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Perché il default dell’Argentina probabilmente non sarà la fine del mondo (tranne che per l’esosa Kirchner)

luglio 31, 2014 Rodolfo Casadei

Le conseguenze sui mercati internazionali del mancato accordo tra Buenos Aires e i “fondi avvoltoi” saranno molto minori rispetto alla bancarotta del 2001. Rischiano di pagarla cara invece il paese. O quanto meno il suo presidente

«Questo non è un default, è un Griefault!». L’ha buttata sull’ironia Axel Kicillof, il ministro dell’Economia dell’Argentina, chiamato a commentare il mancato pagamento di interessi per 539 milioni di dollari ai sottoscrittori dei titoli del debito argentino ristrutturato nel 2005 e nel 2010. Effettivamente in questa occasione il paese di Maradona non è venuto meno ai suoi impegni verso i creditori per mancanza di risorse, come era accaduto nel 2001 quando era andato in bancarotta su un debito di 100 miliardi di dollari circa. Stavolta è colpa di una sentenza del giudice americano Thomas Griesa (sentenza di cui abbiamo già approfonditamente trattato in questo articolo e in questa intervista all’economista Emilio Colombo), confermata in tutti i gradi di giudizio fino a quello della Corte suprema degli Stati Uniti, che ha stabilito che l’Argentina non può pagare gli interessi ai creditori che hanno accettato le ristrutturazioni del debito andato in default nel 2001/2002 e i cui titoli rappresentano il 93 per cento del totale, se contemporaneamente non accontenta anche i titolari di quel 7 per cento di debito che non hanno accettato i nuovi accordi e pretendono la restituzione piena degli investimenti oltre che gli interessi. Si tratta in buona parte di fondi finanziari che hanno comprato i titoli argentini quando già erano andati in default e non costavano quasi niente, ma tant’è: una sentenza è una sentenza, e i titoli di Stato in oggetto furono emessi a suo tempo secondo un contratto che stabiliva che le controversie sarebbero state giudicate nei tribunali di New York.

L’ACCORDO MANCATO. Il 31 luglio è scaduto il mese di “grazia” concesso all’Argentina per raggiungere un accordo con coloro che le avevano intentato cause giudiziarie. Durante quel mese un mediatore nominato dal giudice Griesa, Daniel Pollack, ha cercato di trovare un accordo fra i creditori non concordatari e il governo argentino, ma finora non ce l’ha fatta. Una cordata di banche argentine si è offerta di fornire una garanzia per 250 milioni di dollari ai creditori in lite se questi acconsentivano a chiedere al giudice Griesa di estendere i termini cronologici per il negoziato fino alla fine dell’anno, ma quelli che da più parti sono stati definiti i “fondi avvoltoi” hanno rifiutato.

LE CONSEGUENZE INTERNAZIONALI. Cosa succederà ora? Le conseguenze sul sistema finanziario internazionale non dovrebbero essere significative, perché dopo il 2001 l’Argentina è rimasta tagliata fuori quasi completamente dai mercati, e dunque pochi investitori sono interessati alla vicenda, tranne quelli che già avevano visto svanire i due terzi del valore nominale dei loro titoli al momento della ristrutturazione, da loro comunque accettata pur di recuperare qualcosa. L’Indice JP Morgan del debito dei mercati emergenti per l’Argentina attualmente è dell’1,3 per cento, mentre al tempo del default del 2001 era del 20,3 per cento. JP Morgan ha qualificato il mancato pagamento argentino come “default selettivo”, una definizione raramente utilizzata.

I DANNI IN PATRIA. Più forti, e negativi, saranno invece gli effetti all’interno dell’Argentina: ci si attende un aumento dei tassi d’interesse, un aumento dell’inflazione, pressioni sulle riserve valutarie (che oggi sono il doppio che al tempo della bancarotta del 2001) e contraccolpi borsistici. Ma soprattutto il governo di Cristina Fernandez Kirchner non potrà cercare sui mercati finanziari internazionali quei fondi di cui avrebbe bisogno per fare una politica di ampia spesa pubblica in vista delle elezioni dell’anno prossimo. Una cosa comunque è certa: l’Argentina non pagherà mai ai “fondi avvoltoi” quello che chiedono. Se lo facesse, dovrebbe poi trattare tutti i creditori allo stesso modo, e questo certamente non può permetterselo.

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1 Commenti

  1. Cisco scrive:

    I danni in patria sono non la fine de mondo, ma certamente la fine dell’Argentina. Nella speranza che a casa nostra nessuno pensi di imitarla.

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