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Dall’Italia all’India per un bambino. Un utero in affitto costa 28 mila euro

novembre 26, 2013 Redazione

La storia di una coppia di Verona che due anni fa è volata a Nuova Delhi per avere un figlio da una maternità surrogata: sono stati rinviati a giudizio per “alterazione dello stato civile”

Ventottomila euro in quattro rate trimestrali. È il prezzo che una coppia di Verona ha pagato per avere una figlia attraverso una maternità surrogata in una clinica in India, secondo quanto raccontato dalla Stampa. I due, impiegati pubblici, sono stati rinviati a giudizio dopo le convocazioni in Procura e due anni di indagini per “alterazione dello stato civile”. E ora si chiedono perché in Italia in merito all’utero in affitto regni un vuoto legislativo che rende tutto più complesso. Ciò che impressiona nel loro raccontò è l’assoluta superficialità con cui descrivono la loro esperienza, come se nessuna delle loro azioni avesse una conseguenza, come se solo il loro diritto-desiderio di avere un figlio possa contare.

«NON ABBIAMO VOLUTO SAPERE ALTRO». «Siamo andati a Nuova Delhi – raccontano – come due investigatori, abbiamo scoperto un mondo». La loro storia comincia nel 2009, quando in seguito alle cure seguite per un tumore, la donna apprende dal medico di non potere avere figli. Così, lei e il marito cominciano ad informarsi sulla maternità surrogata, e decidono di partire per il paese asiatico: «Forse qualcuno ha dell’India un’idea sbagliata. La nostra clinica è all’avanguardia. I medici sono di una professionalità straordinaria. Ci hanno chiesto se volessimo una donatrice indiana o caucasica. Abbiamo risposta all’unisono: indiana. Non abbiamo voluto sapere altro».

IL DOCUMENTARIO DELLA BBC. L’India è uno dei dieci Stati al mondo dove la maternità surrogata è consentita, ma tra questi risulta anche il più famoso per i metodi poco civili con cui le donne vengono trattate. Poco più di un mese fa, un documentario della Bbc mostrava la realtà delle cliniche indiane: le donne vivono in dieci per stanza, anche in 100 in una singola struttura, spesso più simili a dormitori. I “clienti” arrivano da tutto il mondo, anche perché, se negli altri Paesi i figli nati da maternità surrogata sulla carta d’identità rimangono figli delle loro madri naturali, qui le donne indiane non hanno né diritti né doveri verso i nascituri. Provenendo spesso da realtà povere, ricevono pagamenti nettamente superiori rispetto agli stipendi dei mariti. E il giro d’affari è altissimo: la tv britannica era stata nel centro di Anand, dove in dieci anni sono stati “prodotti” più di 500 bambini, venduti poi in trenta paesi diversi. Quanto ai due coniugi veronesi, nell’articolo precisano di aver avuto qualche perplessità all’inizio, ma di averla vinta: «La cosa che mi faceva più paura era l’idea di commettere un’azione moralmente sbagliata, qualcosa che potesse nuocere alla salute di un’altra donna. Noi non siamo ricchi occidentali disposti a tutto. Siamo due persone semplici. Due italiani incensurati, che credono fermamente nel rispetto della legalità».

SETTEMILA EURO ALLA MADRE. Una volta deciso, ecco finalmente l’incontro con Maya, la madre che avrebbe appunto cresciuto nell’utero la loro futura figlia: «Si è presentata in clinica con le due figlie. Ci è piaciuta subito moltissimo. Ventinove anni, dolce, timida. Sappiamo che a lei sono andati 7 mila euro, il corrispettivo di quattro anni di un buono stipendio indiano». Per una settimana, i due futuri genitori sono rimasti in quel Paese: un giorno hanno firmato il contratto, un altro hanno tentato l’inseminazione, poi il ritorno in Italia. Quindici giorni più tardi ricevono la telefonata attesa: l’embrione aveva attecchito. I nove mesi di gestazione sono trascorsi tra l’attesa dei parenti, le chiamate via Skype alla madre in affitto, le ecografie spedite per posta. Poi, quando è nata la bambina, Emma, i due si sono assentati dal lavoro: quattro mesi di aspettativa, senza spiegare nulla ai propri superiori: «Il primo mese lo abbiamo trascorso in un residence indiano, pieno di genitori come noi, a preparare biberon. L’esame del Dna ha accertato che il padre naturale ero proprio io. Emma, del resto, è la mia fotocopia. Intanto abbiamo fatto tutta la trafila per ottenere il passaporto provvisorio, rilasciato dal Ministero per gli Affari Esteri indiano». Da lì poi però sono cominciati i problemi: a partire dai sospetti dei poliziotti all’aeroporto d’arrivo in Italia, per poi proseguire con le convocazioni in Procura: l’anagrafe italiana era stata avvertita dall’ambasciata. E ora la coppia si lamenta per l’incubo che vivono da due anni, nell’assenza di norme precise in materia: «Ci hanno trattati come due delinquenti. Sappiamo di essere in qualche modo dei pionieri».

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