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Dalla Russia con dolore, da Bruxelles per Timor Est.

settembre 29, 1999 Tempi

Lettere 36

Caro direttore, in luogo di una corrispondenza, permettimi, in questo momento così tragico per la Russia, una sorta di commento a ciò che chiamerei il cerchio di follia e violenza che si stringe intorno alla vita quotidiana del nostro popolo. L’ondata di stragi abbattutasi nei giorni scorsi sulla Russia, insieme con lo sviluppo a singhiozzo delle rivolte caucasiche e delle rivelazioni giornalistiche occidentali, sta dando alla campagna elettorale da poco iniziata i contorni di una vera e propria apocalisse di fine millennio. È come se tutta la violenza trattenuta (si fa per dire) negli ultimi dieci anni abbia trovato l’alveo che cercava per defluire impetuosa sulla vita della società russa. I finti golpe del 1991 e del 1993, e la prova generale della guerra cecena del 1994-95 erano solo dei preludi al conflitto decisivo, che deve compiere la definitiva transizione postsovietica dell’immenso paese eurasiatico. Non è difficile vedere le analogie con la Rivoluzione d’ottobre e gli eventi che ne seguirono: un golpe-farsa, la distruzione immediata del vecchio mondo zarista, due anni di guerra civile, la nuova politica economica con conseguente de-kulakizzazione (punizione degli arricchiti) e infine il terrore. Come in un tragico circolo vizioso, ora siamo di nuovo giunti al terrore, dopo la farsa dell’ascesa sul carrarmato, la lotta senza quartiere tra le bande di potere economico, il passaggio scriteriato all’economia di mercato e la rivincita dei poteri centralisti. Il terrore degli anni Trenta fu indispensabile per la costruzione dello Stato staliniano, che resse poi per più di mezzo secolo, vincendo fortunosamente una guerra mondiale e perdendo la guerra fredda. Ora che i venti di guerra sullo scenario mondiale tornano a farsi roventi, col nuovo terrore la Russia si prepara a riprendere il proprio posto sulla scena, attingendo a piene mani dalle proprie antiche tradizioni. In fondo, lo stesso Stalin fu solo un buon ripetitore dei grandi solisti della storia russa, da Ivan il Terribile a Pietro il Grande, maestri dei torbidi politici e delle repressioni più spietate. La vera grande differenza è che oggi il potere è diventato praticamente anonimo e mondializzato, si serve di pupazzi intecambiabili, vecchi e malati come Eltsin (che a sua volta riproduce in peggio il modello brezneviano) o giovani e aitanti come Clinton (la copia scadente di Kennedy), di destra-sinistra-centro a seconda delle convenienze, ideologici o tecnocratici senza distinzioni. Così diventa semplice trasferire armi, rivoltosi e generali da una parte all’altra degli oceani, passando disinvoltamente dal terrorismo politico al fanatismo nazionalista africano, balcanico o indonesiano. Con un minimo di organizzazione si riesce a raffazzonare perfino un contingente internazionale di combattenti per l’indipendenza del Daghestan e a scaricare una ventina di miliardi di dollari di bombe su quattro villaggi al confine con l’Asia, quel tanto che basta per giustificare qualche centinaio di morti di terrorismo a Mosca e dintorni. In questo scenario ci si appresta a celebrare il primo passaggio “costituzionale” del potere dello zar nel nuovo millennio. La follia del potere continua a generare mostruosità non inferiori agli orrori della prima metà del secolo ventesimo, adattate ai tempi nuovi. Il disprezzo dell’umano, delle persone e dei popoli cerca di nascondersi dietro i progressi tecnologici e le rivoluzioni di velluto, ma presto o tardi torna a mostrare il suo volto belluino. Uno dei presupposti della presa del potere, come insegnavano Lenin e Stalin, è la paura, il terrore del domani, del vicino di casa, del diverso, la riduzione in schiavitù psicologica prima ancora che economica e sociale. È questo lo stato d’animo diffuso oggi in Russia: il terrore dei molti alimenta la violenza dei pochi. Eppure, insieme all’angoscia per la bomba che può scoppiare in ogni momento e in ogni cortile, nell’animo russo si conserva ancora una grande forza, che resiste al domatore e non accetta la schiavitù, la forza di una pazienza antica e concreta, che si prepara ad affrontare l’ennesima tragedia con la solenne dignità dei poveri e dei miti. Nelle stazioni dei treni di questi fine settimana così tragici si accalcano le folle di coloro che hanno sudato per tutta l’estate per piantare ortaggi e verdure nel piccolo orticello, per raccogliere funghi e frutti di bosco nell’attesa dell’inverno che si avvicina. La gente russa, affranta per i lutti e disgustata dagli intrighi dei politici, senza più alcun simbolo credibile da sbandierare, né un partito, né uno scrittore, né un prete, si prepara per l’ennesima volta a sopravvivere al gelo e alle incognite del domani. La forza dell’animo umano si rende più evidente nel contrasto col cinismo e la violenza dei potenti, obbliga a misurarsi coi problemi di tutti i giorni, invita a non perdere tempo, a cercare i segni della speranza nei rapporti e negli incontri più banali e quotidiani. È come se il popolo intero avesse preso un’altra strada, lasciando i folli nell’illusione di essere i soli ad esistere e a decidere di un destino che mai sarà nelle loro mani.

Ivan Martynov, Mosca ¶
A proposito di Russia. Il professor Guido Caprio ci porta a conoscenza del caso di Marina Jurevna Salichova. Lo giriamo ai lettori perché pur essendo ovviamente un caso tra milioni, è un fatto che essendo capitato a un nostro amico, ci riguarda. Vedete cosa potete fare per questa bimba di sette anni, abitante in Ulica Metallistov d.23 kv 62-Vjazniki, ricoverata nel reparto pediatrico antitubercolare dell’ospedale CRB della città di Sobinka, regione di Vladimir, dal 7 luglio 1999, malata di morbo di Pertes (necrosi asettica della testa dell’anca), che sopporta bene le cure ma è ovviamente costretta a letto e la mamma è andata a trovarla solo una volta, perché per la famiglia il costo del viaggio è inaccessibile. Il professor Caprio ci chiede di raccogliere la richiesta di solidarietà per fare in modo che la bambina, evidentemente di famiglia povera, possa ultimare le cure senza le quali diventerà invalida a vita. Il riferimento è “Comitato Mosca Sos, Milano, Viale Lombardia 27, 20131”. Oppure direttamente in Russia: Padre Stefano Caprio, parrocchia Beata Vergine del Rosario Ur. Gogolia 12, Vladimir (Russia).

Egregio direttore, che dire del comportamento della Comunità Internazionale nei giorni che stanno seguendo il terrore a Timor Est? Se nel caso del Kosovo non è stato necessario chiedere l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, perché questa è indispensabile nel caso di Timor, con l’aggiunta del consenso di Habibie? Se il popolo di Timor fosse una minoranza politicamente corretta, il soccorso dei governi sarebbe così lento? Ma il dramma di questo popolo è che sono in pochi, poveri e cattolici… Aggiungo una lista di Paesi che appoggiano l’Indonesia alle Nazioni Unite: Cuba, Iraq, Iran, Sudan. Quante dittature non hanno perso tempo a collegarsi per proteggere la libertà dei tiranni! Quanto tempo deve passare perché si colleghino le democrazie? E ancora, l’Unione Europea ha decretato un embargo di materiale militare per 4 mesi all’Indonesia. Cosa sono 4 mesi dopo 24 anni di fornitura intensiva di armi che sono servite ad affievolire la speranza del popolo di Timor? Bisogna avere il coraggio, dopo il chiaro risultato del referendum, di applicare subito il principio di autodeterminazione dei popoli, riconoscendo l’indipendenza di Timor Est, senza aspettare la problematica concessione da parte dell’Indonesia. È un invito che, dopo la discussione di giovedì scorso, il Parlamento ha rivolto ai governi dei quindici paesi dell’Unione Europea.

Mario Mauro, europarlamentare di Forza Italia Caro Mauro, perché non propone ai suoi colleghi (e magari anche al suo capo politico) una visitina in quel di Dili? Oltre alla terribile emergenza umanitaria – dove è chiaro, bisogna muoversi subito – occorrerà anche fare i conti (e tentare di imbastire un qualche approccio) con la situazione politica interna indonesiana che, come avrà appreso qui alle pp.4-6, è più grave e complicata di quanto appaia.


Caro direttore, dopo aver scritto tre “pezzi” sulla tragedia e sull’inchiesta di Ustica che gentilmente tu hai ospitato su Tempi, ho interpellato per un’intervista il giudice istruttore Rosario Priore. Vorrei spiegartene il motivo. Innanzitutto, il materiale che io ho raccolto su Ustica, le persone (italiane e straniere) che mi hanno fornito indicazioni, mi hanno portato a conclusioni completamente opposte a quelle di Priore. Posso essermi sbagliato, certamente. Mi illudo però, di aver compiuto il mio lavoro in buona fede, anche con una certa dedizione alla ricerca della verità di quella maledetta sciagura. Poiché l’inchiesta è stata chiusa, non credo che si possa configurare, in una eventuale chiacchierata con il magistrato, una situazione di “contempt of court”, come dicono gli inglesi per spiegare l’oltraggio alla corte. Anche perché, da alcuni giorni, escono articoli, stralci dell’inchiesta su quotidiani importanti che, certamente, non possono venire dal cielo di Ustica, ma probabilmente da qualche cancelleria tribunalizia romana. E anche perché, aggiungo, essendo un filobritannico antelitteram vorrei sentire la controparte. Ti dirò, caro direttore, che in questi giorni ho cercato di mettermi in contatto con gli uffici di Priore. Sapendo bene come funzionano gli uffici statali e giudiziari del nostro amato Paese, mi sono armato di pazienza, mettendo in conto: la chiusura degli uffici; i numeri di fax latitanti; i fax che vengono magari smarriti; i colloqui telefonici con segretarie e segretari, collaboratrici e collaboratori che si dimenticano, in genere, di avvisare il diretto interessato. Insomma ho messo in conto tutte le difficoltà burocratiche possibili. Ma la mancanza di ogni segnale di minima risposta, mi ha fatto pensare che il giudice istruttore Rosario Priore sia sparito (anche per un diniego o una respinta secca di ogni colloquio) e quindi mi sono preoccupato: non gli sarà successo qualche cosa?

Gianluigi Da Rold, Milano Gentile dottor Rosario Priore, per favore si faccia trovare. Non permetta che noi alla fine si dica ciò che, sia pur legittimamente, sembra voglia ammiccare Lei parlando solo ed esclusivamente con i giornalisti sostenitori delle sue tesi. Consenta anche a noi, che riteniamo sia stata una bomba e non “una quasi collisione” a causare l’abbattimento del Dc9 di Ustica, che Le si rinnovi pubblicamente una richiesta di audizione per un’intervista in cui, siamo sicuri, Lei saprà replicare punto per punto alla ricca documentazione proposta su questo giornale dal nostro collaboratore Gianluigi Da Rold, dal vicedirettore del Giornale Paolo Guzzanti, dall’ex ministro e segretario agli esteri Giuseppe Zamberletti e da tanti altri (non ultimo il perito Frank Taylor che risolse i casi dell’attentato di Lockerbie e del disastro aereo sul Kennedy di New York del 1996). Dato che già in altre occasioni l’interessamento dei nostri lettori è stato prezioso, anche in questo caso ci permettiamo di proporre loro di fotocopiare e inviare la presente all’attenzione del Dottor Rosario Priore, presso il tribunale di Roma, al fax 06.6868545.

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