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Dalla Nato all’Onu

giugno 16, 1999 Micalessin Gian

Ma c’è chi è convinto che tra Onu e Nato sarà braccio di ferro. Col pericolo di una frattura tra Russia e Europa da una parte, Gran Bretagna e Usa dall’altra

Vincere la guerra, ma perdere la pace. In un simbolico rovesciamento di ruoli la Nato rischia di provare oggi ciò che il nemico serbo ha sperimentato per secoli. Questa è la rocambolesca conclusione delle trattative di pace arenatesi lo scorso fine settimana e trasferitesi dal confine macedone al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite. Le iniziali speranze di un accordo di pace avevano un’unica origine: l’ambiguità del piano di pace disegnato dai ministri dei G8 e successivamente accettato da Milosevic. Quel piano di pace era sostanzialmente una comoda scappatoia per entrambi i contendenti. Per un’Alleanza Atlantica sempre più indecisa e lacerata sui modi e i tempi della guerra. Per uno Slobodan Milosevic impegnato a dimostrare alla propria opinione pubblica come la guerra fosse imposta alla Serbia nonostante la sua buona volontà di negoziatore. Incominciamo dalle ambiguità del piano. La prima riguarda la composizione della forza di sicurezza incaricata di garantire il ritorno dei profughi. Nel piano dei G8 si parla di una partecipazione sostanziale della Nato alla forze di sicurezza da dispiegare però “sotto gli auspici dell’Onu”. La seconda riguarda il futuro “status” del Kosovo. Secondo il documento dei G8 la provincia dovrà essere retta da un amministrazione ad interim designata dal consiglio di Sicurezza delle Nazioni all’interno però della Repubblica federale di Jugoslavia. Questi due punti sono il tavolo da poker su cui entrambi le parti hanno bluffato. La Nato con il preciso intento di non concedere alle Nazioni Unite alcun controllo della forza di pace da dispiegare. Milosevic ben determinato ad accettare il piano per poi farlo scivolare sulle secche della trattativa pretendendo che fosse l’Onu a gestire il passaggio alla pace. Una pace basata di fatto su un Kosovo diviso in due. Serbo al nord dove i soldati russi avrebbero costituito una forza di sicurezza formale. Un Kosovo “agitato” al sud per le contrapposizioni tra forze Onu e forze Nato e guerriglieri dell’Uck (Esercito di Liberazione del Kosovo) poco disposti a farsi disarmare. La Nato puntava sulla rapidità. Entrando subito avrebbe assunto il controllo della provincia e in seguito fatto accettare il suo ruolo di governatore a Nazioni Unite, russi e serbi. I serbi con l’appoggio della “grande madre russa” hanno invece puntato a temporeggiare e a far emergere il tentativo Nato di sottrarre all’Onu qualsiasi giurisdizione sull’accordo di pace. “La Nato tenta unilateralmente di affermare – ha detto Igor Ivanov, ministro degli esteri russo, – che la forza di pace sarà basata sulle forze Nato e avrà il diritto di utilizzare la forza. Questa però è una prerogativa del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite”. La Nato vittoriosa sul campo militare rischia dunque una dolorosa sconfitta politica. Il 24 marzo giorno d’inizio dei bombardamenti, Bill Clinton affermò che la Nato si prefiggeva tre obiettivi. Dimostrare la “serietà delle intenzioni della Nato”. “Colpire duramente le capacità militari dei serbi e prevenire la possibilità di un’offensiva sanguinosa ai danni dei civili innocenti”. “Mantenere la stabilità di Macedonia e Albania”. Almeno su due punti la Nato ha già fallito. I bombardamenti non hanno impedito la pulizia etnica mentre la Macedonia (invasa dai profughi) e l’Albania (trascinata sull’orlo della guerra dai continui scontri di confine) sono assai meno stabili di prima. La serietà della Nato è invece ancora tutta da dimostrare. “La Nato è entrata in guerra senza sapere quale fosse la via d’uscita – ha dichiarato la scorsa settimana al New York Times un anonimo alto funzionario del comando Nato – si è fatta strada inciampando, terrorizzata da quanto stava accadendo. Ovunque oggi si percepisce un gusto amaro di litigi tra governi e all’interno dei governi tra il quartier generale di Bruxelles e il comando militare”. La determinazione russa e serba di portare alla luce il tentativo Nato di sottrarre competenze alle Nazioni Unite punta anche ad evidenziare i contrasti intestini dell’Alleanza. Facile intuire le conseguenze che un atteggiamento del genere potrebbero avere sui governi “deboli” come Italia, Germania e Grecia. Per Stati Uniti e Gran Bretagna si profila, nella settimana entrante, il rischio di ritrovarsi sempre più isolate. Dietro hanno un’Europa sempre più sballottata tra la necessità di riconoscere quanto scritto nel trattato dei G8, il ruolo delle Nazioni Unite e quello dei mediatori russi. Impantanata in una trattativa con Nazioni Unite e Russia, la Nato a leadership anglo-americana rischia di dover abdicare definitivamente al suo ruolo di liberatore del Kosovo e di novello gendarme del mondo.

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