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Diaz, Vicari rievoca i momenti drammatici del G8 di Genova

aprile 17, 2012 Simone Fortunato

Il regista, a cui sono da sempre cari film impegnati e di denuncia civile, si confronta con una pagina nera della cronaca recente italiana. Il suo approccio cronachistico alla notte nera della scuola Diaz è però incompleto e l’abbandono di qualsiasi riflessione di natura politica è il vero punto debole dell’opera.

Film assai controverso, Diaz – Non pulire questo sangue. È una cronaca dei fatti accaduti a Genova il 21 luglio 2011 e non un romanzo o un’opera di fiction. La precisazione è importante sia da un punto di vista cinematografico sia da un punto di vista storico. Il regista Daniele Vicari, non nuovo a film impegnati e di denuncia civile (è suo Il mio paese, un viaggio nell’Italia che soffre, povera e sfruttata), sceglie di di basarsi sul racconto degli atti processuali dei due processi di primo e secondo grado, che hanno visto condannati 25 imputati su 28 per vari capi d’imputazione, come lesioni gravi e calunnia. La scelta è comprensibile: la materia trattata è più che scottante, è stato aperto un ricorso in Cassazione e in generale si riesce a guardare con equilibrio a fatti di così grande impatto sull’opinione pubblica e sulla vita di tante persone solo dopo parecchi anni, molti più degli 11 che separano il G8 di allora da oggi.

Cinematograficamente il taglio cronachistico comporta molti problemi: l’impossibilità di ricondurre a pochi punti di vista la narrazione, essendo centinaia le persone coinvolte da una parte e dall’altra. La rinuncia a qualsiasi tentazione romanzesca di dar corpo alle tante figure presenti, su cui gli spettatori vorrebbero sapere di più: che storia hanno alle spalle, perché sono finiti alla Diaz, perché erano al G8. Vicari cerca di risolvere le difficoltà della narrazione dando spazio a tantissimi punti vista e restituendoci una narrazione frammentata a cui dà unità solo il montaggio. Si assiste così alla vicenda di un uomo d’affari finito per caso nella scuola perché non aveva trovato alcun posto in albergo, o si rimane colpiti dalla storia del pensionato che si era fermato a Genova dopo la manifestazione per una visita al cimitero e si era trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. E ancora: un volontario del Genoa Social Forum responsabile della logistica, due ragazze tedesche che verranno massacrate senza pietà, alcuni ragazzi che trovano scampo in un bar vicino alla scuola.

Rimangono però degli aspetti controversi: se infatti è un vero pugno nello stomaco la cronaca minuziosa del pestaggio nella scuola, e alcune immagini sono davvero forti, anche grazie al buon uso dei meccanismi della suspense da parte del regista, manca totalmente – eccezion fatta per un piccolo accenno a un’assemblea del Genoa Social Forum – la dimensione più ampia del contesto. Non si sa nulla di questi ragazzi (e a dire il vero neanche del perché i poliziotti faranno il blitz, a parte l’accenno a una vendetta nei confronti di una loro pattuglia presa d’assalto). Non si sa nulla delle ragioni del Genoa Social Forum, così come non viene toccato alcun aspetto di natura politica, se non un piccolo riferimento sul finale a Berlusconi, all’epoca dei fatti Presidente del Consiglio. I manifestanti vengono dipinti come una folla festante di ragazzi pacifici, volontari, attivisti. Il che è vero, ma il quadro felice rappresenta solo una parte di quello che avvenne in quel maledetto G8 alla fine del quale, per colpa delle frange più violente dei manifestanti, la città di Genova si ritrovò massacrata e ferita in maniera non diversa dalle vittime della Diaz. I genovesi non sembrano avere voce in capitolo. La scelta di fare cronaca è quindi giustificabile perché mette regista e produttori al riparo da qualsiasi polemica ideologica, ma è discutibile: perché le cose, anche più sanguinose, succedono sempre in un contesto. E a Genova, dove gli scontri violentissimi con la polizia culminarono con la morte del ventitreenne Carlo Giuliani il 20 luglio 2001, e dove dalla Diaz uscirono tutti con le ossa rotte, il contesto era difficilissimo.

Da questo punto di vista l’abbandono di qualsiasi riflessione di natura politica è un punto debole: perché, raccontando della violenza della polizia, non fare nomi e cognomi, non puntare il dito sui mandanti della violenze? È corretto storicamente, e anche un po’ controcorrente, mostrare che non tutti i poliziotti accettarono la violenza bruta. Va dato atto al regista il coraggio di porre l’accento nel proprio film sul caposquadra interpretato da Claudio Santamaria, l’unico poliziotto ad avere il volto scoperto nella Diaz, che presta soccorso ai feriti e impedisce ai propri uomini di compiere violenze all’interno. Così come è significativo ricordare che nella riunione con i capi della polizia un funzionario chieda inutilmente ai propri vertici di intervenire nella Diaz con i lacrimogeni per evitare proprio spargimenti di sangue perché “Io i miei uomini non li tengo più”. Perché avere questo coraggio di non strumentalizzare politicamente un fatto così grave ma non avere lo stesso coraggio facendo nomi e cognomi (che nel film ci sono, sono pezzi grossi della Polizia di Stato e forse anche del Ministero degli Interni ma appaiono molto sfuggenti)? Perché non spiegare, magari solo attraverso uno stretto giro di immagini, come mai i poliziotti “non ce la facevano più” e da chi e da che cosa erano stati provocati?

Prendere una strada di questo tipo, quella di una cronaca più problematica, avrebbe comportato probabilmente molti più guai a regista e sceneggiatore e forse il film sarebbe stato ostacolato dalle parti chiamate in causa, facendo fatica a uscire, ma avrebbe dato un quadro più complesso e veritiero dei fatti. Così invece la forza delle immagini non si discute e crea sgomento e rabbia, ma il vuoto delle ragioni di una parte e dell’altra non aiuta a comprendere pienamente uno degli episodi più cupi della nostra storia recente.

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