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Decreto intercettazioni. Una “stretta” a metà

novembre 3, 2017 Redazione

Giusta la filosofia di fondo di punire gli abusi, ma resta decisiva l’interpretazione che polizia e pm daranno delle conversazioni. Luci e ombre di un decreto

intercettazioni-ansa

Un’altra legge bavaglio o solo acqua fresca? Per ora, in verità, siamo ancora lontani dal poter esprimere un giudizio su quella che i quotidiani definiscono “legge sulle intercettazioni”. Al momento, infatti, si tratta di un decreto del governo che, come fa notare Filippo Facci su Libero, «deve ancora passare da due commissioni Giustizia e poi tornare in Consiglio dei ministri». Dunque, sebbene esista già un testo, è quantomeno corretto essere prudenti. Anche perché, si è visto in questi anni, di leggi sulle intercettazioni ne sono state annunciate tante, ma di cambiamenti significativi se ne sono visti pochi.

IL DECRETO. Presentando il decreto, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e il ministro della Giustizia Andrea Orlando hanno dichiarato che l’intento non è limitare l’uso delle intercettazioni ma il loro «abuso». Intento più che nobile per chi, come noi, sa che le intercettazioni sono uno strumento a volte importante nelle indagini, ma dalla cui diffusione sui media a scopo di battaglia politica sono scaturiti più danni che altro.
Cosa prevede il decreto? Secondo quanto si apprende, saranno introdotti vincoli alla trascrizione: potranno essere riprodotti solo brani essenziali e non quelli penalmente irrilevanti. Sarà istituito presso l’ufficio del pubblico ministero un archivio riservato la cui “chiave” sarà in possesso del procuratore. È previsto il carcere (fino a 4 anni) per chi diffonde riprese e registrazioni fraudolente che ledano la reputazione altrui. Sarà regolamentato e non più automatico l’uso dei cosiddetti trojan, i captatori che cattura informazioni da cellulare e computer, ma solo per i reati meno gravi.

PROTESTE DEGLI AVVOCATI. Fin qui, a grandi linee, il contenuto del decreto che ha subito messo in allarme il M5s e alcuni giornali come Repubblica (che oggi intervista il pm Nino Di Matteo, quello della Trattativa Stato mafia) e Il Fatto che titola in prima pagina sul “bavaglio targato Pd-Alfano”. Negativo il giudizio di Francesco Petrelli, segretario dell’Ucpi, Unione Camere Penali Italiane, che vede una «norma che nel suo complesso assicura solo deboli garanzie a tutela della difesa». Nel decreto, infatti, c’è «una scarsa tutela della riservatezza dei colloqui occasionalmente effettuati tra avvocato e assistito. Noi avevamo invocato che ci fosse un vero e proprio divieto di ascolto di queste telefonate e non soltanto un divieto di verbalizzazione delle intercettazioni. Un divieto peraltro non assistito da alcuna sanzione, per cui si tratterebbe di una norma piuttosto debole che suonerà semplicemente come un invito».

INTERPRETAZIONE. Il problema vero del decreto lo coglie Facci su Libero: «A essere decisiva sarà l’interpretazione di legge. Sarà la polizia giudiziaria e soprattutto i pm, cioè, a giudicare ciò che è “essenziale” e dunque potrà comparire in istruttoria e sui giornali, e chissà quanti potrebbero interpretare estensivamente questa “essenzialità”». La questione di fondo, ancora una volta, non sembra essere stata scalfita: «Anche le richieste di arresto devono essere ben motivate – nota ancora Facci – , ma questo non ha impedito che in Italia dilagasse la carcerazione preventiva anche per via di autorizzazioni compiacenti». Anche Stefano Zurlo sul Giornale è pessimista sui risultati del decreto: «L’intento è lodevole, ma è facile scommettere: il succulento mangime avvelenerà ancora l’opinione pubblica».

Foto Ansa

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