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Dalla Russia con timore

maggio 5, 1999 Martynov Ivan

La fine della storia del mitico ’89, il tramonto dell’Onu e le incognite di una Russia appesa a doppio filo al Fondo monetario internazionale. Un punto di vista sintetico su una guerra che prepara un probabile nuovo disordine mondiale (mal) governato dalla mistica dei diritti umani

Mosca. Con un tempismo storico che meglio non si sarebbe potuto programmare, il conflitto del Kosovo sta spazzando via molti equivoci e contraddizioni della scena politica mondiale, preparando la scena per un sistema di rapporti tra gli uomini e i popoli completamente nuovo e ancora da scoprire, il nuovo ordine mondiale del ventunesimo secolo, inizio del fatidico terzo millennio.

Quell’ex-voto del 1989 In realtà l’equivoco è fondamentalmente uno solo, riassumendo tutti i fattori in gioco in quello che già veniva presentato a lettere maiuscole come Nuovo Ordine Mondiale, con un’enfasi che ne tradiva l’illusoria consistenza. I dubbi che si trattasse di una fase storica artificiale erano sorti fin dai tanto decantati eventi del 1989: la dissoluzione inattesa e incruenta di un impero tanto vasto e complesso come quello sovietico, con tutte le sue zone mondiali d’influenza, aveva lasciato aperte moltissime domande, a cui la storia sembrava non voler più rispondere. Ora, invece, i nodi stanno venendo al pettine, e l’impressione è che si sia solo all’inizio. Il Kosovo è la goccia che ha fatto traboccare il vaso delle contraddizioni, ed è quanto mai sintomatico che proprio in quel fazzoletto di terra, che sembra portare il marchio di un destino tragico e profetico insieme, si stia consumando un dramma il cui inizio risale proprio alla grande svolta della caduta del comunismo. La serie di conflitti tra i popoli della Jugoslavia cominciò proprio in seguito alla sospensione delle autonomie del Kosovo e della Voivodina, decisa da Milosevic dopo il tentativo abortito di conservare l’equilibrio creato da Tito da parte del suo successore, Ante Markovic; alla fine, dopo tanti orrori e tanti inganni, il missile nazionalista è riesploso proprio nelle mani dello stesso Milosevic, e proprio a causa dei primi obiettivi della furia serba, gli odiati albanesi.

Dall’equilibrio del terrore, al terrore Il riesplodere dei conflitti etnici è il primo nodo di questo pettine storico di fine millennio, il punto infiammato che fa capire la gravità della malattia. I Balcani, come il Caucaso, l’Asia centrale, il Medio Oriente, l’Africa centrale, l’Indocina e altre ancora, è una delle zone del mondo in cui si accavallano popoli e culture diverse, che da secoli si scontrano e si riavvicinano con accelerazioni e svolte spesso imprevedibili, dove i focolai sono capaci di covare per lunghissimi periodi sotto le ceneri dei vari Ordini Mondiali. Non è facile capire le ragioni degli odi e degli amori di questi popoli, dovuti a storie antiche e moderni scontri di interesse. Agiscono fattori razziali, religiosi, economici, territoriali tra loro collegati secondo variabili non sempre decifrabili per gli stessi abitanti di quelle terre, figuriamoci per lontani analisti occidentali e tanto meno per i loro governanti. Non è quindi da stupirsi che emergano da questo calderone movimenti e personaggi estremisti e fanatici come Milosevic o Saddam Hussein, che spesso godono del consenso dei propri sudditi anche quando si macchiano di evidenti crimini o conducono i propri paesi alla rovina economica. Anzi, in un certo senso Milosevic è un frutto della politica occidentale dell’ultimo decennio, che prevedeva per i paesi dell’Europa Orientale una tranquilla transizione dal comunismo alla democrazia. Proprio tale politica si è trovata totalmente impreparata di fronte alle crisi apertesi su vari fronti. Sinteticamente si potrebbe dire che si è passati dall’equilibrio del cinquantennio postbellico a un tentativo di unificazione dell’ordine mondiale, che si sta ora dimostrando totalmente fallimentare.

Cui prodest la dissoluzione dell’Impero?

Certo, non si può dire che l’equilibrio di Jalta, della guerra fredda e delle armi nucleari fosse un risultato ideale, ma se non altro ha funzionato per mezzo secolo, pur con tutte le sue magagne.

L’omologazione democratica non ha resistito neanche dieci anni. Non si è riusciti a correggere i difetti del sistema precedente, anzi, si sono aggiunti molti altri problemi e motivi di sofferenza per centinaia di milioni di esseri umani, e non solo in Europa orientale (basti pensare all’Africa destabilizzata del post 1989). In linea teorica è certamente meritevole il tentativo di unificare gli standard politici, economici e sociali dei popoli al livello più alto possibile, in una sorta di “comunismo al rialzo”, ma la storia sta dimostrando per l’ennesima volta che la ricerca dei compromessi possibili, e quindi imperfetti, se non altro produce meno danni alle cose, ai luoghi e alle persone. Una paradossale provocazione in questo senso è il tentativo dei politici serbi e russi di creare un’unione politica tra Jugoslavia, Russia e Bielorussia: unificarsi contro ogni logica economica e territoriale, pur di scompaginare l’ordine esistente! I nazionalismi, i particolarismi, i separatismi di ogni specie sono le conseguenze di un’impossibile livellamento, come dimostra l’evoluzione dei paesi ex-sovietici: la dissoluzione dell’Impero ha giovato forse soltanto ai paesi baltici, dove peraltro non mancano fenomeni di razzismo ed estremismo politico (vedi Estonia).

Il bluff di una Russia liberal Del resto, il fallimento del piano di omologazione è ancora più evidente proprio al livello del cuore del sistema, cioè dell’economia. La globalizzazione mondialista si sta squagliando come neve al sole, a fronte delle crisi economiche a ripetizione, dall’estremo Oriente alla Russia e al Brasile. La creazione di un grande mercato mondiale retto da leggi liberali è un mito autodistruttivo, che in Russia ha portato in dieci anni all’impoverimento generale della popolazione, che pure sotto il comunismo non godeva certo di un alto tenore di vita, e soprattutto alla dispersione del potenziale di sviluppo che pure ancora esisteva dietro la cortina di ferro. La politica delle grandi agenzie finanziarie internazionali (Fondo monetario, Banca mondiale) ha portato la Russia a raddoppiare il proprio debito estero in dieci anni (da 100 a 200 miliardi di dollari) coprendo sistematicamente con crediti a perdere i deficit dei bilanci statali, inibendo così la volontà di rischiare, di produrre e di investire a favore di pochi oligarchi in combutta con i governanti, i burocrati e i militari, appoggiando una politica di tipo protezionista e fiscalista che tutto si può definire meno che liberale. In questo modo la Russia doveva rimanere un nano economico mascherato da superpotenza politica, invitato nei grandi salotti del potere mondiale e da tutti blandito, utile idiota di un inganno su scala planetaria. A livello economico si può dire che il 1989 è stata un’operazione necessaria a non far uscire la Russia dal socialismo, perché in realtà il mercato globale altro non è che la vittoria della dittatura socialista contemporanea; certo, non del proletariato, ma delle banche e delle grandi oligarchie.

La mistica dell’etica Un altro fattore di clamorosa discontinuità con l’ideale della Grande Unificazione è l’assoluto disprezzo dei diritti umani che il conflitto balcanico ha messo tragicamente a nudo. Non si tratta solo delle mostruosità della pulizia etnica, peraltro non dissimili dagli orrori perpetrati in tante altre parti del mondo, ma anche della grottesca presunzione di “correttezza etica” delle azioni militari della Nato. La teoria della “guerra senza perdite”, illustrata dal generale Powell nel Golfo Persico e portata all’esasperazione nei Balcani, è quanto di più disumano si possa immaginare, perché toglie alla guerra anche quel paradossale residuo di onore che viene rappresentato dallo scontro frontale (senza contare che i bombardamenti “chirurgici” non evitano comunque le vittime umane, colpevoli o innocenti che siano). Anche qui siamo di fronte ad una sconfitta, al crollo dell’etica come fattore unificante su scala mondiale. Il decennio che si conclude ha mostrato l’esasperazione del giustizialismo e del moralismo su scala planetaria: lo stesso Boris Eltsin ha costruito il suo mito di capo illuminato sulla lotta alla corruzione dei funzionari comunisti, proprio come gli eroici giudici italiani di Mani pulite o i magistrati spagnoli anti-Pinochet.

C’è un’evidente analogia tra gli eroi togati e i missili alati: entrambi hanno la pretesa di eliminare il male alla radice con metodi irreprensibili, entrambi lasciano sul campo una scia di sangue e rovine, di cui non vogliono prendersi alcuna responsabilità. E tutto questo quando si proclamava che il crollo del comunismo permetteva finalmente l’estensione universale dei diritti umani! Proprio la degradazione morale, in realtà, è una delle cause del ritorno dei comunisti al potere in tanti paesi dell’Europa orientale; la democrazia ha dimostrato di non saper e di non poter essere fonte dell’etica, e in molti (soprattutto nelle generazioni più anziane, angosciate per il futuro di figli e nipoti) rimane la convinzione che è meglio accettare un certo numero di limitazioni dall’alto che cercare di esercitare tutti i diritti e allo stesso tempo eliminare tutte le ingiustizie, subendo in questo modo torti ancora maggiori.

Nuovi equilibri dopo il Kosovo?

Dal Kosovo si esce dunque senza certezze, perché nessuna soluzione appare adeguata alla situazione di quel paese. Rimane una situazione generalizzata di conflitto, che sarà bene non ignorare né sottovalutare, se non si vuole correre dritti verso altre guerre mondiali, come accadde agli inizi dell’Ottocento e nella prima metà del Novecento.

Dal conflitto si potrà procedere solo nella direzione della ricerca di un nuovo equilibrio, magari precario, ma sempre meglio di un Ordine fasullo. Sarà necessario capire i ruoli delle parti in causa, secondo le più ovvie delle coordinate, da Occidente verso Oriente e da Nord verso Sud, all’interno dei paesi stessi, dei continenti e su scala planetaria. Usciranno di scena strutture obsolete come l’Onu, per lasciare spazio ad alleanze meno solenni e più effettive (Nato da una parte, Russia-India dall’altra, Cina ago della bilancia?). Sarà decisivo capire i metodi e le tecnologie del nuovo millennio, tra guerre chirurgiche e informazioni in tempo reale (anche se non reali per il contenuto), mantenendo sullo sfondo l’inevitabile minaccia della distruzione totale, del fallimento irreversibile, che a conti fatti resta più probabile del luminoso progresso e dell’universale armonia.

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