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De Ponti (FederlegnoArredo): Rinascere al Salone del Mobile

aprile 19, 2012 Chiara Sirianni

Nel 1961 grandi industriali e piccoli artigiani del mobile diedero una svolta al settore. Costruendo un evento di richiamo per tutto il mondo. Oggi come allora, spiega De Ponti (FederlegnoArredo), in fiera «uniamo gli sforzi per un bene comune».

Grandi edifici vuoti, alla vigilia degli anni Sessanta. Un conflitto mondiale alle spalle, e la necessità di ricostruire intere città, nuovi appartamenti. La voglia di avere mobili con cui riempirli, per ricominciare da capo: partendo da un mobile in legno, un letto, un vaso. Un’esposizione storica, a Colonia, che registra un’affluenza impressionante. E un’intuizione, semplice e fulminea come spesso accade con le buone idee. È un gruppo di imprenditori milanesi, di ritorno dalla Germania, a farsi una fatidica domanda: perché non creare un punto d’incontro in grado di raggruppare l’enorme quantità di imprese, per lo più artigianali, che lavorano nel settore dell’arredamento? Da una parte una sostanziosa domanda di manufatti, dall’altra la necessità di trovare un modo efficace per mettere le imprese in diretto contatto con i consumatori.

Nasce così il Salone Internazionale del Mobile: dalla voglia di rimboccarsi le maniche e ripartire. Nonostante lo stallo in cui si trovava a vivere l’industria dell’arredo italiano. Era il 1961, e in tempi ridottissimi i più grandi industriali italiani, sotto l’egida di FederlegnoArredo, associazione di mobilieri per la promozione del design italiano nel mondo, crearono una manifestazione dal grande successo di pubblico. Oggi i Saloni sono l’evento dedicato all’arredamento più atteso a livello nazionale ed internazionale: suggerisce le tendenze dell’anno a venire, e fa traboccare ogni anno le vie di Milano di turisti, architetti, studenti, operatori del settore e semplici curiosi, per un totale di oltre 300 mila visitatori. Una manifestazione altamente specializzata ma al tempo stesso eterogenea. Nei giorni di apertura al pubblico, sono tante le famiglie, piantina in mano e bambini attorno, a curiosare fra le coloratissime novità del SaloneSatellite, dedicato ai giovani progettisti e designer, che presentano le loro creazioni con la segreta speranza di poter incontrare il gusto di qualche espositore, che voglia commissionare qualche prototipo da inserire nella produzione seriale. 


Da qualche anno la sede della manifestazione è il polo fieristico di Rho Pero, progettato dall’archi-star Massimiliano Fuksas. Spazi immensi. «Che anche quest’anno sono andati tutti esauriti» sorride il direttore generale di FederlegnoArredo, Giovanni De Ponti. La federazione, parte del sistema Confindustria, tutela e rappresenta il settore in tutte le sue componenti: dalla materia prima al prodotto finito, in Italia e nel mondo. «È un buon segnale, visto il periodo difficile che le imprese stanno attraversando». Il Salone, oltre a rappresentare un’ottima vetrina, è un bel simbolo di concorrenza salutare: «È importante tenere unite le aziende, realizzando uno strumento vincente, che renda visibile a tutti il meglio della produzione italiana. Certo, gli interessi dei singoli non sono sempre convergenti: ma unendo gli sforzi si ottiene un bene comune, che dà vantaggio a ciascuno». È una percezione molto concreta, che si coglie anche girando per gli stand: la gelosia per la grande azienda non sfocia in lotta per l’assegnazione di un angolo privilegiato, ma nella consapevolezza che il gran flusso di visitatori, se ben indirizzato, torna utile a tutti. È da qui che negli anni sono passati progetti, idee e storie imprenditoriali che hanno forgiato e raccontato le case italiane. «È straordinario vedere come il connubio tra artigianato e design abbia spesso generato dei prodotti icona, che hanno fatto la storia di diverse nostre industrie, e che tutto il mondo ci invidia. Sia per l’innovazione rispetto all’uso dei materiali, come la plastica, il policarbonato o le schiume, sia per un fattore più strettamente umano. La creatività dell’imprenditore fa parte della cultura del nostro paese. Siamo continuamente alla ricerca del bello». Non sono mancate le polemiche: in vista di Expo 2015, è girata qualche voce su una possibile collisione tra i due eventi. Forse l’esposizione universale potrebbe avere bisogno di alcuni padiglioni normalmente occupati dagli espositori dell’arredo. Spostare i saloni è impossibile: «ridurre gli spazi significa escludere qualche impresa. Come si può pensare di penalizzare quella che è la più grande esposizione fieristica del mobile? È un argomento delicatissimo, e tutti dobbiamo sforzarci di trovare soluzioni di buon senso. Basta sedersi a un tavolo e dialogare, noi siamo disponibilissimi a farlo». 

La rete, l’antidoto alla crisi
Oltre che svolgere un ruolo prettamente organizzativo, attraverso Cosmit, la società che da più di cinquant’anni organizza i Saloni, FederlegnoArredo ha il compito di favorire una rete, costante, tra soggetti diversi. Soprattutto in tempo di crisi. Quando i Saloni sono nati si respirava l’aria trionfale della grande ricostruzione del paese. Ora che tutto sembra fermo, come si trovano sbocchi concreti alla creatività italiana? «Restando vicini agli imprenditori. Non con gli slogan, ma stringendo mani. Fisicamente, quotidianamente. Sostenendo il loro desiderio di fare impresa con proposte concrete. Non soltanto aiutando a tagliare i costi, o migliorando l’efficienza dei processi. Ma incrementando la produttività». Facendo intervenire ai Saloni i giusti interlocutori, grazie a sofisticati strumenti di mappatura, che consentono di fare una fotografia a quelli che sono i flussi dell’import e dell’export dei prodotti d’arredo, individuando le aree in cui è più utile andare a fare promozione. E poi ad esempio accompagnando le imprese all’estero, con missioni mirate: «Recentemente siamo stati a Chicago, e abbiamo incontrato sei grandi studi di architettura, che progettano, per esempio in Cina, intere città. Aziende diverse che si sono sedute a un tavolo tecnico portando un grande capitale di idee. Commesse di questo genere, da sole, valgono la metà del fatturato di un anno». 

A scuola di vecchi mestieri
Sul fronte strettamente nazionale, invece, un segmento interessante di mercato è quello rappresentato dal social housing. L’edilizia sociale è destinata a crescere sempre di più, sulla scorta della richiesta di abitazioni a basso costo. «E c’è già stato un forte sviluppo dell’edilizia in legno, con cantieri in tutta Italia. Solo il legno consente di tenere sotto controllo i costi garantendo, al contempo, prestazioni energetiche di massimo livello. Inoltre consente tempistiche certe. È una bella sfida anche a livello progettuale: va pensata una nuova tipologia di arredo, caratterizzata da un ottimo rapporto di qualità/prezzo. E le imprese la stanno cogliendo». Cosa aspettarsi, quindi, da questa stagione del made in Italy? «Abbiamo registrato un calo degli ordini, e molte imprese stanno chiudendo. Nonostante tutto, sono ottimista: vedo tanti imprenditori che sanno mettersi in discussione, che girano il mondo, con la loro valigetta piena di cataloghi, per cercare nuove strade. C’è un dinamismo che non darei per scontato». Di certo l’industria vive se il tessuto circostante, fatto anche dal mondo degli artigiani, è vivace. E occorre dare linfa a tutto questo mondo. Per questo è stato messo a punto da FederlegnoArredo un progetto che ha lo scopo di insegnare ai giovani tutti quei mestieri che stanno scomparendo, proprio quando si fanno necessari. 

Non si tratta di un’operazione nostalgica, ma di pragmatismo: «la passione non la si impara leggendo un libro, ma incontrando qualcuno». E questa scuola di formazione professionale, attiva dal prossimo anno, si fonderà proprio sulla volontà di mettersi in gioco degli imprenditori che si sono resi disponibili a raccontare la loro storia, e la loro esperienza. La stessa voglia di rimboccarsi le maniche che gli industriali italiani dimostrarono nel 1961. «Non si tratta di un mondo privo di limiti, è ovvio. Ma quando chiedo agli imprenditori: perché lo fai? Raramente mi sento rispondere: lo faccio per i soldi. Ho visto molti, in questi anni, rinunciare agli utili per non mettere in cassa integrazione i propri dipendenti. Non sono gesti banali. Quando capita, in me cresce l’orgoglio di poter lavorare con persone così, che avranno pure dei limiti, ma con la voglia di creare qualcosa di bello e duraturo per se stessi, per la propria famiglia, e per le famiglie di chi lavora per loro e con loro. È da questo senso di responsabilità, molto discreto, e poco ostentato, che si trova la fiducia nel futuro». 

Twitter: @SirianniChiara

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