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agosto 11, 1999 Tempi

dal mondo

Sulla poltrona del Wto si siedono in due Si è finalmente conclusa il 22 luglio l’interminabile contesa per la carica di direttore generale del Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio diretta fino al 30 aprile scorso da Renato Ruggiero.

Spirato improrogabilmente il mandato dell’ex ministro e ambasciatore italiano, l’ente internazionale creato appena quattro anni fa con la missione di attuare la liberalizzazione del commercio internazionale e la sua supervisione, è rimasto per tre mesi senza guida a causa delle diversità di vedute fra i 134 paesi membri quanto al nome del suo successore. A contendersi la poltrona erano l’ex primo ministro neozelandese Mike Moore, candidato privilegiato degli Stati Uniti ma anche di molti paesi europei, e il ministro thailandese del commercio Supachai Panitchpakdi, appoggiato soprattutto dai paesi del Terzo mondo.

A determinare l’impasse è stata la volontà di non infrangere la consuetudine che vuole che le decisioni principali dell’organizzazione (con l’eccezione delle pronuncie sui ricorsi contro pratiche commerciali giudicate sleali) siano prese all’unanimità: un voto a maggioranza, semplice o qualificata, avrebbe polarizzato le delegazioni.

Mediocre compromesso che non risolve il contenzioso Si è fatta così strada una soluzione che, se non fosse stata proposta dal rappresentante del Bangladesh, si potrebbe ben definire “all’italiana”: si è stabilito che i prossimi due mandati durerano tre anni anzichè quattro come previsto dallo statuto, e che in essi si alterneranno, senza possibilità di riconferma, prima Mike Moore (fino al 2002) e poi Supachai Panitchpakdi (fino al 2005).

Tutto bene, allora? Non proprio. Gli stessi proponenti ammettono che si tratta di una soluzione di ripiego, e che un organismo dell’importanza (ogni giorno crescente) del Wto meriterebbe accordi di ben altro livello.

L’Organizzazione mondiale del commercio è nata il 1° gennaio 1995 sulle ceneri del Gatt, l’Accordo generale sul commercio e le tariffe creato nel 1947 con competenze analoghe a quelle poi ereditate dal suo successore, ma con molti meno strumenti di intervento.

Il culmine del Gatt era consistito negli accordi dell’Uruguay Round, un ciclo negoziale durato otto anni e concluso nell’aprile del ‘94 con le prime forme di liberalizzazione commerciale e l’impegno ad abbassare le barriere tariffarie e doganali alle merci.

Negli anni successivi il Wto ha concluso nuovi accordi per la liberalizzazione dei servizi finanziari, delle telecomunicazioni e dei servizi informatici, ma soprattutto ha messo a punto un sistema per la regolamentazione delle controversie che è sembrato dare buoni risultati. Tuttavia i dossier di difficile soluzione non mancano.

Le materie del contendere sono soprattutto quattro e configurano altrettante guerre commerciali fra gli Stati Uniti da una parte, l’Unione europea (Ue) e altri paesi dall’altra: la carne bovina agli ormoni, i prodotti transgenici, le banane e l’acciaio. Nei primi due casi, l’Ue ha vietato o sospeso l’importazione dei prodotti in nome della difesa della salute dei consumatori, ma per quanto riguarda la carne agli ormoni ha subìto un arbitrato sfavorevole del Wto, che ha autorizzato gli Usa ad attuare sanzioni commerciali contro l’Europa; nel caso delle banane, gli Usa hanno nuovamente ottenuto una sentenza del Wto che condanna il regime preferenziale che l’Ue concede alle banane provenienti da un certo numero di paesi di Africa, Caraibi e Oceano Pacifico; per quanto riguarda l’acciaio, gli americani accusano di dumping (concorrenza sleale in quanto i prezzi di vendita sono inferiori ai costi sopportati per la produzione) una lista di paesi che comprende Brasile, Giappone, Russia, Messico, Repubblica Ceca, Romania e Sudafrica.

E per novembre si prepara l’”Al Gore show”
Delle vicende di cui sopra e di altre ancora dovrebbe occuparsi il nuovo ciclo di negoziati che partirà a novembre col vertice di Seattle, già soprannominato Millenium Round. Ma le premesse non sono affatto buone. A causa del vuoto al vertice del Wto (che durerà fino al 1° settembre, quando Moore entrerà effettivamente in carica) e del tempo perduto nel logorante braccio di ferro fra i due candidati, la preparazione per Seattle è stata meno che scadente. Inoltre americani ed europei si presenteranno all’appuntamento con intendimenti molto diversi: i primi puntano ad accordi caso per caso, che potrebbero richiedere anche un negoziato lungo come quello dell’Uruguay Round, i secondi ad accordi globali e da concludere entro il mandato di Moore. C’è infine il timore che Seattle altro non sarà che una passerella pre-elettorale per Al Gore. Il vicepresidente democratico americano che sta tentando di succedere a Clinton potrebbe essere tentato di utilizzare il palcoscenico di Seattle per uso interno, cavalcando due dei suoi cavalli di battaglia preferiti: la subordinazione del commercio mondiale alle compatibilità ecologiche e al rispetto di una “clausola sociale”, cioè di un trattamento salariale e previdenziale dei lavoratori del Terzo mondo più vicino a quello dei lavoratori occidentali. Si tratta di temi esplosivi, che farebbero sicuramente deragliare il summit, perché i paesi in via di sviluppo ritengono che si tratti semplicemente di imbrogli per frenare l’espansione economica dei paesi poveri e per reintrodurre il protezionismo commerciale.

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