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Dare lavoro alle detenute “per fare del bene”. E poi scoprire di «essere madre»

ottobre 20, 2012 Elisabetta Longo

Storia di una dirigente bancaria che s’è data da fare per le donne chiuse nei penitenziari. E che oggi, quando le vede lavorare «è fiera come una madre dei propri figli»

Made in carcere nasce con l’intento preciso di Luciana Delle Donne, di “voler restituire qualcosa a qualcuno”. È la storia di una persona che ha è stata dirigente bancaria per tanti anni, affaccendata nella vita metropolitana milanese, famiglia e appartamento in centro, che dopo un viaggio in Brasile ha cambiato idea su tante cose. «Com’è possibile che lì siano felici con poco e qui siamo infelici con tanto? Per cercare di rispondere a questa domanda, ho lasciato il lavoro sicuro che avevo, fatto di schemi e abitudini consolidate negli anni, per buttarmi in qualcosa che non avevo mai fatto, aiutare gli altri. Nel chiedermi che categoria io potessi aiutare la mente ha risposto automaticamente: le detenute». Così da Milano Luciana è tornata nella sua terra natia, in Puglia, ed è andata a bussare alle porte delle case circondariali di Lecce e Trani. Scusate, non è che posso esservi utile?

CHI E’ QUESTA? «All’inizio ci guardavano tutti malissimo. Chi è questa che vuole venire qui a pretendere di essere utile? Pure la polizia penitenziaria storceva il naso, visto che andavamo a rompere i rigidi schemi a cui è sottoposto un carcere. Quello che proponevo era organizzare un laboratorio per produrre oggetti con materiali che alle aziende non servivano più, come i brandelli di stoffa ritagliati. La mia pretesa era quella di insegnare loro un mestiere, con cui potessero imparare quanto è importante la dignità nel lavoro, per far acquisire loro una conoscenza con cui potessero poi affrontare la vita dopo il carcere. La maggior parte delle donne che mi trovavo e che mi trovo davanti non ha neppure mai lavorato», racconta Luciana.

BORSE E SACCHETTI. Dalle shopper commissionate dalla Iper agli accessori fatti per la Apple, dal semplice cucire e mettere insieme pezzi di stoffa donati da aziende come Costume National, Meltin’Pot e altri, a imparare a mettere le cerniere, ai portaocchiali fatti per la catena di ottica Nau. «Abbiamo ovviamente una responsabile di laboratorio che supervisiona il tutto. Perché i prodotti che vendiamo siano eccellenti. Una delle linee di cui andiamo più fiere è quella della convegnistica, cioè dei contenitori e i sacchetti che si danno ai convegni. Se si tratta di un sacchetto in plastica made in China è ben diverso da uno nostro fatto con cura. Lo tieni, lo riusi e porti in giro la nostra storia».

LE DETENUTE. Gli incontri quotidiani sono ovviamente la ricchezza aggiunta del progetto Made in carcere. Come quello con una detenuta un po’ in sovrappeso, che aveva chiesto a Luciana di poter lavorare in laboratorio. «Io, che sto ancora imparando a gestire l’umanità, mentre prima mi occupavo di sistemi informatici, le ho risposto tranquillamente che lo spazio era troppo stretto. Lei dopo due settimane è tornata, e aveva perso 10 chili. «”Ora fammi lavorare”, mi ha detto». Un’altra, invece, non aveva mai cucito in vita sua, non aveva mai preso in mano ago e filo, e si lamentava per questo. Luciana, con schiettezza, le ha risposto che a piangere sui problemi sono solo gli incapaci. «L’ha voluto scrivere sul muro, come monito. E ha imparato a cucire meglio delle altre, tant’è che quando è uscita mi dispiaceva lasciarla andare. Come una mamma fiera dei propri figli, ecco».

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