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Per difendere il presepe non bisogna militarizzarlo ma renderlo “vivente”

dicembre 15, 2015 Renato Farina

Ammetto di aver capito il senso della laicità dello Stato grazie all’orrore provato ascoltando persone che stimo molto cantare inni sacri in un contesto politico. Non si fa

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Detesto chi si aggiunge ai cannoni per usare anch’egli la sua colubrina inutile contro chi è già debole. Sto parlando del segno cristiano. Oggi è sotto tiro. I guardiani della neutralità dello Stato, specie in Francia, ma anche da noi, hanno avuto il loro trionfo con i funerali sperduti di Valeria, in una Venezia piena di sole, e con la voce di Cristo zittita perché ritenuta divisiva. Un laico, anzi un ateo, come Renato Brunetta ha sentito un dolore intenso perché la neutralità delle esequie civili ha significato legare il leone di San Marco in una gabbia dove leggersi il Vangelo da solo. Anche chi non crede, ma anche gli islamici sono certo, avrebbero volentieri ascoltato parlare Gesù. Niente da fare.

Però oso dire che non sopporto l’ideologia del presepe. Il presepe è un segno. Dice qualcosa che è accaduto e dura ancora. C’è dentro un mistero. Questo è il fascino del presepe. Sta nello sguardo dei bambini che aspettano che Gesù nasca a mezzanotte. Non era ancora disceso dalle stelle, ed eccolo nella mangiatoia.

In altre culture, la stessa evocazione tocca l’albero di Natale. Per me parla tantissimo la poesia di Thomas S. Eliot, La coltura degli alberi di Natale. La trascrivo. Vorrei che allo stesso modo si comunicasse il senso del presepe.

Vi sono molti atteggiamenti riguardo al Natale,/ e alcuni li possiamo trascurare:/ il torpido, il sociale, quello sfacciatamente commerciale,/ il rumoroso (essendo i bar aperti fino a mezzanotte),/ e l’infantile – che non è quello del bimbo/ che crede ogni candela una stella, e l’angelo dorato/ spiegante l’ali alla cima dell’albero/ non solo una decorazione, ma anche un angelo./ Il fanciullo di fronte all’albero di Natale:/ lasciatelo dunque in spirito di meraviglia/ di fronte alla Festa, a un evento accettato non come pretesto;/ così che il rapimento splendido, e lo stupore/ del primo albero di Natale ricordato, e le sorprese, l’incanto/ dei primi doni ricevuti (ognuno/ con un profumo inconfondibile e eccitante),/ e l’attesa dell’oca o del tacchino, l’evento/ atteso e che stupisce al suo apparire,/ e reverenza e gioia non debbano/ essere mai dimenticate nella più tarda esperienza (…)

Il presepe fu inventato da san Francesco, e lo fece per ricordare al popolo che il cristianesimo era un fatto accaduto nella normalità della vita quotidiana, ma era nello stesso tempo un evento eccezionale, e che era oggi. Infatti il primo presepe fu “vivente”. Non solo nel senso ovvio che a rappresentare le figure storiche c’erano persone in carne e ossa, ma che accadeva adesso, la novità non era diventata vecchia, museale, ma risorgeva.

Grazie a Dio noi non abbiamo il muezzin
Non sono contrario – figuriamoci! – alla difesa delle statuine dei canti di Natale. Ed è bello che una nazione trovi la sua architrave culturale nei simboli del Natale. Però i segni vanno rispettati, non trasformati in inni di congreghe politiche, fosse pure quella in cui milito. Ci si inchina davanti alla mangiatoia, e i canti devoti non li si intona in faccia “al nemico” come slogan.

Apprezzo molto Vittorio Feltri che dice «guai a chi mi tocca il presepe», perché da ateo niente affatto devoto, riconosce il palpito religioso che animò un tempo la sua gente, e ne avverte nostalgia e vuol bene ai preti. Ma bisogna stare attenti a non succhiare il sangue della tradizione spogliandolo del mistero: e questo accadrebbe se i presepi diventassero obbligatori. Chiarisco ancora: il calendario riflette la memoria di un popolo. Dunque la laicità dello Stato e della scuola pubblica non può significare smemoratezza. E il Natale è la Natività di Cristo, ma guai a chi la falsifica in festa dell’inverno. Ma senza militarizzare i presepi.

Libertà. La fede è libertà. Il cristianesimo è questo. È anche la libertà di rifiutarlo. Ammetto di aver capito il senso della laicità dello Stato grazie all’orrore provato ascoltando persone che stimo molto cantare inni sacri in un contesto politico. Non si fa. Quando ho ammirato al telegiornale il simpatico Ignazio La Russa cantare Tu scendi dalle stelle, ho pensato che grazie a Dio i cristiani non hanno il muezzin, ma le campane.

Foto da Shutterstock


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4 Commenti

  1. Luigi scrive:

    Concordo, in parte. Tu scendi dalle stelle non deve diventare Bella ciao! Ma non vi siete mai chiesti come mai le contestazioni del Natale non avvengono mai da Roma in giù?

  2. A scrive:

    Renato,ho visto la trasmmisione Virus di Porro,dove era ospite Feltri.Lui dice”guai a chi tocca il presepe “;però nei suoi interventi c’era quel sentore”laico”,relativista verso il Cristianesimo-che rispetto- e che
    ha aperto le porte-lo dico per l’apertura della Porta del Giubileo- ad un’indifferenza verso Cristo.Indifferenza che anche la si è allimentata con una “intimità”,un “privato”,a scanso della presenza che il popolo di Dio-in
    virtù del Battesimo- deve vivere per testimoniare.Anche Benedetto Croce diceva “non possiamo,anche sè non credenti,non dirci cristiani.Il risorgimento sappiamo cosa a fatto poi nella storia italiana.

  3. Bob scrive:

    Scusate, ma perché dite che ai funerali di Valeria è stata zittire la voce di Cristo? Se non erro era presente il patriarca di Venezia ed ha avuto lo stesso spazio che hanno avuto gli altri.

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