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Dat. Ma cos’è questa “coscienza”?

maggio 11, 2017 Giuliana Ruggieri

Riflessioni di un medico chirurgo sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento. Chi usa criteri diversi da quelli del “pensiero dominante” avrà la «mano mozzata»?

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Le Dat, Dichiarazioni anticipate di trattamento, mi riguardano in prima persona, perché sono un medico chirurgo (dal 2000 lavoro presso la Chirurgia dei Trapianti di Rene dell’Università di Siena, diretta da prof. Mario Carmellini) e soprattutto nei turni di guardia interdivisionale in cui si affrontano le urgenze  del Pronto Soccorso, mi trovo di fronte a scelte e decisioni che hanno a che fare con la proposta di legge che, approvata alla Camera, tra pochi giorni sarà in discussione al Senato. È oggetto di dibattito il fatto che il testo attuale non preveda la possibilità dell’obiezione di coscienza da parte del medico rispetto a determinate richieste del paziente che lo porterebbero a morte certa.

Umberto Galimberti filosofo, sociologo, docente universitario ed editorialista di Repubblica ha scritto cose inquietanti sull’obiezione di coscienza in un articolo apparso sul quotidiano romano:

«Ma cos’è questa “coscienza”? È la dittatura del principio della soggettività che non si fa carico di alcuna responsabilità collettiva e tanto meno delle conseguenze che ne derivano. Il medico che, in nome dell’”obiezione di coscienza”, rifiuta l’interruzione di gravidanza a chi nella miseria genera molti figli nella più assoluta indigenza, a chi resta incinta in età infantile, a chi porta in grembo feti affetti da malattie ereditarie, non si fa carico delle condizioni della madre e dell’infelicità futura ma solo dell’osservanza dei suoi princìpi, che consente alla sua coscienza di sentirsi “a posto”, proprio perché rimuove, nega, non vede o non vuol vedere le conseguenze della sua decisione. Questo tipo di “coscienza” che non assume alcuna responsabilità sociale è una coscienza troppo ristretta, troppo angusta per poter essere eretta a principio della decisione».

E più avanti:

«Se la dittatura della coscienza soggettiva, che in nome dei propri princìpi non si piega alla mediazione e non si fa carico delle domande sociali (come possono essere quelle delle coppie di fatto o dei malati terminali che chiedono l’interruzione delle cure) diventa principio inappellabile in politica, che è il luogo dove dovrebbe trovare compensazione il conflitto delle diverse posizioni, allora bisogna dire chiaro e forte che coloro che si attengono alla dittatura della coscienza non devono entrare in politica, perché la loro coscienza non prevede alcuna responsabilità collettiva, ma solo l’osservanza dei propri princìpi. Perché la politica è “mediazione”, non “testimonianza”. Per la testimonianza ci sono altre sedi, come ad esempio la condotta della propria vita. (…) una simile coscienza, che limita a tal punto il “principio di responsabilità collettiva e sociale”, è troppo ristretta e troppo angusta per diventare il punto di riferimento della decisione politica».

Il primo commento che mi viene in mente davanti a queste parole sono i versi di Czeslaw Milosz: «Si è riusciti a far capire all’uomo che se vive è solo per grazia dei potenti. Pensi a bere il caffè e a dare la caccia alle farfalle. Chi ama la res publica avrà la mano mozzata». L’intervento di Galimberti spiega bene a che punto si vuole arrivare: chiunque usi la ragione, chiunque usi criteri diversi da quelli del “pensiero dominante” dovrà relegarsi (o sarà relegato?) in uno spazio privato.

Perché il pensiero dominante riconosce decisivo a qualsiasi livello il “principio di autodeterminazione“ dell’individuo, ma non difende l’obiezione di coscienza, che laicamente è l’espressione di una libertà di pensiero, di un uso diverso della ragione? Il fatto è che il pensiero dominante, il positivismo moderno, stracciano la coscienza umana e impongono una nuova morale. Chi non si adegua è accusato di intolleranza. Questa parabola culturale è stata descritta al Congresso Internazionale della Pontificia Accademia Pro vita intitolato “La coscienza cristiana a sostegno del diritto alla vita” del 23-24 febbraio 2007 da mons. Jean Laffitte, docente presso l’Istituto Giovanni Paolo II, consultore alla Congregazione per la Dottrina della Fede e vicepresidente della Pontificia Accademia Pro Vita. Nel suo magistrale intervento che spaziava da Creonte e Antigone alla Riforma protestante, per tornare alle persecuzioni romane sotto Diocleziano, spiegò che la modernità è segnata dall’apparizione, con Erasmo, Locke, Spinoza, Bayle e Voltaire, di un concetto fondamentale: la tolleranza.

«Ma cessando di essere un’espressione della classica virtù della prudenza e quindi di essere una virtù pratica, la tolleranza ideologica si è innalzata al rango di virtù teorica. La tolleranza ideologica è come un piccolo paradosso. Non è disposta a sopportare e tollerare l’obiezione di coscienza, poiché questa in qualche maniera sfugge al suo controllo: essa non tollera l’idea che ci sia una verità da cercarsi; essa non tollera che una tale verità possa avere un carattere universale; essa impone l’evacuazione di ogni dibattito di fondo. Insomma, la società tollerante, rimanendo sempre al livello dello scambio di opinioni relative e collocandosi sempre al di sopra dei dibattiti, rivendica il diritto di giudicare le parti presenti; la sua posizione la situa sempre praticamente dalla parte delle posizioni più teoricamente tolleranti, posizioni sicuramente le meno disturbanti per l’equilibrio consensuale che essa pretende di mantenere. Impone in questo modo un pensiero unico che può generare un totalitarismo ideologico e sociale».

L’obiezione di coscienza è la grande nemica delle società tolleranti perché richiama la questione della verità. La coscienza non è il luogo “intimo del cuore” dove si formano criterio e direttiva dell’azione; non è la sorgente autonoma della norma etica, la canonizzazione del soggettivismo relativista, il guscio della soggettività, ma come ha detto Benedetto XVI nel saluto ai partecipanti al Congresso sopra citato:

«La coscienza è un giudizio della ragione mediante il quale la persona umana riconosce le qualità morali di un atto concreto che sta per porre, sta compiendo o ha compiuto (….). Da questa definizione emerge che la coscienza morale, per essere in grado di guidare rettamente la condotta umana, deve basarsi sul solido fondamento della verità, deve cioè essere illuminata per riconoscere il vero valore delle azioni e la consistenza dei criteri di valutazione, così da sapere distinguere il bene dal male, anche laddove l’ambiente sociale, il pluralismo culturale e gli interessi sovrapposti non aiutano a ciò. La formazione di una coscienza vera, perché fondata sulla verità, e retta, perché determinata a seguirne i dettami, senza contraddizioni, senza tradimenti e senza compromessi, è oggi un’impresa difficile e delicata, ma imprescindibile. Ed è un’impresa ostacolata, purtroppo, da diversi fattori. Anzitutto, nell’attuale fase della secolarizzazione chiamata post-moderna e segnata da discutibili forme di tolleranza, non solo cresce il rifiuto della tradizione cristiana, ma si diffida anche della capacità della ragione di percepire la verità e ci si allontana dal gusto della riflessione. Addirittura, secondo alcuni, la coscienza individuale, per essere libera, dovrebbe disfarsi sia dei riferimenti alle tradizioni, sia di quelli basati sulla ragione. Così la coscienza, che è atto della ragione mirante alla verità delle cose, cessa di essere luce e diventa un semplice sfondo su cui la società dei media getta le immagini e gli impulsi più contraddittori».

Senza l’uso della ragione non esiste coscienza, e questo è un giudizio di ragione, come sottolinea il card. Carlo Caffarra:

«Mediante la ragione l’uomo conosce quell’ordine che costituisce la bellezza, la bontà dell’essere. Ed è nella luce di questa conoscenza che la coscienza può scoprire se l’atto, che la persona sta per compiere, si inscrive in questo ordine: in questa bellezza, in questa bontà. Dire che questo ordine è creato, costituito dalla ragione umana e non semplicemente scoperto da essa, equivale a negare semplicemente un dato di cui la nostra esperienza è continuamente testimone. Quando noi scopriamo con la nostra ragione questa bellezza, questo ordine e le sue immutabili esigenze, “non examinator corrigit, sed tantum laetatur inventor” come scrisse profondamente sant’Agostino “non (le) giudica da arbitro, ma si allieta come scopritore”».

Difendere questo atto della ragione è compito di tutti gli uomini, non si tratta di difendere dei dogmi di fede (del tipo Gesù è figlio di Dio), l’obiezione di coscienza ha fondamentalmente a oggetto questioni cruciali riguardanti la vita, un diritto che ciascuno detiene, un diritto che non dipende dalle condizioni in cui ogni uomo può venirsi a trovare, non è un diritto condizionato. Non possiamo accettare questo sguardo distorto della realtà che sta dominando il mondo politico e culturale del nostro paese: «Quando gli uomini abbandonano la loro coscienza in nome dei doveri pubblici conducono il loro paese sulla via del caos» (Tommaso Moro). Diceva Cicerone: «Non è turpe che i filosofi dubitino di quelle cose di cui neppure i contadini dubitano?» Accade insomma, ed è fonte di stupore per chi vi rifletta, che si vada contro ciò che fa vivere, contro ciò che si chiama il «buon» senso. Basterebbe invece usare la ragione: questa «apertura alla realtà che è come una finestra spalancata su un mare dove mai si termina di immergersi e che ti si presenta nuovo ad ogni momento». (Luigi Giussani, La coscienza religiosa dell’uomo moderno. Note per cattolici “Impegnati”. Ed. Jaca Book). Lavoriamo per mantenere aperta questa finestra per il bene di tutti gli uomini.

Foto da Shutterstock

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