore meramente formale, tuttavia siamo così sicuri, mi domando, di volerlo cancellare?

Cosa c’entra lo Stato con la relazione personale e affettiva tra marito e moglie, anche nell’eventualità in cui essi dovessero decidere di lasciarsi?
È la sfida insita nel legame sociale quella di rendere due persone che intendono sposarsi responsabili l’una nei confronti dell’altra, ma anche, insieme, verso i figli e la società intera. E prevedere che il matrimonio si sostanzi in un insieme di diritti e di doveri, oltre a documentare una comune responsabilità, è anche una garanzia in difesa della persona più debole e meno tutelata.

La donna?
Può essere; e talvolta per ragioni economiche. È questo il motivo per cui già nel diritto romano la donna, che era ancora subordinata alla potestà del capo famiglia, godeva di alcuni diritti che per la prima volta furono esplicitati. Ma anche i figli, dei quali i genitori sono tenuti ad occuparsi fino in fondo. Se si sposa una logica di autodeterminazione, invece, come nel caso del matrimonio breve, si sceglie di far prevalere automaticamente il diritto del più forte sul più debole.

E se la convivenza dovesse rivelarsi impossibile?
Anzitutto ricordiamo che il legame di coppia è un bene di indiscussa rilevanza pubblica, e ogni volta che un matrimonio si disfa siamo di fronte al venir meno di un bene per tutti, non soltanto per i figli. È il motivo per cui, del resto, la nostra società già prevede diversi strumenti per il sostegno alle fatiche cui una coppia può andare incontro; non ultimo l’aiuto a separarsi in modo decoroso e a garantire comunque di costruire il miglior progetto educativo per i figli. Ma non dimentichiamoci nemmeno che, quando sono aiutate, sono tantissime le coppie che superano le crisi e decidono di rimanere insieme.

La famiglia, in Italia, è un’istituzione solida e ben radicata nella tradizione. Non sarà il divorzio breve a pregiudicarne la sopravvivenza.
Non è questo il punto. Il problema è, piuttosto, la preoccupante assenza di responsabilizzazione all’interno del sistema pubblico. Anche se il nostro sistema familiare è coeso, ciò non significa che lo Stato possa disinteressarsene quasi totalmente, come dimostra di voler fare con il divorzio breve. Lo stesso discorso vale per il fisco italiano, agli occhi del quale la famiglia, purtroppo, ancora non esiste.

Il ministro Poletti, però, ha detto che a gennaio 2015 partirà il nuovo Isee.
Se è quello che abbiamo visto anche noi, va detto che lo spazio dato alle famiglie e ai carichi familiari è ancora insufficiente. Non si può sfruttare e spremere le famiglie pensando che esse riusciranno comunque a cavarsela da sole. Se la famiglia è veramente un bene comune, come si dice spesso, se davvero è il primo capitale sociale del paese, occorre fare molto di più per difenderla.

Hanno ragione i vescovi della Cei quando, non senza un velo di amarezza, giudicano l’operato del governo Renzi chiedendosi: «Che aspettarsi per la famiglia se la preoccupazione principale rimane quella di abbreviare il più possibile i tempi del divorzio, enfatizzando così una concezione privatistica del matrimonio»?
È oggettivamente impressionante l’accelerazione che si è voluta impartire inserendo il divorzio breve in un decreto legge, ma credo che si tratti di una scelta compiuta sotto la spinta di un clima culturale complessivo, caratterizzato da un individualismo radicale che aspira a rimuovere ogni tipo di relazione responsabile all’interno dei legami sociali, quasi si trattasse di ostacoli alla libertà personale. Quando in realtà è proprio al loro interno che la persona è più protetta. Trovo che la sfida lanciata dalla Cei a chi fa politica in Italia sia veramente laica. Perché se la Chiesa cattolica difende il matrimonio, beh, mi scusi, ma che novità c’è? La novità ci sarebbe eccome, invece, se a difendere la famiglia fosse per una volta chi ha la responsabilità di guidare la cosa pubblica.

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47 Commenti

  1. Toni scrive:

    Divorzio breve: In questo modo si migliora la mentalità divorzista. Passato l’Ammoreee , la nuova generazione di uomini che hanno maturato una cognizione di vita basata sulla playstation, che hanno avuto la disciplina e l’autocontrollo di un cicalone e che hanno perso la cognizione se sono maschi o femmine, possono alzarsi la mattina e divorziare con la stessa facilità con cui spediscono una raccomandata. Ma forse è troppo faticoso, Renzi (il cattolico) può migliorarlo, e promuovere il divorzio per via e-mail.

    • Andrea UDT scrive:

      Toni, è tutto l’opposto.

      Anzi, il suo modo di vedere è “komunista/statalista”.

      Il popolino è bamboccione tutto playstation?
      Mettiamo le forche caudine, il divorzio ad ostacoli, lo stato che ficca il naso fra moglie e marito, etc. etc.

      Pensa che così i divorzi diminuiscano?
      Pensa che così i bamboccioni tutti playstation diventino responsabili “a norma di legge”?

      Nessuno può salvare una coppia a norma di legge se non ENTRAMBI i coniugi.
      Nessuno, salvo i diretti interessati, può sapere meglio di loro cosa sia giusto fare per se e per i figli.

      Ed una volta presa la decisione che siano liberi di farlo, ed in tempi brevi.

      Tanto la decisione è presa. E nulla vieta che la coppia possa ricomporsi.

      • Toni scrive:

        @ Andrea UDT

        Pensi ancora all’ ex comunista?

        No, non è il mio scrivere da comunista.
        Vedo solo “l’insieme”, la “sinfonia creata” e il divorzio breve è solo un singolo “strumento musicale”.
        Poi, per dirla tutta penso al vecchio Plato : “Quando un popolo, divorato dalla sete della libertà, si trova ad avere a capo dei coppieri che gliene versano quanta ne vuole, fino ad ubriacarlo, accade allora che, se i governanti resistono alle richieste dei sempre più esigenti sudditi, sono dichiarati tiranni. E avviene pure che chi si dimostra disciplinato nei confronti dei superiori è definito un uomo senza carattere, servo; che il padre impaurito finisce per trattare il figlio come suo pari, e non è più rispettato, che il maestro non osa rimproverare gli scolari e costoro si fanno beffe di lui, che i giovani pretendano gli stessi diritti, le stesse considerazioni dei vecchi, e questi, per non parer troppo severi, danno ragione ai giovani. In questo clima di libertà, nel nome della medesima, non vi è più riguardo per nessuno. In mezzo a tale licenza nasce e si sviluppa una mala pianta: la tirannia.”
        (Scusami se sono prolisso, ma adoro questa “profezia” di Plato.)

        Mi dirai : ma dov’è oggi la tirannia?

        Io credo che l’uomo che oggi abbiamo davanti , che nel complesso ha il suo baricentro solo tra genitali e stomaco, privo di altre qualità umane che non si mira minimamente socialmente a promuovere (sensibilità, carità, ragione , autocontrollo, disciplina, coraggio, moderazione ) è frutto della peggiore tirannia culturale (perché … occultata e come tale la più subdola).

        Si, ci saranno sempre rotture tra coppie (esistono casi gravi … ma non tutti i casi lo sono) e non voglio certo io impedirle per “legge” …. ma qui si opera per calpestare più e meglio la stessa idea di famiglia.

        PS: Non ho sorelle.

        • Toni scrive:

          “Baricentro” di umanità… intendevo dire!

        • Andrea UDT scrive:

          Ho capito, ho capito.

          Insomma, quello che voglio dire è questo: a prescindere da dove si trovi “il baricentro”, non si responsabilizza, non si “moralizza” a norma di legge.

          Questo è un atteggiamento che io ritengo “statalista”, “comunista” nel senso che lo stato si occupa della morale comune, mentre in una ottica liberale lo stato dovrebbe limitarsi a garantire delle norme minime di convivenza civile.

          Sono i cittadini che fanno lo stato (liberale), non lo stato che fa i cittadini (statalista/comunista).

          In ogni caso le mie opinioni sul tema divorzio non sono ideologiche, ma esperienza personale.

          Lei pone l’accento sui bamboccioni (che bamboccioni rimangono con o senza divorzio), io sulla banale constatazione che solo i diretti interessati possono sapere cosa sia meglio per loro e per i loro eventuali figli.
          Molto meglio del “Cerelli” di turno, la cui preoccupazione vera è estendere ciò che inscidibile come sacramento a qualcosa che sia inscindibile nel diritto civile

          Ed ancora: lei pensa che divorziare sia un gioco da playstation.

          La realtà è opposta: è un impegno per molti versi persino più vincolante del matrimonio.

          C’è il patrimonio da dividere, l’assegno di mantenimento, capire come fare con la casa, calcolare che il coniuge che lascia la casa abbia di che vivere se va in affitto, la consapevolezza che la separazione è un bagno monetario e che ai figli si lascerà meno patrimonio etc. etc.

          Quindi, altro che mutuo o cose simili. E’ ben più gravoso.

          Tutte cose vissute e nella mia famiglia (che esiste ancora, io mamma e papà li ho ancora) ove abbiamo deciso tutto insieme. (genitori e figli i miei hanno divorziato dopo 40 anni di matrimonio, di cui almeno 20 se li potevano risparmiare).

          Poi quanto a plato rincaro la dose e le consiglio la lettura del romanzo “Fanteria dello spazio”.

          Non si lasci ingannare dal film holliwodiano che ne hanno fatto: il cuore del romanzo è tutto sulla responsabilità e i doveri dei cittadini e del conseguente tema su chi abbia, RESPONSABILMENTE, diritto di voto.

          Saluti, Andrea.

          • Toni scrive:

            No, …temo che non ha capito. La legge sul matrimonio non ha niente di statalista e non ha fini morali, neppure robe sentimentali. Alla base c’è l’interesse pubblico (di tutti) meritevole di tutela. Se il solo fatto che una legge regola dei rapporti di come i cittadini si rapportano tra di essi diventa statalista comunista …. stiamo freschi . Significa che lo Stato diventa statalista e comunista anche quando impone la scuola dell’obbligo.
            Lo Stato non impedisce altre forme di convivenza, che possono tranquillamente essere vissute ( quindi niente stato-morale) solo che non le reputa meritevoli di tutela giuridica dato che costituiscono, per volontà di chi le sceglie, ….. precarie e non tali da garantiscono “certe importanti cose” (per esempi un buon strumento per la genitorialità…ma è questo un solo elemento) . Naturalmente ciò non impedisce allo Stato pene altre leggi che può difendere (giustamente) i minori.

            Ora si stravolge con certe scelte (tipo con l’oggetto della ns discussione) questo normale buon senso giuridico per assimilare tutte le esperienze e per farne un purè.

            Lo stato liberale non è messo in discussione se cittadini ritengono, nel caso fossero una maggioranza, che il matrimonio è una cosa serie e non un giochetto.

            Non prendo in considerazione la sua esperienza perché, non per mancanza di rispetto, me perché la legge va oltre l’esperienza dei singolo (e le esperienze dei singoli hanno per forza
            di cose dei limiti).

            “Ed ancora: lei pensa che divorziare sia un gioco da playstation.” Ancora una volta stravolge il mio pensiero. Dove ho fatto questa affermazione? Ho detto solo che c’è una prevaleva di bamboccioni che affrontono con superficialità la vita. Il mio post , bello o brutto che sia, o provocatorio comunque intendeva dire un’altra cosa.

            Lei mi propone un ottimo libro e mi pare che nel libro c’è questa frase: “la gente è stata illusa di poter semplicemente votare per qualsiasi cosa volesse, e di poterlo ottenere senza fatica, né sudore, né lacrime”. Sono d’accordo sull’illusione …. e si sposa bene con …Platone!

            Non sia mosso dal dispetto di darmi del comunista… è una insensatezza.

            Ricambio i saluti
            Toni

  2. Nino scrive:

    Peccato che si citino in questo articolo molto spesso i figli che, da quanto ne so, sono invece causa di inapplicabilità del cosiddetto divorzio breve, in quanto secondo la attuale proposta questo è possibile solo dove non ci siano figli minorenni, oppure maggiorenni non indipendenti economicamente, o portatori di handicap

    • Toni scrive:

      Non ho capito se l’inapplicabilità x figli per te è un bene o un male.

      • Nino scrive:

        La inapplicabilità in caso di presenza di figli è giusta perché in quel caso è necessario che qualcuno, si spera serio e competente (un giudice,) entri nel merito degli accordi che, se pur condivisi dai coniugi, devono tener nel giusto conto i diritti dei figli (e il fatto che siano condivisi tar i coniugi non è garanzia che questo sia vero).

        Il mio commento è che nell’intervista si parla molto dei figli (che vanno giustamente protetti) nel contesto di un provvedimento annunciato che trova la sua applicazione proprio in assenza di figli

  3. Valentina scrive:

    Sono favorevole al divorzio breve: quando una coppia arriva a questa decisione ciò significa che non c’è più speranza di recuperare il rapporto, magari ognuno dei due ha intrapreso una nuova relazione e quindi è inutile tenere ancora legate due persone che ormai non vedono l’ora di chiudere l’esperienza di un matrimonio sbagliato. Ma penso che con questa storia si stia anche un po’ esagerando. Ok al divorzio, certamente, ma sarebbe anche auspicabile che due persone riflettessero bene prima di sposarsi.

    • Cisco scrive:

      @Valentina
      Il punto e’ proprio questo: chi decide che una coppia ha raggiunto il massimo sforzo possibile per tentare di ricomporre il rapporto e non si tratti invece di una “esagerazione”? L’impiegato dell’anagrafe?

      • Andrea UDT scrive:

        Appunto Cisco:

        chi decide quale sia il tempo “congruo” per una coppia per provare a salvare un matrimonio?
        L’impiegato dell’anagrafe?

        Fra moglie e marito non mettere il dito, figurati mettere lo stato.

        Una volta presa la decisione non spetta allo stato sindacare se la decisione sia frettolosa o ponderata.

        • Toni scrive:

          Penso che la difficoltà può avere una funzione “preventiva”…. non tanto a consuntivo.
          Se io so che il matrimonio è una cosa seria… difficile, che mi impone delle responsabilità… e non un giochetto da ragazzi, ci penso 33 volte prima di fare passi .
          Se invece penso …”proviamo”… “tanto se non mi piace….lo butto” … faccio passi avventati.
          Io sono un pessimista su la realtà che viviamo… per cui penso che non tutte le rotture avvengono per drammi familiari, ma perché bamboccioni hanno avuto in mano uno strumento improprio.

          • Nino scrive:

            @Toni: se effettivamente la presenza di uno strumento “veloce” rendesse più facile (o più superficiale) la decisione di sposarsi, avremmo dovuto avere negli ultimi 30 anni un incremento dei matrimoni, e non il decremento che c’è stato (si è passati dai più di 310.000 matrimoni nel 1991 ai circa 200.000 del 2012, ultimo anno di cui conosco i dati)

            • Toni scrive:

              @Nino
              Il decremento del matrimonio non lo vedo legato al solo elemento “divorzio” ma ad una azione “corale”. Si opera contro la famiglia su più piani, compreso quelli che tu apprezzi quando metti sullo stesso piano della famiglia ad ogni forma di convivenza (due maschi, due femmine). Alla fine il divorzio dà solo il colpo di grazia.

              • Nino scrive:

                ancora una volta non mi sono spiegato, temo. L’esistenza di una via veloce dovrebbe incrementare i matrimoni, non decrementarli. Invece in 20 anni il numero di matrimoni per anno è diminuito del 33% circa. Mi verrebbe da dire che oggi la gente ci pensa più di ieri prima di sposarsi

                • Giannino Stoppani scrive:

                  E perché mai l’esistenza del divorzio breve o lungo che sia dovrebbe incrementare i matrimoni?
                  Chi si ama desidera suggellare il proprio amore col matrimonio nella misura in cui lo ritiene un’istituzione seria e duratura.
                  Un grande papa ha scritto: “l’amore mira all’eternità.”
                  Più il matrimonio viene svilito come istituzione e meno è ambito da chi si ama sul serio.
                  Mica ci si sposa in chiesa per fare il servizio fotografico, sai?

                • Toni scrive:

                  No…. credo che non hai capito quello che ho scritto. Io ho detto che la crisi del matrimonio (per rispondere alle tue statistiche) non lo vedo legato solo al divorzio, ma ad una “concertazione” di elementi. Il divorzio breve…. è come il colpo di pistola ad un cavallo volutamente azzoppato. Chiaro?.

        • Cisco scrive:

          @Andrea
          Eh no, troppo facile: prima si vuole il riconoscimento pubblico, poi però non appena qualcosa va storto, nessuno può “interferire”! Se il matrimonio e’ solo una questione tra moglie e marito allora va abolito. Per coerenza e soprattutto giustizia.

          • Filomena scrive:

            Il riconoscimento pubblico non ha la pretesa di fondarsi su un presunto merito di qualsiasi tipo, ma di rendere appunto pubblico un dato di fatto.

            • Cisco scrive:

              @Filomena
              Forse nel mondo dei (tuoi) sogni e’ così, ma nella realtà il diritto di famiglia si fonda su diversi “meriti”. E dà origine a diritti e doveri anche verso terzi.

            • Toni scrive:

              Si… come no. Almeno lo leggi il codice civile (artt. 143, 144, 147 e 148 c.c.) o è questo un pomeriggio creativo.

              • Toni scrive:

                @Filomena, ripensandoci, hai fatto un altro lapsus, sulla tua visione democratica.

                Leghi il riconoscimento pubblico al “dato di fatto” ovviamente sulla base di una cognizione di democrazia basata sulla forza “del numero” già da te più volte espressa. Se il “dato di fatto” è un pubblico “matrimonio” inteso come triangolo amoroso con cane…. se c’è il numero….. “riconoscimento pubblico” …è ok. Se “il dato di fatto” è la pedofilia (ed ha il numero)….ok?

                PS – non dire che estrapolo….. sei tu che le dici le cose .

            • Nino scrive:

              @Filomena:Il matrimonio (istituto civile) non ha solo un valore pubblicistico, è un contratto vero e proprio che semplifica la vita soprattutto dello stato in quanto i reciprochi impegni dei due coniugi sono definiti e vincolanti. Si può obiettare che molte condizioni (ma non tutte) si potrebbero regolare anche attraverso accordi che richiamino norme del codice civile, ma così poi ogni rapporto sarebbe organizzato in maniera diversa mentre così da un punto di vista legale è tutto standard. Meno flessibile (oggi l’unica scelta che si può fare è tra la comunione o la separazione dei beni) ma molto chiaro

          • Andrea UDT scrive:

            Troppo facile un corno.

            E’ un riconoscimento pubblico, infatti non è che divorzi e tanti saluti.

            Divorzi e, GIUSTAMENTE, hai ANCORA degli obblighi.

            Mantenimento, custodia figli, patrimonio etc. etc.

            Ma non deve dirrmelo “Cerelli, Giovanardi” o l’articolista di turno di Tempi il momento esatto e “congruo” per poter ricominciare una vita.

            E la famiglia rimane, i figli sono figli, la mamma è la mamma e papà è papà a prescindere dallo stato civile.

            Che poteva trasformarsi in INCIVILE ed IPOCRITA (e spesso TRAGICO) quando la possibilità di divorzio era preclusa.

            • Cisco scrive:

              @Andrea
              Le modalità le stabilisce la legge e lo scioglimento in giudice.
              Il resto sono chiacchiere: uno che vuole fare “l’ipocrita” non è più biasimevole di uno che non vuole rispettare gli impegni presi. Incivili possono essere le persone, non gli “stati”.

              • Andrea UDT scrive:

                Non fare il furbetto che cerca di far passare uno che divorzia per una persona che non vuole rispettare gli impegni.

                Ci sono donne che prendono tornadi di sberle e ceste di corna, se ad un certo punto vogliono divorziare come le consideri?

                Persone che che “non rispettano gli impegni presi”?

                E’ il tipico modo di pensare dei catto-zelanti pronti a crocefiggerti in terra pur di salvarti l’anima.

                Giù il ditino e meno morale.

                La legge è in discussione, ho espresso e motivato il mio punto di vista sull’accorciamento dei tempi.

      • Valentina scrive:

        Mi scusi, Cisco, se lei vive un rapporto sentimentale (o anche d’amicizia o di lavoro) con una persona, le piacerebbe che qualcuno decidesse per lei se questo rapporto può durare o no? Soltanto lei e quell’altra persona dovete decidere se il vostro rapporto può andare avanti, nessuno ha il diritto di intromettersi. Lo stesso vale per una coppia sposata: se due persone si sono sposate in modo avventato, se non sono assolutamente adatte a vivere insieme, se la loro convivenza è impossibile, la decisione di chiudere il rapporto spetta solo a loro. Io credo che sia un bene poter rimediare all’errore di un matrimonio sbagliato, ma penso anche che molte persone si sposano in modo troppo precipitoso e invece bisognerebbe riflettere molto bene prima di compiere un passo così importante.

        • Cisco scrive:

          @Valentina
          E’ la premessa che è sbagliata: il matrimonio NON è un semplice rapporto sentimentale o di amicizia. E’ un istituto giuridico regolato da precise norme che non sono nella totale disponibilità dei coiniugi. Se due vogliono avere un rapporto di amicizia o sentimentale sono appunto fatti loro: quindi non chiedano il riconoscimento pubblico che gli garantisce il matrimonio.

          • Valentina scrive:

            Perfettamente d’accordo, Signor Cisco, il matrimonio è un “istituto giuridico” che gode di un “riconoscimento pubblico”. Ma non era esattamente di questo aspetto che stavamo discutendo. Lei ha chiesto “chi decide che una coppia ha raggiunto il massimo sforzo possibile per tentare di ricomporre il rapporto” e io ho risposto a questa sua precisa domanda: lo decidono i due diretti interessati. Chi altro dovrebbe deciderlo per loro? Se due persone decidono che il loro matrimonio è finito, nessuno può costringerli a restare sposati, divorziano e basta. La legge può solo prendere atto di questa volontà, ma la decisione è della coppia.

            • Cisco scrive:

              @Valentina
              La decisione invece e’ del giudice, a cui la coppia decide di ricorrere se lo ritiene opportuno. La coppia non può pretendere il divorzio, se non nel rispetto di determinate condizioni obiettive stabilite dalla legge, non in maniera autonoma.

              • Filomena scrive:

                E dopo voi cattolici avete il coraggio di accusare noi miscredenti di essere ottusi e che non riusciamo a guardare più in là del nostro ombelico. Che dire di voi allora che a vostro dire non solo non potete decidere ne come vivere ne quando morire, ma ora neppure decidere autonomamente di poter divorziare. E dopo vi lamentate perché i matrimoni calano brutalmente. Se questi sono i presupposti allora consiglio vivamente di girare alla larga dal matrimonio.

                • Cisco scrive:

                  @Filomena
                  Io non accuso proprio nessuno, piuttosto sono i miscredenti come te che non capiscono che una persona – proprio perché libera e capace di intendere e di volere – quando si sposa dovrebbe sapere a cosa va incontro. Altimenti, come dici tu, anche io consiglio vivamente di girare alla larga dal matrimonio.

              • Nino scrive:

                @Cisco: per quanto è a mia conoscenza, se due coniugi sono d’accordo e vanno dal giudice a chiedere la separazione (o il divorzio), il giudice si limita ad omologare ovvero a prendere atto (per conto dello stato) che il rapporto non esiste più. Quindi non decide che il rapporto è finito, ne prende atto (ma può entrare nel merito delle condizioni dell’accordo di separazione, specie se esistono dei figli)

              • Valentina scrive:

                Sì, va be’, Signor Cisco, lo decide il giudice, testa o croce, voi potete divorziare, voi state insieme per forza. Non ho mai sostenuto che una coppia possa “pretendere” il divorzio, ma nessun giudice può obbligare due persone a stare insieme contro la loro volontà. Il divorzio non è una “pretesa” per nessuno, ma la possibilità (prevista dalla legge e certamente soggetta a condizioni, d’accordo) di porre fine in modo civile a un matrimonio finito. Ma alla base di qualsiasi divorzio c’è la decisione della coppia, di cui la legge può solo prendere atto. E ci mancherebbe che due persone fossero obbligate per legge a restare unite in una situazione invivibile! Per fortuna non è così.

      • Daniele Arboscelli scrive:

        Lo decidono i due individui della coppia, che fanno richiesta di divorzio. Nessun impiegato dell’anagrafe, o vigile o nessun’altro, bussa alla porta di due persone che non sono al corrente di essere state divorziate da altri.

      • Nino scrive:

        Non può che deciderlo la coppia, chi altri? In realtà neanche la coppia, basta che lo decida uno dei due componenti della coppia. Il Giudice oggi, nei fatti, si limita a certificare questa volontà e, nel caso di separazione giudiziale, a decidere le condizioni “pratiche” della separazione, nel caso della separazione pacifica (non è questo il termine esatto, lo so) a validare le condizioni concordate.

        E mi ripeto, l’ho visto succeder troppe volte per non esserne convinto, l’atto formale della separazione (e poi del divorzio) è solo l’ultimo passo di un lungo percorso, quando si arriva davanti al giudice, il matrimonio è già finito da un pezzo.

        • Cisco scrive:

          @Nino
          In tutti i paesi “civili” il divorzio è una sentenza emessa da un giudice in nome del popolo, dato che il matrimonio e’ contratto pubblicamente di fronte al popolo, che si assume il dovere di riconoscerlo. I coniugi (non gli “individui”) sono pertanto titolari del dovere di rispettare questa pubblica unione, non di cazzeggiare come vogliono.

          • Nino scrive:

            come sempre la sintesi non è il mio forte. La decisione che un rapporto è finito è dei coniugi (o anche di uno solo dei due), poi ovviamente poiché, con il matrimonio, il crearsi di un rapporto è certificato da un pubblico ufficiale (che sia il sindaco o un suo delegato, o il sacerdote) , la fine del rapporto può essere benissimo certificata da un pubblico ufficiale delegato allo scopo. Se (come nel caso di cui si discute) non c’è bisogno di un giudice che definisca i termini dell’accordo che (sempre nel caso in questione) sono stati concordati.

            • Cisco scrive:

              @Nino
              Certamente, ma il punto è proprio questo: per quale motivo ci si sposa? Se non c’è bisogno di un atto giuridico per sciogliere un matrimonio, non capisco perché ci debba essere per formarlo. Tanto meglio convivere.

              • Nino scrive:

                @Cisco: però qui si sta discutendo del fatto che serva un giudice e non basti un pubblico ufficiale. Per firmare un contratto (perché tale è il matrimonio civile) non si deve andare dal giudice (infatti si va dal sindaco o dal sacerdote, e se non sbaglio il sindaco può delegare chiunque a celebrare il matrimonio al posto suo) né ci si va per rescinderlo, a meno che non ci sia un contenzioso. Nel caso della separazione (o del divorzio) consensuale , il contenzioso non c’è per definizione.

                CI si sposa, credo, perché sposandosi si firma un contratto che dà ad entrambi i coniugi delle garanzie (e dei doveri). Ed è più pratico che non firmare un contratto privato che stabilisca le stesse, o altre, cose

  4. Lela scrive:

    Si abolisca il matrimonio civile. Non ha ragione d’essere a mio parere.

    • Valentina scrive:

      Sì, va be’! Aboliamo direttamente le leggi e torniamo all’età della pietra. Ma per favore! Io invece sono per il matrimonio civile, visto che siamo in un Paese civile, e il matrimonio civile ha tutte le ragioni d’essere, a mio parere.

  5. mike scrive:

    1+1=2. se passa un’altra legge il cerchio lo chiudono. molti italiani credo non vedono l’ora. da oltre 20 anni.

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