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dal mondo 18/99

maggio 19, 1999 Tempi

dal mondo

Wesley Clark Story Uno dei personaggi della vicenda bellica balcanica a cui sono stati dedicati più ritratti è sicuramente il comandante operativo della Nato generale Wesley Clark. Quotidiani e settimanali delle due sponde dell’Atlantico e delle due sponde dell’Adriatico hanno fatto a gara nel tratteggiare la storia rocambolesca e il carattere intransigente del condottiero dell’armata volante Nato. Ma la ricostruzione più gustosa e meno nota in Occidente è certamente quella apparsa sulla Izvestija del 5 maggio. A rendere speciale il ritratto proposto dal quotidiano russo è un particolare per nulla secondario: dal pezzo, trasmesso dal corrispondente del giornale a Minneapolis, i lettori russi imparano, 41 giorni dopo l’inizio dell’intervento militare Nato in Serbia e Kosovo a cui sono massicciamente contrari (94 per cento secondo i sondaggi), che il comandante in capo degli alleati è discendente di ebrei russi profughi all’estero per sfuggire ai pogrom antisemiti di fine Ottocento.

Figlio di ebrei russi “Il comandante supremo delle forze armate della Nato in Europa Wesley Clark può avere dei motivi personali quando progetta attacchi bellici dell’Allean-za contro la Jugoslavia -esordisce la Izvestija- essendo lui stesso discendente di esuli. Suo nonno era un ebreo russo che sfuggì ai pogrom riparando prima in Svizzera e poi negli Usa”. “Il nonno del generale Clark si chiamava Jacov Nemerovskij. Negli anni Novanta del secolo scorso, dopo l’ennesimo pogrom che quasi gli costava la vita, Jacov insieme alla sua famiglia fuggì in Svizzera. Là si procurò un passaporto falso intestato a un certo Kenny. Servendosi del passaporto falso, Jacov emigrò oltreoceano. La famiglia Nemerovskij-Kenny si stabilì a Chicago, dove Benjamin Jacob, figlio di Jacov e padre del futuro generale, fece una brillante carriera. Terminata l’università, entrò in politica, poi divenne viceprocuratore di Chicago”.

“I familiari del generale dicono che il figlio assomiglia al padre: accanito lavoratore, senza paura delle fatiche, non abbandona una pratica finché non l’ha portata a termine. Questi tratti del carattere paterno si ritroverebbero nel modo in cui Wesley Clark conduce gli attacchi aerei contro Belgrado. Su questo concorda anche il generale John Shalikashvili (anch’egli, evidentemente, di ascendenze russe – ndr), già capo di Stato maggiore interforze e amico di Clark. “Wesley -dice- ha un’inesauribile capacità lavorativa e di sopportazione dei carichi emotivi””.

Orfano, poi adottato “Il padre del futuro generale morì improvvisamente per un attacco cardiaco, appena superata la cinquantina, quando Wesley aveva 5 anni. La madre, Veneta Kenny, si trasferì con l’unico figlio da Chicago, dove il piccolo era nato, a Little Rock nell’Arkansas. Presto Veneta si risposò con Victor Clark, il quale adottò Wesley, gli diede il suo cognome e lo convertì alla fede protestante”.

Protestante, cattolico, eroe del Vietnam “Wesley Clark terminò le scuole con ottimi voti e fu il primo del suo corso all’accademia militare di West Point. Combatté in Vietnam. Comandò col grado di tenente una compagnia di fanteria meccanizzata, fu ferito quattro volte e insignito delle medaglie “Stella d’argento” e “Cuore purpureo”. Fu negli anni del Vietnam che Clark passò dal protestantesimo alla fede cattolica”.

Ambiguo ritorno alle radici “Seppe per la prima volta dei suoi antenati ebrei profughi dalla Russia mentre era in Inghilterra, studente all’università di Oxford e titolare della prestigiosa borsa di studio “Cecil Rhodes”. Là lo rintracciò una sua cugina americana, Molly Freedman di Cleveland. Da lei seppe tutta la storia di Jacov e di Benjamin Nemerovskij. Quando nei giorni scorsi questa storia è stata rievocata dal “New York Times”, il generale si è rifiutato di fare qualsiasi commento e tanto meno di rilasciare interviste in proposito. I neo-ritrovati parenti del generale, al contrario, risultano molto loquaci. Essi sostengono che il ricordo delle persecuzioni cui fu sottoposto nella Russia zarista suo nonno e la storia della sua fuga ispirano il generale, “in quanto egli solidarizza con le vittime delle pulizie etniche in Kosovo”. A proposito, il generale Clark s’è ripetutamente incontrato col presidente Milosevic ed ha avuto con lui, a quanto riferisce, “prolungate discussioni filosofiche”. Ora queste “discussioni” -conclude ironicamente Izvestija- sono condotte attraverso i bombardamenti”.

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