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Die Hard: non ci siamo proprio vecchio Bruce!

febbraio 18, 2013 Simone Fortunato

Sfasciatutto di poche pretese ma di grandi effetti. È il quinto episodio di una saga che ha indelebilmente segnato il cinema degli anni 80 (soprattutto l’episodio apripista, da noi noto come Trappola di cristallo, uscito nel 1988) per poi per perdersi man mano con sequel sempre più deboli: Die Hard 2 – 58 minuti per […]

Sfasciatutto di poche pretese ma di grandi effetti. È il quinto episodio di una saga che ha indelebilmente segnato il cinema degli anni 80 (soprattutto l’episodio apripista, da noi noto come Trappola di cristallo, uscito nel 1988) per poi per perdersi man mano con sequel sempre più deboli: Die Hard 2 – 58 minuti per morire (1990); Die Hard – Duri a morire (1995) e il recente Die Hard – Vivere e morire (2007). Non si sentiva il bisogno di quest’ultimo episodio, firmato dal John Moore di Omen – Il presagio e Max Payne, non proprio due ottimi biglietti da visita.

POCO SPETTACOLO. E infatti Die Hard – Un buon giorno per morire, sceneggiato dallo Skip Woods di A-Team e Codice: Swordfish, lascia molto a desiderare anche se non sul piano spettacolare, dove anzi il film gioca sull’accumulo di situazione di forte impatto scenico ma di scarsa verosimiglianza: tra le altre cose, si segnalano un inseguimento tra le vie di Mosca dove macchine, camion e blindati volano letteralmente tra i ponti e il McClane “senior” appeso all’elicottero dei cattivi verso il finale.
Il problema di un film di questo tipo, dove sicuramente la parte del leone la fanno i numerosissimi stuntmen impegnati nelle diverse scene d’azione, è l’intelaiatura della narrazione e la credibilità della vicenda. Al di là dell’azione, il tutto è ai minimi termini: dalla storia che vorrebbe ispirarsi alle vicende di Bond con titoli di testa che sono chiaramente un omaggio al personaggio ideato da Fleming, una storia piena di buchi narrativi e inverosimiglianze, alla caratterizzazione semplicistica dei personaggi in gioco. Da una parte i cattivi, un concentrato di cliché – con in mezzo il personaggio ambiguo e sfuggente del Komarov interpretato dal Sebastian Koch de Le vite degli altri. Dall’altra, non sono trattati meglio in chiave di sceneggiatura padre e figlio McClane. Il primo, interpretato da un Bruce Willis molto invecchiato, perde tantissimo del carisma dei film precedenti un po’ per un attore che da anni fatica a trovare il ruolo giusto un po’ per una scrittura che scambia l’autocompiacimento per ironia.

ERRORI. E così la figura sbarazzina, testarda ma anche fragile del John McClane dei primi Die Hard viene qui ridotta e semplificata a un Rambo 2 qualsiasi. E anche il figlio, interpretato dal Courtney già visto in Jack Reacher, ha senza dubbio il fisico e la faccia giusti per il ruolo (e siamo sicuri che farà carriera: il ragazzo è bravo e buca lo schermo) ma è caratterizzato talmente male che ci si dimentica del suo personaggio appena finito il film. Un peccato, averla buttata sui muscoli e non aver tentato nemmeno la carta della nostalgia o dell’autoironia, cosa in cui invece altre star invecchiate del genere – Schwarzenegger nel recente The Last Stand e Stallone ne I mercenari – sono riusciti con successo. Ma temiamo che gli errori, come quello di non valorizzare un’attrice del talento e della fisicità di Mary Elizabeth Winstead, qui confinata in un ruolo di assoluto secondo piano nei panni della figlia di McClane, siano tutti nel manico: in una regia monocorde e in uno scrittore non proprio in formissima. Willis, che pure ha ancora tanto seguito tra giovani e meno giovani, ha forse ancora qualche cartuccia da sparare. Ma che si trovi, e in fretta, un buon regista e abbandoni operazioni di questo tipo che non hanno davvero più alcun senso.

 

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