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Cassani: «Coppi, Magni, Bartali e Pantani. Il ciclismo è storia di eroi. Ed è anche quella dei nostri nonni»

dicembre 26, 2013 Matteo Rigamonti

A colloquio con l’ex ciclista, oggi commentatore Rai. La bici è «libertà», che insegna a riscoprire «le cose semplici e i valori veri della vita». Ma anche «chi siamo e da dove veniamo»

Un giro in bici è innanzitutto un’esperienza di «libertà», dove a colpirti sono «le cose semplici della vita» come «le foglie che cadono e il volo di un uccello, o un bambino che cammina». A parlare così della sua più grande passione, il ciclismo, è Davide Cassani, professionista sulle strade del Giro d’Italia e del Tour de France per oltre 14 anni, fino a che, un giorno, quando si stava allenando coi suoi compagni sulle strade di Carcassonne, Francia, un brutto incidente mise fine anticipatamente alla sua carriera. L’indomani è iniziata subito la sua seconda vita, quella di commentatore tecnico in Rai per raccontare agli italiani, dal pulpito della televisione moderna, le imprese dei suoi eredi sulle strade del Giro d’Italia, della Grande Boucle e delle grandi classiche del ciclismo internazionale. Un racconto che, basta sentirlo per accorgersene, lo entusiasma come quando correva e che Cassani ha la dote di saper arricchire, affiancando alla cronaca delle imprese sportive anche godibili aneddoti, tratti tanto dalla sua esperienza personale quanto dalle pagine del ciclismo del passato. Che è sì «storia di corse» e successi, come quelli di Coppi, Magni, Bartali e Pantani, ma è anche «storia di uomini che hanno segnato un’epoca», è la storia «dei nostri nonni e bisnonni». E «non possiamo dimenticarla» perché ad ascoltarla «riempie l’anima e il cuore» fino a farci «riscoprire chi siamo e da dove veniamo». «Anche se gli anni vanno avanti -spiega – riesco ancora a fare quello che mi piace, quello che amo, che è pedalare e raccontare il ciclismo. A volte si fa fatica, è vero, ma io sono un ottimista per natura e so apprezzare le cose semplici della vita.

Qual è il suo giudizio su questa ennesima stagione piuttosto travagliata per il ciclismo mondiale, che si è aperta con la confessione di Lance Armstrong, l’americano sette volte vincitore del Tour de France, e si è chiusa con la radiazione a vita della maglia rosa al Giro d’Italia 2007, Danilo Di Luca?
Grazie al cielo, nel caso di Armstrong come di tanti altri che sono balzati negli ultimi tempi agli onori della cronaca, stiamo parlando di episodi riferiti al passato, vecchie storie insomma. Quanto a Di Luca, invece, dispiace perché aveva avuto una seconda chance e non l’ha saputa sfruttare. Peccato. Probabilmente, quando succede così è perché non si sono capiti i propri errori. Ad ogni modo, sono ottimista per il futuro perché è stato fatto molto per andare verso un ciclismo sempre più pulito, ma soprattutto perché c’è stata una presa di coscienza da parte delle squadre, dei manager, dei direttori sportivi e dei corridori. Basta vedere le reazioni del gruppo agli unici due casi di positività al Giro d’Italia di quest’anno: tutti si sono arrabbiati e non c’è mai stato silenzio. È il segnale che certe cose non si accettano più.

Il movimento del ciclismo, almeno quello italiano, ha chiuso con il passato, oppure c’è ancora bisogno di un serio e approfondito esame di coscienza?
Anche se le cose sono decisamente cambiate, non si deve certo abbassare la guardia, ma proseguire sulla giusta strada. Se ci saranno altri casi di positività in futuro? Beh, questo nessuno può prevederlo. Allo stesso modo, però, penso che anche chi si è scagliato oltremodo contro questo sport, non debba esagerare nel pretendere dal ciclismo più onestà, integrità e purezza di quanto non si faccia rispetto ad altre discipline o a qualsiasi altro ambito della vita dell’uomo.

A febbraio saranno dieci anni dalla scomparsa del “Pirata”. Chi era per lei Marco Pantani e con quali sentimenti si avvicina a quel giorno?
Pantani è stato un corridore in grado di regalare emozioni uniche. Quando pedalava e vinceva, trasmetteva qualcosa che non ha colpito solo me, ma tutto l’ambiente e gli appassionati di ciclismo. Non è un caso che ancora oggi, sulle strade del Giro, la metà degli striscioni e delle scritte siano per lui. E non mi sorprenderei se l’anno prossimo dovessero essercene ancora di più. Quanto alla sua vicenda umana, invece, se ne parla a volte bene, a volte male. Forse, ognuno di noi poteva fare qualcosa di più… ma non credo che, indagando, si troverà mai il bandolo di una matassa che, purtroppo, si è via via sempre più aggrovigliata e che, se cerchi di dipanarla, ti lascia solo con l’amaro in bocca perché lui, ormai, non c’è più.

Il Museo del ciclismo al Ghisallo – che a detta di Fiorenzo Magni «custodisce la memoria di questo sport» – oggi rischia di chiudere per mancanza di fondi. E il futuro del velodromo Vigorelli a Milano è ancora avvolto nell’ombra. Perché è importante che questi luoghi possano continuare a esistere?
È troppo importante che simili luoghi possano continuare ad esistere. Soprattutto il Museo del Ghisallo, dove ci sono le biciclette di Bartali, Coppi e tanti altri eroi del ciclismo, e le maglie dei campioni del mondo e dei vincitori del Giro e del Tour. E anche il Vigorelli, dove Moser fece il suo record dell’ora. Il ciclismo non è solo storia di corse; è la storia di uomini che hanno segnato un’epoca, è la storia dei nostri nonni e bisnonni. Non possiamo dimenticarla, va salvaguardata, come anche quei luoghi perché ci fanno riscoprire chi siamo e da dove veniamo. Andare al Ghisallo, infatti, riempie l’anima e il cuore.

Magni, persona dalla fede profonda, ha voluto fortemente che il Museo del ciclismo sorgesse al fianco della Madonna del Ghisallo, la Patrona dei ciclisti. Quanto ha bisogno il vostro mondo del Suo sguardo materno e protettore?
Ne ha bisogno, eccome. Io penso che il museo e il santuario stiano benissimo l’uno al fianco dell’altro. Del resto, il ciclismo è come una religione perché ha a che fare con i sentimenti profondi che ti salgono da dentro. Quando vai in bici preghi, preghi di poter arrivare in cima alla salita e di non cadere in discesa, chiedi di vincere, anche se forse non si dovrebbe. Il ciclismo, poi, richiede una grande passione in quello stai facendo e, in questo senso, stiamo parlando di due fedi che, forse, sono molto più unite di quanto si possa credere.

Cassani in cosa ripone la sua speranza per questa povera Italia così tanto in crisi di valori e di identità, ancor prima che economica?
Nelle cose semplici della vita, come un giro in bici con amici, all’aria aperta e tra i campi, dove a colpirti sono le foglie che cadono e il volo di un uccello, o un bambino che cammina. Quando pedalo sperimento una sensazione di libertà. Ma la cosa che mi auguro più di tutte è che i nostri figli possano crescere migliori di noi e sappiano riconquistare quei valori che abbiamo perso nel tempo, i valori veri della vita, perché non è il denaro l’unica cosa che conta.

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