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De Magistris e Genchi, eroi della manetta, funzionari infedeli. Tempi pubblica le carte

marzo 18, 2012 Luigi Amicone

L’ex pm e l’ex superconsulente devono rispondere in tribunale del reato di “abuso d’ufficio”. L’accusa sostiene che De Magistris e Genchi avrebbero intercettato illegalmente parlamentari e vertici delle istituzioni. Di questa accusa, contenuta in un corposo faldone del processo che si aprirà a Roma il 17 aprile, Tempi ha acquisito gli atti e li ha studiati.

Pubblichiamo l’editoriale che appare sul numero 11/2012 di Tempi in edicola.

Quando Silvio Berlusconi non è ancora l’indagato più famoso del mondo, Luigi De Magistris e Gioacchino Genchi sono, rispettivamente, il magistrato e “il consulente informatico” più famosi d’Italia. Siamo nel triennio 2007-2009: chi può gareggiare con i due inquirenti della procura di Catanzaro per sprezzo dei “poteri forti”? Loro “non guardano in faccia a nessuno”. E perciò le tracce di migliaia di intercettazioni e i nomi di centinaia di indagati “ai più alti livelli del Palazzo” si riversano nelle pagine di giornali, siti e tv che impazziscono a tenere il passo di indagini che non risparmiano politici, magistrati, carabinieri, guardie di finanza, polizia, servizi. Tutti dentro i faldoni di un pm che presto diventerà famoso per il quadro terribile che le sue inchieste tinteggiano delle istituzioni repubblicane. Da un momento all’altro si attende la caduta degli dei.

All’origine di Mani pulite c’era stato il “mariuolo” Mario Chiesa. All’origine di quella che la coppia di eroi catanzaresi ritiene essere la Tangentopoli della Seconda Repubblica, c’è Tonino Saladino, imprenditore di Lamezia Terme qualificato dall’inchiesta “Why not” come il punto di snodo di “un apparato criminale” esteso a ogni livello dello Stato. Ma infine, oltre che portare in dote agli amici di Annozero e del Fatto quotidiano share e tirature da capogiro, qual è il risultato di un’inchiesta monstre, che ha fatto cadere il governo Prodi e offerto un’enorme visibilità al mitico Giggino, un seggio a Strasburgo, poi la poltrona di primo cittadino a Napoli, quindi l’assalto alla leadership di Di Pietro e ora la candidatura alla guida del “partito dei sindaci”, in chiave ultra Idv e anti Pd?

Genio politico a parte, sotto lo stretto profilo giudiziario “Why not” sembra uno dei tanti flop di cui è costellata la carriera di De Magistris pm: si riduce alle condanne di Tonino Saladino e dell’ex governatore calabrese del centrosinistra Agazio Loiero. Tre anni al primo, per associazione a delinquere e dopo che da questa accusa l’imprenditore era stato prosciolto in prima istanza. E un anno al secondo, per abuso d’ufficio, dopo che in prima istanza Loiero era stato assolto. Un po’ poco se si considera che dalla montagna di indagati non è soltanto uscito il topolino di due verdetti colpevolisti che rischiano di essere cassati in sede di Suprema Corte. Ma, soprattutto, sono usciti una guerra tra magistrati (quelli di Catanzaro e Salerno) che ha gettato nel discredito generale due procure del Sud e una pesante censura da parte del Csm all’operato di De Magistris.

Dulcis in fundo, dopo aver appeso la toga al chiodo e dopo la fine ingloriosa di una carriera giudiziaria, adesso l’ex pm e l’ex superconsulente (tornato nel frattempo a fare l’avvocato dopo essere stato espulso dalla Polizia per «persistente e riprovevole inosservanza dei doveri propri dello status di funzionario dello Stato») devono rispondere in tribunale del reato di “abuso d’ufficio”. L’accusa, gravissima per un magistrato, sostiene che De Magistris e Genchi avrebbero intercettato illegalmente parlamentari e vertici delle istituzioni statuali. Di questa accusa, contenuta in un corposo faldone del processo che si aprirà a Roma il prossimo 17 aprile, Tempi ha acquisito gli atti e li ha studiati. Un lavoro che, a cominciare da questo numero, offriamo ai nostri lettori e a quanti, a vario titolo, difendono la democrazia dai suoi manomissori.
Twitter: LuigiAmicone

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