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Deir Ezzor è la nuova Aleppo, ma nessuno ne parla

febbraio 2, 2017 Rodolfo Casadei

Nella città siriana 100 mila civili stanno morendo di fame e sete ma non se parla, perché zona controllata da forze del regime e assediata dall’Isis

È una città siriana sfigurata dai combattimenti della guerra in corso, assediata da due anni e mezzo da forze preponderanti che non lasciano passare aiuti o rifornimenti e che controllano già la metà orientale dell’abitato, ci sono intrappolati dentro 100 mila civili allo stremo delle forze, afflitti da bombardamenti indiscriminati che colpiscono i loro quartieri, privi di acqua pulita e di carburante, esposti a letali rappresaglie e a esecuzioni sommarie se gli assedianti dovessero sfondare le ultime linee di difesa. Eppure i media ne parlano pochissimo. Perché la città non si chiama Aleppo, ma Deir Ezzor; e perché i civili agonizzanti non sono vittime di un assedio delle forze di Bashar el Assad a un’area controllata dai ribelli, ma residenti di una zona che il regime difende con le unghie e coi denti fin dai primi tempi della guerra. Ad assediarli e a lanciare ripetuti attacchi, l’ultimo dei quali ha spezzato l’enclave a metà compromettendo gravemente sia la situazione umanitaria della popolazione che gli assetti difensivi delle truppe assediate, è l’Isis. Ma fino ad oggi i bombardamenti americani contro le forze dello Stato Islamico in Siria (circa 5 mila secondo varie stime dal 23 settembre 2014 ad oggi) hanno toccato solo marginalmente l’area di Deir Ezzor controllata dagli uomini di al Baghdadi, e in una di queste occasioni hanno falcidiato le truppe dell’esercito siriano anziché quelle dei jihadisti (62 militari che difendevano l’aeroporto della città rimasero uccisi e molti altri feriti a causa di un’incursione aerea americana nel settembre scorso). La ragione di questo è che gli americani non volevano avvantaggiare le forze governative togliendo loro il grattacapo dell’assedio Isis a Deir Ezzor e perciò permettendo di trasferire truppe su altri fronti, contro i ribelli che gli Usa appoggiano e sostengono. Con la presidenza Trump le scelte strategiche degli Usa nel conflitto siriano potrebbero cambiare, e con queste il comportamento delle forze aeree della coalizione anti-Isis a guida americana nella regione di Deir Ezzor. Ma per ora gli unici bombardamenti aerei contro gli assedianti Isis li stanno effettuando i caccia russi, e senza grossi risultati.

Le ragioni per cui i governativi difendono accanitamente la loro ultima enclave nel sud-est della Siria mentre l’Isis fa di tutto per espugnarla sono speculari: per le forze di Assad l’aeroporto e le altre infrastrutture militari di Deir Ezzor sono l’asset indispensabile per una futura riconquista della regione, per l’Isis si tratterebbe di una vittoria non solo per rialzare il morale basso delle truppe, ma un successo strategico che permetterebbe di creare una continuità territoriale da Mosul ovest (tuttora sotto il controllo di Daesh) fino a Raqqa, creando le condizioni ideali di arroccamento per la difesa da future campagne militari contro il califfato.

Fra il novembre 2011 e il febbraio 2014 la battaglia di Deir Ezzor (che a quel tempo aveva 250 mila abitanti) è stata una successione di offensive e controffensive che vedevano da una parte la 104ma Brigata meccanizzata dell’esercito siriano, dall’altra una vasta e incoerente coalizione di ribelli del Libero esercito siriano, islamisti e Fronte al Nusra, che alla fine del 2013 controllava gran parte della provincia e la metà orientale di Deir Ezzor. Fra l’aprile e il luglio 2014 l’Isis ha lanciato un’offensiva che le ha permesso di occupare tutto il territorio precedentemente controllato dai ribelli e porre l’assedio all’enclave governativa. Tutti i trasporti commerciali e umanitari via terra sono stati bloccati, e guarnigione e civili sono sopravvissuti solo grazie agli aiuti dal cielo. A partire dal settembre 2015 però i voli cargo sono stati sospesi per ragioni di sicurezza, e solo gli elicotteri riescono a trasportare rifornimenti nella enclave. Nella primavera dell’anno scorso la situazione è diventata talmente grave che il Programma alimentare mondiale (Pam) delle Nazioni Unite ha intrapreso una campagna di aiuti con lanci di generi alimentari da alta quota (180 fino ad oggi). Il 14 gennaio l’Isis ha lanciato l’offensiva che ha creato un cuneo fra la zona dell’aeroporto e della base militare annessa e il resto di Deir Ezzor ovest dove si trova la base della 137ma brigata dell’esercito. I jihadisti hanno conquistato l’area dove sorge il cimitero cittadino, il monte Omal, le fabbriche di mattoni e gran parte di Bur Said Street. I lanci paracadutati di generi di prima necessità sono stati sospesi per due settimane e solo di recente sono ricominciati. Nel frattempo la scarsità di carburante nelle aree sotto controllo governativo fa sì che la popolazione non possa più estrarre l’acqua dai pozzi con le pompe idrauliche, e sia costretta a bere l’acqua dell’Eufrate senza poterla filtrare.

Mentre si attende che l’Onu lanci per Deir Ezzor l’allarme per «una catastrofe umanitaria senza precedenti» come fece nel settembre scorso per Aleppo (dove i civili bloccati dai combattimenti erano 160 mila), gli eventi militari dei prossimi giorni diranno se il cambio di strategia degli Usa in Siria è destinato a restare nelle intenzioni della nuova amministrazione o a tradursi in realtà. Non c’è dubbio che la nevralgica città del sud-est della Siria sia il palcoscenico ideale per il debutto della ventilata collaborazione russo-americana nel conflitto siriano.

Foto Ansa

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