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Davison (anglicano): «Sono pro unioni gay, ma non cambiamo il matrimonio in Parlamento»

febbraio 25, 2012 Leone Grotti

David Cameron ha annunciato che entro il 2015 l’Inghilterra legalizzerà il matrimonio gay, scatenando un putiferio. Intervista al teologo e padre anglicano Andrew Davison: «Penso che le relazioni tra persone dello stesso sesso debbano essere valorizzate e riconosciute. Ma ci vuole un dibattito teologico, non una legge in Parlamento».

«I conservatori credono nei legami che ci tengono insieme; la società è più forte quando ci scambiamo promesse e ci aiutiamo a vicenda. Per questo io non sostengo il matrimonio gay nonostante sia un conservatore, ma in quanto sono un conservatore». Così David Cameron, alla vigilia del discorso della Regina Elisabetta II, ha annunciato una «rivoluzione» nel campo del diritto familiare, cioè che «entro il 2015» lo Stato riconoscerà il matrimonio tra omosessuali. Nel paese si è scatenato un putiferio, soprattutto perché l’ex arcivescovo di Canterbury, Lord George Carey, si è opposto alla decisione del premier lanciando la “Coalizione per il matrimonio”, che ha già raccolto decine di migliaia di firme. «Penso che le relazioni tra persone dello stesso sesso debbano essere valorizzate e riconosciute» dichiara a tempi.it padre Andrew Davison, 37 anni, anglicano, tutor in Dottrina alla Westcott house di Cambridge e laureato in Teologia. «Anche se preferirei dare vita a una discussione teologica sull’argomento, piuttosto che ridefinire brutalmente il termine “matrimonio” in un’aula parlamentare».

La proposta di David Cameron rappresenterebbe un bel cambiamento per l’Inghilterra.
La proposta è particolarmente delicata per il Regno Unito a causa della Costituzione britannica. Noi siamo un paese cristiano e la nostra storia cristiana si intreccia con la legge e la società: una chiesa ufficiale, un re consacrato e così via. Le relazione tra persone dello stesso sesso dovrebbero essere riconosciute e valorizzate. Sono sicuro di questo ma la definizione di matrimonio che vige nel Regno Unito segue la tradizionale visione cristiana. Preferirei che si desse vita a una buona discussione teologica piuttosto che ridefinire il termine “matrimonio” in Parlamento.

Cameron è un premier Tory: legalizzare il matrimonio gay è una proposta piuttosto forte per essere un conservatore.
Facciamo un passo indietro. È affascinante che un primo ministro conservatore appoggi in modo entusiasta il matrimonio omosessuale. Nel suo discorso al congresso del partito, ha detto: «I conservatori credono nei legami che ci tengono insieme; la società è più forte quando ci scambiamo promesse a ci aiutiamo a vicenda. Per questo io non sostengo il matrimonio gay nonostante sia un conservatore, ma in quanto conservatore». Le vecchie distinzioni tra ciò che è “liberale” e ciò che è “conservatore” in politica potrebbe avere bisogno di una revisione. Questo vale anche per la Chiesa anglicana. La maggioranza dei teologi britannici anglicani argomenterebbe dal punto di vista teologico a favore del valore delle relazioni gay. Se restringiamo il campo solo ai più importanti tra di loro, la maggioranza si fa schiacciante. Eppure loro sono il gruppo più conservatore che la chiesa abbia mai visto da decenni: si rifanno sempre alla Bibbia, hanno una fede solida, molti sono addirittura tomisti. Oggi la maggioranza degli studiosi “pro-gay” credono all’impassibilità divina e alla Reale Presenza di Cristo nell’Eucarestia, mentre quelli tradizionalmente più “conservatori” sarebbero ben più liberali su entrambe le tematiche. Molte persone sono a favore delle relazioni gay ma sostengono che l’aborto sia un grande male. Questo è significativo.
 

In Inghilterra alle coppie omosessuali sono già riconosciuti quasi tutti i diritti civili, grazie a una legge introdotta da Tony Blair. Oggi non basta più?
L’introduzione delle coppie di fatto è stata una delle leggi più significative del governo laburista. Molti cristiani erano spaventati da tutto ciò che poteva assomigliare a un endorsement a favore delle relazioni tra persone dello stesso sesso ma ho l’impressione che la maggior parte sia contenta del riconoscimento legale. In parte per motivi pratici, per esempio se qualcuno è in punto di morte, il suo compagno dello stesso sesso avrà diritto a stargli vicino in ospedale. In parte perché le unioni di fatto danno valore all’impegno e promuovono la stabilità: se infatti molti non approvano le relazioni tra persone dello stesso sesso, considerano però un impegno a lungo termine della propria vita molto meglio della promiscuità. Dev’esserci anche questo dietro ai commenti dell’arcivescovo cattolico di Westminster secondo cui «le unioni di fatto forniscono in realtà una struttura. (…) La Chiesa dà grande valore a chi si impegna in modo stabile nelle relazioni».

Che differenza c’è allora tra unione di fatto e matrimonio?
La ragione per cui molte persone nel Regno Unito non credono più che le coppie di fatto siano un riconoscimento adeguato è il problema dell’uguaglianza. Da quando le unioni di fatto sono state introdotte, la gente ha cominciato a chiamarle matrimoni, perché le persone sono portate istintivamente all’uguaglianza. Credo che la maggior parte delle persone che non masticano teologia pensino semplicemente che le coppie di fatto siano come quelle sposate. Ho udito molta gente ripetere frasi di questo tipo: «Andrò a quattro matrimoni quest’anno», e solo dopo un po’ si capiva che parlava di tre matrimoni e un’unione di fatto. Questi temi dell’impegno e dell’uguaglianza si possono entrambi ritrovare nel discorso di Cameron. Ha cominciato affermando: «Stiamo pensando di legalizzare il matrimonio gay. A chiunque abbia obiezioni, dico: sì, c’entra l’uguaglianza ma non solo. C’entra anche l’impegno di sé».

Pensa dunque che il termine “matrimonio” vada ridefinito?
Dipende dal campo in cui lo utilizziamo. Consideriamo ad esempio la definizione legale di matrimonio negli Stati Uniti. Siccome c’è la separazione tra Chiesa e Stato allora “matrimonio” è semplicemente un contratto, un accordo laico. In questo caso, dovrebbe esserci uguaglianza tra coppie eterosessuali ed omosessuali. In un paese che definisce il matrimonio in modo teologico, come l’Inghilterra, dovrebbe aprirsi invece una discussione teologica. Sfortunatamente, anche in Inghilterra, i diversi “schieramenti” sono così polarizzati che non vedo come questo possa avvenire in tempi brevi. Storicamente, la Chiesa di Inghilterra, al contrario di quella cattolica, non ha mai calcato la mano nel distinguere matrimonio naturale e sacramentale. Potrebbe succedere, comunque, che si finisca con due tipi di matrimonio: uno legale e uno sacramentale, e che questi diventino separati. 

Crede che non ci sia nessuna differenza tra un’unione omosessuale e una eterosessuale?
Non c’è dubbio che ci siano delle differenze. Penso che le relazioni dello stesso sesso si avvicinino di più all’amicizia, alla collaborazione tra due persone dove entrambe conservano qualcosa della propria sfera. Al contrario dei matrimoni tra eterosessuali, dove c’è una dinamica più familiare. Le relazioni a lungo termine tra eterosessuali (matrimonio o altro) di solito poi aprono alla generazione dei figli. Ma partner dello stesso sesso possono adottare bambini che non hanno genitori (una cosa assai controversa per molti cristiani) e molte coppie eterosessuali oggi non fanno più figli. Rimane la questione della generazione. La Chiesa di Inghilterra individua tre beni del matrimonio: il benessere nella società, la difesa dal peccato (promiscuità e così via) e la procreazione e la crescita dei bambini nella fede cristiana. Oggi non si insiste più così tanto sul fatto che il terzo tipo di bene debba essere presente perché un matrimonio sia tale – e io penso che sia giusto, perché tutti riconosciamo i matrimoni di coppie che non possono avere figli. In tutto questo ciò che, teologicamente parlando, chiamiamo matrimonio, è il vero problema.

L’ex arcivescovo di Canterbury Lord George Carey non ha appoggiato il governo, affermando che «il governo non ha ricevuto un mandato dalla gente per ridefinire il significato di matrimonio». Mentre il cattolico Peter Smith ha detto che «il matrimonio è un’istituzione fondamentale e né lo Stato né la Chiesa ha il diritto di cambiare il suo significato».
 La questione del mandato cui accenna Lord Carey è spinosa. Nessuno ha votato una coalizione conservatrice-liberale-democratica. Io sicuramente no. Ad ogni modo, Lord Carey è chiaramente su un terreno instabile dal punto di vista filosofico. I parlamentari sono i nostri rappresentanti, non i nostri delegati: noi li abbiamo eletti e ci aspettiamo che loro siano guidati tanto dal Bene quanto dalla volontà della gente. Questo è l’unica vera ragione per cui ad esempio nel Regno Unito non c’è la pena di morte. Anche di fatto, si muove su un terreno errato, dal momento che guardando rapidamente su Wikipedia, si nota che la maggioranza della popolazione britannica è a favore del matrimonio gay fin dal 2004. Io rispetto il fatto che le persone come Lord Carey pensino che ci sia in gioco un principio cristiano ma con i loro toni insistenti rischiano di alienare la nazione dalla Chiesa. Sarebbe interessante scoprire in che proporzione i giovani si allontanano dalla Chiesa a causa della sua posizione sull’omosessualità. È il fattore più citato dai miei coetanei all’università, e io ho 37 anni, che spiegano perché hanno deciso di smettere di andare in chiesa e perché non crescono in modo cristiano i loro figli.

Non sarà mica solo un problema di risultati?
No, il problema, come dicevo prima, è teologico. Per questo non sono d’accordo che il termine “matrimonio” venga modificato in Parlamento. Per citare il titolo di un libro sul tema di un grande teologo etico anglicano, Oliver O’Donnovan, questa è una “Conversazione che deve ancora iniziare”.
twitter: @LeoneGrotti

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1 Commenti

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