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De Magistris e Genchi alle costole di un certo «gen. Pollari»

marzo 22, 2012 Peppe Rinaldi

Perché De Magistris e Genchi nelle loro mirabolanti inchieste sui fondi pubblici calabresi tenevano sotto controllo il capo del servizio segreto militare? L’interrogatorio del Comitato per la sicurezza della Repubblica ai due “giustizieri” di Catanzaro. Stralci della seconda puntata dell’inchiesta di Tempi

Continua la nostra inchiesta sui fatti che hanno portato al rinvio a giudizio dell’ex sostituto procuratore di Catanzaro Luigi De Magistris, oggi sindaco di Napoli, e del suo consulente Gioacchino Genchi, che dal 17 aprile dovranno difendersi davanti al tribunale di Roma dall’accusa di abuso d’ufficio per aver utilizzato i tabulati telefonici di otto parlamentari senza chiedere l’autorizzazione alle Camere (qui la prima puntata). Tra il 2006 e il 2007, nell’ambito dell’indagine “Why not”, i due spiarono perfino Prodi e Mastella, allora rispettivamente premier e guardasigilli, oltre a Rutelli, Minniti, Gozi, Pisanu, Gentile, Pittelli. 

Tra le carte del processo c’è anche la documentazione delle audizioni di De Magistris e Genchi al Copasir, materiale finora coperto da segreto di Stato e perciò espunto dalle indagini dei pm romani. Nel 2009 la coppia di Catanzaro fu infatti convocata dal Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica perché, oltre alle utenze telefoniche del Quirinale e di altre importanti istituzioni italiane, aveva messo sotto controllo anche quelle di alcuni esponenti dei servizi segreti apparentemente non coinvolti nelle indagini. Compreso Nicolò Pollari, all’epoca direttore del Sismi.

Di seguito pubblichiamo alcuni stralci dell’articolo che apparirà domani su Tempi in edicola.

(…) Cosa ne facevano Genchi e De Magistris dei tabulati di traffico telefonico del generale Nicolò Pollari, capo del servizio segreto militare (Sismi), forse l’agente più assediato dalla magistratura che la storia italiana ricordi? Fosse stato l’unico 007 spiato dai due, magari, la cosa avrebbe anche potuto assumere il connotato dell’incrocio casuale e chiudersi lì. Ma come si spiega l’acquisizione dei tabulati di Marco Mancini, l’agente entrato nella cronaca per il caso Telecom-Tavaroli, del generale del Sismi Augusto Pignero (poi deceduto) o del colonnello Massimo Stellato, capo centro Sismi di Padova, destinatario di una doppia perquisizione, con sequestro di due telefonini su cui fu opposto il segreto di Stato, indagato dopo che la “pentita” dell’inchiesta “Why not” Caterina Merante aveva dato a De Magistris la seguente notizia di reato: «Lui e Saladino si conoscevano»? Nel traffico telefonico di un altro generale, Paolo Poletti, è comprensibile che avessero frugato: il pm di Catanzaro indagava su di lui, al Copasir disse che il vicecapo del Sismi stava «creando una banca dati della Guardia di Finanza in partnership con una società della ’ndrangheta» (sic!). Però i tabulati del generale Sasso o degli agenti Mascaro, Spanò e Ferlito da dove sbucavano?

I giornalisti, all’epoca, ne scrivevano di ogni: pure che fosse stato acquisito e utilizzato il tabulato del capo della Polizia Gianni De Gennaro, oggi al vertice di tutte le agenzie dei servizi segreti italiani. Vero o falso? Al 2 febbraio 2009, giorno dell’audizione al Copasir degli esperti del Ros, che a Catanzaro fosse stato spiato anche De Gennaro non era confermato. Neppure lo si poteva escludere, però: è accertato che erano stati sviluppati i dati di utenze che non si sapeva da chi fossero assegnate, ma che erano riconducibili ai servizi. Infatti alcuni numeri analizzati dal pm e dal consulente erano intestati al Rud, Raggruppamento Unità Difesa, del relativo ministero di via Pineta Sacchetti 216, Roma; altre due utenze risultavano al civico 8 di via XX Settembre, sempre a Roma. In pratica l’indirizzo del Sismi. Disse il Ros nel 2009 davanti al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica: «Tra il materiale consegnato da Genchi quando andammo nella sede della sua società di Palermo, risulta ad esempio un’utenza intestata al Rud di via XX Settembre 8 con l’indicazione tra parentesi del nome “Mancini”. Pertanto il consulente acquisisce il tabulato sapendo che è utilizzato da un appartenente al servizio segreto».

(…) Torniamo un attimo a quel 30 gennaio 2009, data dell’audizione della coppia. L’atmosfera era elettrica, al punto che più di una volta il presidente Rutelli invitò la platea a «far in modo da sentirsi tutti a proprio agio». Fu interrogato prima De Magistris e poi Genchi. Quest’ultimo ingaggiò un lungo braccio di ferro con gli onorevoli commissari, tra allusioni che qualcuno prese pure male («Anche in quest’aula c’è qualcuno di cui mi sono occupato», disse quasi subito), ironie («Ho sposato un magistrato e sono profondamente innamorato di mia moglie. Non intendo sposare altri magistrati e non intendo tradire mia moglie. Ove dovessi farlo avrei altri tipi di scelta»), stravaganti attestati di stima («Vorrei far presente che io ho grande ammirazione per il generale Pollari, che considero estraneo alle accuse della procura di Milano») e racconti tortuosi di fatti slegati dal contesto ma indicativi del livello di penetrazione e di conoscenza che il consulente di De Magistris aveva dell’intero arco costituzionale, oltre che del sottobosco di potere locale e nazionale. Fu per questo, come vedremo, che sorse il problema della celebre “banca dati” ancora in mano a lui. Una circostanza mai provata, del resto, ma neanche mai esclusa.

(…) L’audizione di Genchi durò oltre sette ore, con una sola pausa di quindici minuti. I commissari ne uscirono sfiniti in quanto l’ex poliziotto dimostrava una certa abilità, diciamo, ritmica. Non foss’altro perché la sua specializzazione tecnica e la relativa filosofia di applicazione investigativa, non erano materia di facile digestione. Con De Magistris, invece, filò tutto abbastanza liscio: l’alta considerazione di sé e di quel che faceva («Vorrei che voi commissari teneste presente che le mie non erano indagini su una rapina al supermercato»), le immancabili denunce di complotti orditi per scippargli il lavoro e una certa astuzia nel far rimbalzare la palla più verso Genchi resero il lavoro relativamente meno complicato ai commissari. L’ex magistrato finirà iscritto nel registro degli indagati di Roma qualche mese dopo.

(…) Quando Francesco Rutelli, all’epoca ancora presidente del Copasir, rivolse a Genchi la prima domanda, l’ex vicequestore aggiunto ci impiegò più di tre quarti d’ora per rispondere. E riuscì a divagare a tal punto che alla fine neanche i commissari ci capirono granché. E se ne lamenteranno più di una volta. Il punto dal quale si partiva era questo: il 10 marzo del 2007, nell’ambito del procedimento “Poseidone”, De Magistris emise un decreto di acquisizione del tabulato del generale Pollari che permetteva di ricostruire il traffico telefonico dell’allora capo del Sisimi nell’arco dei precedenti 24 mesi. Da dove veniva fuori quel numero? Dalla rubrica di un alto ufficiale della Finanza, il generale Walter Cretella Lombardo, indagato da De Magistris, vicino a quell’altro generale così poco amato dall’ex ministro Ds Vincenzo Visco, Roberto Speciale. Il telefono di Cretella Lombardo era stato sequestrato dieci giorni prima del decreto, cioè l’1 marzo. Fu analizzato da Genchi, che lo restituì al pm proprio il giorno 10. Scorrendo la rubrica del telefono del generale si leggeva che quel numero era associato a un tale “gen. Pollari”. Che sta, ovviamente, per “generale Pollari”. Questo lo capirebbe chiunque. Senonché “l’anagrafica” del numero (cioè la richiesta dei dati dell’intestatario), Genchi la inoltrò al gestore telefonico il 7 luglio 2007, ovvero quattro mesi dopo. E non nell’ambito di “Poseidone”, bensì in quello di “Why not”. Il consulente di De Magistris dirà poi al Copasir di ricordare che l’anagrafica l’avesse richiesta precedentemente, cioè al tempo di “Poseidone” prima che venisse tolta dalle mani di De Magistris. Agli atti, però, risulta il contrario, vale a dire che Genchi quella richiesta non la eseguì se non per “Why not”, e solo il 7 luglio 2007. Ma se non c’erano evidenze penali o indizi di reità a carico del direttore del Sismi (come tutti e due confermeranno al Copasir), che motivo c’era di sviluppare e processare quelle informazioni? Soprattutto, chi altri ne era a conoscenza? È ipotizzabile che ce ne fossero dei duplicati? Dove, e con quali garanzie? Non proprio domandine di secondo piano.

(…) «Le è mai venuto il dubbio che il numero del generale Pollari, che era nella rubrica del generale Cretella, fosse veramente del generale Pollari?», chiede un commissario del Copasir a Genchi. «Risponda con un sì o con un no», continua un deputato che dà la sensazione di essere irritato. Ma Genchi riparte in quarta: «Le posso dire che non ho fatto alcun approfondimento all’atto dell’acquisizione sul generale Pollari, posto che di annotazioni “gen.”, di Pollari e forse anche di generali – che lo siano o no – ne abbiamo trovate diverse». Il commissario (ignoto, dal momento che le trascrizioni delle audizioni non riportano i nominativi dei parlamentari intervenuti) rilancia: «Dottor Genchi le ho chiesto un’altra cosa, sia gentile. Può rispondere sì o no. Quando lei ha visionato, come esperto pagato dalla procura, la rubrica di Cretella e ha letto “gen. Pollari”, le è venuto il dubbio si trattasse del capo del Sismi?». «No», dice finalmente Genchi, «è un lavoro che faccio alla fine». Risposta che, secondo i carabinieri del Ros (particolarmente detestati da Genchi, che non si impegnerà molto per nasconderlo né nelle memorie difensive né davanti al Copasir), i quali avevano seguito a ritroso lo stesso percorso analitico di Genchi, non poteva esser vera.

Il Comitato aveva sentito De Magistris poche ore prima e dall’ex pm aveva ricevuto una versione diversa: «Ho sempre raccomandato al dottor Genchi la massima cautela con i numeri di altri magistrati o rappresentanti delle istituzioni», aveva in sintesi detto. Il che neppure risulterà completamente vero. Quando viene chiesto a Genchi (senza però dirgli cosa avesse dichiarato sul punto l’ex pm qualche ora prima) se confermasse o meno quella versione, il consulente dichiara: «No, perché non si è mai posto il problema di acquisire i numeri dei vertici dei servizi». Ma se non si è mai posto il problema, che ci facevano tutte quelle righe di traffico agli atti delle indagini?

Poi, forse spossato dalla tensione del contesto, Genchi la spara un po’ grossa: «Che ci crediate o no, ho realizzato che si trattava di Pollari quando l’ho letto sul giornale». Come un indagato qualsiasi. «Parte tutto con un lancio del Velino», specifica l’ex poliziotto, «il giorno dopo lo scrivono Ruotolo sulla Stampa, Renato Farina su Libero e il quotidiano calabrese Calabria Ora». Ecco, anche Gioacchino Genchi, in pratica, apprendeva dalla stampa quel che avveniva nel palazzo di giustizia di Catanzaro. 

(2. continua)

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