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Diciotto anni dopo un po’ di verità sul genocidio del Ruanda

gennaio 13, 2012 Rodolfo Casadei

Ancora non si sa chi con un attentato missilistico il 6 aprile 1994 abbattè l’aereo del presidente ruandese di etnia hutu Juvenal Habyarimana, scatenando il genocidio che falciò le vite di 800 mila persone. Di sicuro, però, grazie a nuovi rilievi, vengono scagionati i guerriglieri tutsi, fino ad oggi considerati i possibili responsabili

A quasi diciotto anni dai fatti, ancora non è noto chi siano gli autori materiali e i responsabili dell’attentato missilistico che la sera del 6 aprile 1994 abbattè l’aereo che riportava in patria il presidente ruandese di etnia hutu Juvenal Habyarimana e scatenò il genocidio che per 100 giorni insanguinò le colline africane e falciò le vite di 800 mila persone. Da ieri però abbiamo qualche certezza in più: a quattordici anni dall’inizio dell’inchiesta francese sul disastro, una relazione tecnica presentata da un pool di esperti che ha compiuto i suoi rilievi sul posto nell’ottobre 2010 ha definitivamente stabilito che i due missili di produzione sovietica Sa-16 lanciati contro il Falcon presidenziale provenivano dal campo militare di Kanombe, dove alloggiavano le forze armate governative hutu (Far) e alcuni cooperanti militari francesi e belgi. Tramonta così l’ipotesi, accreditata per molti anni dalla stessa giustizia francese, che l’attentato avesse preso le mosse da un’altra collina vicina, quella di Masaka, per opera di guerriglieri tutsi incaricati di dare attuazione a un complotto deciso dai vertici del Fronte patriottico ruandese (Fpr), del quale era leader l’attuale capo dello Stato ruandese, il tutsi Paul Kagame.

La svolta ha del clamoroso, perché nel novembre 2006 l’allora giudice istruttore Jean-Louis Bruguière aveva emesso mandati di cattura contro nove alti dirigenti ruandesi tutsi accusati di aver progettato il crimine quando facevano parte dell’opposizione armata al governo di Juvenal Habyarimana, mentre il presidente Paul Kagame restava fuori dalla lista solo in forza dell’immunità riconosciuta dalle leggi francesi ai capi di Stato stranieri. Nel 2008, però, l’inchiesta è passata nelle mani di un altro giudice (Marc Trevidic) a causa del pensionamento del precedente, e i metodi investigativi sono radicalmente cambiati: mentre Bruguière si era interamente basato sulle dichiarazioni di disertori dell’Fpr, di membri delle vecchie forze armate ruandesi e di esponenti dei servizi segreti francesi, Trevidic decide di realizzare rilievi tecnici sul posto utili per le indagini, anche perché alcuni dei testimoni di Bruguière nel frattempo avevano ritrattato le dichiarazioni che avevano portato all’incriminazione degli alti esponenti tutsi.

La più importante inchiesta giudiziaria in corso sui fatti del 6 aprile è francese perché francesi erano l’aereo che trasportava Habyarimana e i piloti che lo facevano volare: sono state le loro famiglie a fare causa contro ignoti. Ma sin dall’inizio il processo è apparso pesantemente condizionato da fattori politici, essendo stata la Francia la principale alleata militare di Habyarimana, a capo di un governo hutu ostile al rientro nel paese dei profughi tutsi fuggiti nel 1959 e negli anni successivi, dopo che gli hutu (largamente maggioritari) avevano deposto la monarchia tutsi che governava il paese una volta finito il colonialismo. L’assalto armato dell’Fpr nel 1990, formazione composta da profughi tutsi e scontenti hutu delle regioni meridionali del paese, era stato considerato dalla Francia come un complotto anglosassone (l’Fpr aveva le sue basi nella confinante Uganda) per spostare di campo un paese francofono come il Ruanda, per mezzo secolo colonia belga. Grazie all’aiuto militare della Francia e dell’allora Zaire di Mobutu il Ruanda di Habyarimana era riuscito a rintuzzare l’attacco dell’Fpr, meno numeroso ma più combattivo e bene addestrato delle Far ruandesi. Ma inviando i suoi uomini sul terreno, la Francia si era trovata ad assistere un governo sempre più preda di forze estremiste, che si esprimevano anche nell’organizzazione di formazioni paramilitari (i temuti “interahamwé”) intenzionate a fare strage indistintamente di tutti i tutsi residenti in Ruanda, cioè circa il 14 per cento degli allora 7 milioni di abitanti.

Alla fine del 1993 era stato concluso l’accordo di Arusha, che prevedeva la creazione di un governo di unità nazionale comprendente anche esponenti dell’Fpr e successivamente lo svolgimento di libere elezioni sotto la sorveglianza dell’Onu, che inviava una forza di 3.500 caschi blu sotto il nome di Minuar a coordinare l’attuazione degli accordi. Habyarimana venne ucciso mentre tornava da un ulteriore summit ad Arusha, volto a sbloccare il negoziato per la creazione del governo di unità nazionale. La notte stessa la guardia presidenziale, gli interahamwé e le Far cominciarono ad arrestare e a uccidere gli oppositori del regime, sia hutu che tutsi; nelle settimane successive le Far e gli interahamwé diedero l’assalto alle scuole e alle chiese dove si erano rifugiati terrorizzati migliaia di tutsi, mentre nei villaggi bande di estremisti ma a volte anche centinaia di residenti scatenavano la caccia alle famiglie tutsi. La carneficina ebbe termine solo nel mese di luglio, quando l’Fpr, col sostegno occulto dell’Uganda, sconfisse le Far e prese il potere, mentre i responsabili del genocidio si mettevano in salvo in Zaire o nella regione del Ruanda che truppe francesi avevano nel frattempo occupato sotto la sigla di Operazione Turquoise.

Da allora due tesi sui fatti del 6 aprile si sono affrontate: quella del giudice Bruguière, secondo il quale un commando di guerriglieri dell’Fpr si era infiltrato nella collina di Masaka nella capitale Kigali e da lì aveva abbattuto l’aereo di Habyarimana per causare il collasso del processo di pace di Arusha e poter riprendere una guerra che erano convinti di poter vincere; e quella dell’Fpr e di vari giornalisti belgi, secondo cui estremisti hutu guidati dal generale Theoneste Bagosora avrebbero ordito un complotto per eliminare Habyarimana, che stava negoziando con l’Fpr, costringere la Minuar alla ritirata (come di fatto avvenne) e scatenare il genocidio contro i tutsi, “soluzione finale” del problema politico che persisteva dal 1959. Col passaggio delle carte dell’inchiesta da Bruguière a Trevidic sono venute in evidenza le testimonianze di un cooperante militare belga e di un alto ufficiale francese, entrambi presenti nella base militare di Kanombe, che affermavano di aver udito chiaramente il sibilo dei missili lanciati da un luogo molto vicino a quello in cui si trovavano. Gli esperti di balistica e di acustica che hanno condotto i rilievi sul terreno nell’ottobre 2010 hanno confermato l’attendibilità di queste testimonianze. La relazione tecnica agli atti ovviamente non indica chi siano gli autori dell’attentato, ma proscioglie quasi al 100 per cento l’Fpr: i guerriglieri avrebbero forse potuto infiltrarsi sulla collina di Masaka, ma certamente non a Kanombe, roccaforte delle Far adiacente alla residenza del presidente. D’altra parte l’utilizzo di missili Sa-16 rende lo scenario inquietante: non risulta che militari delle Far fossero addestrati all’utilizzo di tali armi; i sospetti intorno a un complotto internazionale restano perciò attuali.

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