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Dalla Russia con terrore

aprile 16, 2017 Luigi Di Marzo

La strage di Stoccolma è l’ennesima conferma che abbiamo sbagliato a sottovalutare la guerra santa cominciata nel Caucaso anche prima dell’11/9

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Il primo è stato un pugile di origini cecene, un tale Tamerlan Tsarnaev, ucciso a Boston nel mese di aprile del 2013 dopo una caccia violenta durata cinque notti. Tsarnaev aveva colpito assieme al fratello Dzhokhar la maratona della città usando due pentole a pressione imbottite di esplosivo e biglie di metallo. Agenzie di intelligence colte di sorpresa, tre morti sull’asfalto e quasi trecento feriti alle gambe. Quella coppia di ventenni si era lasciata pochissime tracce alle spalle, poche persino per sollevare l’attenzione degli apparati di sicurezza, ma non vuol dire che i segnali non ci fossero: prima l’interesse per l’islam, poi un lungo viaggio nelle province del Caucaso, infine una nota confidenziale inviata a Washington dai servizi segreti russi. Comunque sia, negli Stati Uniti ancora si parla di lupi solitari, terroristi fai-da-te, appelli e manuali diffusi sulla rete. Ma a quattro anni di distanza, un pensiero fisso dovrebbe attraversare ogni città d’Europa: forse la guerra santa contro la Russia comincia a colare attraverso i confini.

La settimana scorsa a Stoccolma ha colpito Rakhmat Akilov, uzbeko di 39 anni, padre di famiglia con un debole per l’Isis, catturato dalle squadre speciali nel sobborgo di Märsta con tre anni di ritardo rispetto al foglio di via ricevuto dalle autorità svedesi. Ha rubato un camion, lo ha portato sulla strada più importante della città, ha ucciso quattro persone e ne ha ferite almeno quindici. Giorni prima un kirghiso di 22 anni, Akbarzhon Dzhalilov, si è fatto saltare su un vagone della metropolitana di San Pietroburgo all’ora di punta, in una stazione centrale: quattordici morti e decine di feriti.

Una stravagante immunità
È nelle strade della Turchia che il plotone dell’Asia centrale ha colpito di più negli ultimi mesi. A giugno all’aeroporto Atatürk di Istanbul un cittadino uzbeko, un kirghiso e uno del Caucaso russo hanno fatto 48 vittime superando senza grossi problemi i controlli in una delle strutture meglio sorvegliate del paese. La notte di Capodanno, alla discoteca Reina nel distretto di Ortaköy, sempre a Istanbul, un uzbeko solitario e bene armato di nome Abdulkadir Masharipov ne ha uccisi 39. Secondo gli investigatori aveva ricevuto addestramento in Afghanistan e in Pakistan prima di combattere in Iraq con le truppe dello Stato islamico: il piano originale prevedeva un’azione eclatante a piazza Taksim, nel cuore di Istanbul, Masharipov lo ha abbandonato dopo un sopralluogo e soltanto allora ha deciso di puntare su quel club notturno ben frequentato.

Il governo russo stima che ottomila uomini nati nei paesi del vecchio blocco sovietico siano in Siria e in Iraq arruolati dall’Isis oppure da Al Qaeda. Cinquemila islamisti partiti dal Caucaso, un migliaio di uzbeki, almeno cinquecento kirghisi. È un contingente solido, educato, pronto ad attaccare oltre le linee del nemico, nei punti nevralgici della Turchia e nelle metropoli d’Europa, in paesi in cui si può ancora contare su una stravagante immunità. La mente dell’attacco all’aeroporto di Istanbul è un ceceno che ha perduto un braccio in battaglia contro i russi, si chiama Akhmed Chataev, ha 36 anni e ha passato gli ultimi dieci senza affanni enormi, senza bisogno di nascondersi o fuggire. Status di rifugiato ottenuto in Austria nel 2003 e lasciapassare del governo svedese nel 2008, nonostante un anno di carcere per traffico d’armi. Il pericolo più grande lo ha vissuto nel 2010, in Ucraina, quando i servizi segreti lo hanno arrestato con l’accusa di terrorismo. Una grandiosa campagna di Amnesty International e una sentenza della Corte europea per i diritti umani hanno impedito che fosse estradato in Russia: esisteva il pericolo che ricevesse torture.

La palestra dei qaedisti
Non appena in libertà, Chataev si è trasferito in Georgia, a Duisi, un villaggio del nord del paese, al confine con la Cecenia, lo stesso in cui ha vissuto per anni Tarkhan Batirashvili, nome di battaglia Abu Omar al Shishani, barba folta e rossa che si riconosce al primo sguardo nei video dell’Isis, guida militare di Jaish al Muhajireen wal Ansar, la brigata di combattenti stranieri che hanno raggiunto il Medio Oriente in cerca di un posto d’onore nelle schiere del califfato. È stato ucciso nel 2016 da un drone americano e da allora il suo volto compare accanto ai santi russi del jihad: Dzhokhar Dudaev, Sˇamil Basaev, Ibn al Khattab (che in realtà era arabo), sino a Doku Umarov, l’ultimo emiro del Caucaso, eliminato nel 2013.

Prima dell’11 settembre 2001, prima della guerra in Afghanistan, la Russia ha dovuto affrontare Al Qaeda dentro i suoi stessi confini. La Cecenia, l’Inguscezia e il Daghestan sono stati per anni la palestra in cui l’internazionale del terrore ha sperimentato ogni tecnica di attacco, dalla guerriglia ai kamikaze, con il sostegno finanziario e pratico di paesi arabi. A quella lotta, l’Europa e gli Stati Uniti hanno guardato spesso con cinismo, come se fosse una questione interamente russa, negando il sostegno che si dovrebbe in ogni caso alle campagne contro l’islam radicale. Adesso sembra che la guerra santa dell’Asia centrale abbia attraversato le frontiere, ed è troppo tardi per costruire muri.

Foto Ansa

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