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«Dite al Signore che vi chiami a seguirlo». Se i giovani conoscessero il beato Vismara, sai quante vocazioni missionarie

giugno 23, 2014 Piero Gheddo

Padre Gheddo racconta il confratello del Pime beatificato nel 2011, modello del missionario moderno, «contento di soffrire per i suoi pagani sperduti in un angolo di Birmania»

Il 17 giugno 2014 si è celebrata nella città di Agrate (15 mila abitanti in provincia di Monza-Brianza) la festa del beato Clemente Vismara (1897-1988, beatificato nel 2011), per l’inaugurazione del ristrutturato oratorio parrocchiale intitolato a lui. Ho celebrato la santa Messa nella chiesa parrocchiale e poi la cena con i preti della parrocchia, gli amici di Clemente e alcuni giovani dell’oratorio. Ecco il testo dell’omelia. Scrivo sempre tutto, ma poi parlo a braccio. (P. Gheddo)

La nostra Messa è per ringraziare Dio di questo dono e poi per riflettere su cosa il Beato può insegnare a noi oggi.

Clemente è un grande dono di Dio e dopo tre anni dalla sua beatificazione la bellezza e grandiosità di questo Beato si precisa meglio. Non è un santo di nicchia, limitato a qualche piccola comunità o ambiente. È un santo universale, è il modello, l’icona che rappresenta la missione alle genti dell’ultimo secolo, dalla fine dell’Ottocento alla fine del Duemila: il tempo della colonizzazione e della nascita di nuove nazioni in Asia e Africa, e poi la fondazione e la maturazione delle giovani Chiese che oggi sono la speranza della Chiesa universale.

San Francesco Saverio ha rappresentato il periodo storico della scoperta dei continenti e dei popoli e il primo periodo delle missioni moderne (1500-1600), quelle del “Patronato” spagnolo-portoghese, che ha portato al cristianesimo le Americhe; Clemente rappresenta le missioni dei nostri tempi molto diverse dalle precedenti, quelle di Propaganda Fide, dalla metà dell’Ottocento fino al Duemila, che stanno portando nel gregge di Cristo i popoli dell’Africa nera e dell’Oceania e in piccola parte dell’Asia.

Tra i missionari santi dei tempi moderni, Clemente ha queste caratteristiche che non è facile trovare unite in un solo missionario:

• è stato missionario “ad gentes” per 65 anni continui di missione, sempre fra i non cristiani, e ha fondato partendo da zero cinque parrocchie e convertito decine di migliaia di pagani; dalle sue famiglie sono nati otto sacerdoti e trenta suore;

• nella sua vita missionaria ha vissuto tutti i passaggi storici dell’”ad gentes”, esplorazione del territorio, immersione nella cultura e abitudini di vita locale, creazione delle prime comunità cristiane, inizio della Chiesa locale, fino alla sua maturazione con sacerdoti e vescovi indigeni;

• Clemente ha scritto una quantità impressionante di lettere, articoli, relazioni, illustrando situazioni che hanno vissuto una moltitudine di altri missionari, ma solo in Clemente si trova la descrizione dell’ad gentes vissuta personalmente nelle varie situazioni umane e pastorali. Questi scritti, ancora da esaminare e studiare, permetteranno di conoscere più a fondo le sue virtù e i suoi metodi di apostolato;

• infine, Clemente è stato missionario in Asia, dov’è già oggi il futuro della missione ad gentes, dato che in Asia vivono il 62 per cento di tutti gli uomini e l’80 per cento di tutti i non cristiani che ancora non conoscono Cristo.

Un forte segno dei tre anni dalla sua beatificazione è questo: la sua devozione si diffonde anche in altri paesi che continuano a chiedere immagini, libri nelle loro lingue, reliquie. Dico questo a voi di Agrate e lo dico anche al mio Pime e alla diocesi di Milano. Dio ci ha fatto un dono di cui ancora non conosciamo l’importanza che potrà avere nella Chiesa, se ne coltiviamo e trasmettiamo la memoria. Per questo ringrazio la città di Agrate, la parrocchia, il gruppo missionario e gli Amici di padre Clemente per tutto quello che avete fatto, fate e farete per sostenere e studiare il Santo che Gesù ha suscitato tra voi. A settembre la Emi pubblicherà Fare felici gli infelici (circa 250 pagine), che completa la biografia Fatto per andare lontano (Emi, 480 pagine), perché esamina la personalità e le virtù del beato Clemente.

Le letture della Messa del Beato ci dicono cosa può insegnarci Clemente.

1) La prima lettera di san Paolo ai Corinzi (I, 18-25) è un inno alla via della Croce: i giudei chiedono segni, miracoli, i greci la sapienza umana, noi annunziamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani, per noi è sapienza e potenza di Dio e la debolezza di Dio è più forte degli uomini.

Clemente è stato il santo della Croce. Tutta la sua vita è un Calvario, orfano dei genitori da piccolo, quattro anni di guerra mondiale in trincea, la missione fra tribù che non avevano alcun battezzato, non aveva cure mediche e nemmeno da mangiare (si abituò a topi, vermi e cavallette arrostiti, erbe e radici tritate e bollite), per cinque anni in una capanna di fango e paglia dove, nel tempo delle grandi piogge, ci pioveva dentro. Pregava molto e scriveva: «Sono contento di soffrire per mettere un fondamento spirituale a questa missione di Mong Lin».

In altra lettera scriveva: «Occorre un animo forte e vita di dedizione e di sacrificio sino ed oltre quanto umanamente si possa concepire. Mal di schiena e di ginocchi. Star colle ginocchia piegate mi fa male, per la genuflessione durante la Messa sono dolori ogni volta. Benone, spero di risparmiare un po’ di purgatorio così, quindi non mi lamento… Qui c’è molto sacrificio, desidero sentirlo sempre, vederlo e soffrirlo per poter aver qualche cosa da offrire al Signore in penitenza delle mie colpe e per ottenere benedizioni per questi pagani». Era contento di soffrire per i suoi pagani!

Quando scriveva questa lettera aveva 30 anni. Ha percorso la via della Croce fino alla fine. Nulla di grande si fa per il Regno di Dio se non si accetta il mistero della Croce e lo si vive con gioia nella propria vita. Nel nostro tempo la cultura mondana demonizza la rinunzia, il sacrificio, la sofferenza. Per chi crede in Cristo, sono invece i passaggi indispensabili nella via al Paradiso.

2) Il secondo insegnamento è quello del Vangelo: «Vedendo le folle Gesù ne provò compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore senza pastore» (Mt. 9, 35-38). Clemente era come il Buon Pastore. Vedeva il prossimo con gli occhi di Dio, non con i nostri occhi pieni di passione. Era disposto a tutto pur di «fare felici gli infelici», dava tutta la sua vita alle pecorelle sperdute di quell’angolo di Birmania: quei tribali primitivi, analfabeti, pagani, pieni di passioni e di peccati, li vedeva come creature di Dio, che Dio amava come ama tutti gli uomini e le donne.

Noi che siamo ammiratori e devoti di padre Clemente, noi che siamo fieri di averlo portato alla beatificazione, noi che lo preghiamo per ottenere grazie; noi siamo provocati da questo suo programma di vita; noi preti per primi, ma poi tutti voi cari agratesi. Papa Francesco lo dice spesso: «Voglio una Chiesa tutta missionaria», e ha spiegato più volte che il battesimo è il seme della missione.

Di fronte alla decadenza della fede nella nostra Italia, non possiamo più soltanto lamentarci e scandalizzarci dei numerosi scandali che nascono nel nostro popolo cristiano da duemila anni! Lamentarci della scarsità di sacerdoti. Nella Evangelii Gaudium il Papa scrive (n.107): «In molti luoghi scarseggiano le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Spesso questo è dovuto all’assenza nella comunità di un fervore apostolico contagioso, per cui esse non entusiasmano e non suscitano attrattiva. Dove c’è vita, fervore, voglia di portare Cristo agli altri, sorgono vocazioni genuine alla vita consacrata».

Il nostro beato Clemente suscitava molte vocazioni sacerdotali e religiose perché aveva il fuoco dello Spirito, l’entusiasmo di essere prete e missionario. Ci lamentiamo dei giovani, ma è sbagliato. I giovani hanno immense possibilità di bene, sognano grandi ideali; ma se noi adulti trasmettiamo loro solo l’ideale della carriera e dei soldi, gli esempi del nostro egoismo, le vocazioni non nascono. Ho intervistato Clemente in Birmania nel 1983, aveva 86 anni. Gli ho chiesto che messaggio dava ai giovani d’oggi. Risposta: «Dite al Signore che vi chiami a seguirlo. Sarebbe la grazia più grande che potrebbe farvi nella vostra vita. E se vi chiama, non ditegli di no. Non ci pentiremo mai di aver detto di sì al Signore».

tratto dal blog di padre Piero Gheddo

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