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Daccò coi ceppi ai polsi in tribunale è una cosa «barbara», come ai tempi di Mani Pulite

novembre 10, 2012 Matteo Rigamonti

Luca Fazzo (Il Giornale) spiega perché il caso meriterebbe di essere sollevato: un anno di carcerazione preventiva «non sta né in cielo né in terra»

Una carcerazione preventiva che duri un anno «non sta né in cielo né in terra». E portare un uomo alla sbarra in manette, con gli “schiavettoni” ai polsi, è «barbaro» e «demenziale». Per questo il caso Daccò meriterebbe di «essere sollevato», perché «a beneficiarne non sarebbe solo lui, ma anche i detenuti comuni». Ha le idee chiare in merito alla detenzione preventiva di Pierangelo Daccò, il manager condannato in primo grado per bancarotta fraudolenta dell’ospedale San Raffaele, Luca Fazzo, cronista giudiziario del Giornale, che proprio ieri su quelle colonne ha scritto di un vero e proprio «clima da Inquisizione». Fazzo ha paragonato la vicenda di Daccò a quella di Enzo Carra, portavoce della Dc che nel ’93 venne arrestato per essersi rifiutato di rispondere alle domande sul suo leader Arnaldo Forlani e condotto “in diretta” con i ceppi ai polsi in carcere. A lui abbiamo chiesto di spiegarci cosa le due vicende hanno in comune. E cosa insegnano.

Giampiero Biancolella, l’avvocato di Daccò, parlando della carcerazione preventiva che il suo assistito sta subendo, l’ha definita «di durata quanto meno statisticamente inusitata». È già trascorso un anno: dai tempi di Tangentopoli, lei ne ricorda qualcuna simile?
Se togliamo gli episodi di sangue, fatico a ricordare una carcerazione preventiva di questa durata. Certamente ci sono stati assassini, o presunti tali, che hanno aspettato la sentenza definitiva in carcere più a lungo di Daccò. Ma quanto a imputati di reati non cruenti penso che siamo in zona record e probabilmente anche sopra ogni record.

E degli “schiavettoni” ai polsi cosa ne pensa?
Senza ombra di dubbio una gestione del detenuto tramite quell’attrezzo è una gestione barbara. Come già è successo per Carra, sarebbe bene che anche il caso Daccò venisse sollevato. Non perché ne benefici solo lui ma anche il detenuto normale. All’epoca di Carra, a beneficiare dell’indignazione per gli schiavettoni, le foto in manette e la sfilata in tribunale, non furono soltanto gli imputati del processo di Mani pulite ma anche i cittadini comuni. Voglio ricordare che da allora è vietato pubblicare foto sui giornali di detenuti con le manette ai polsi. E questo vale per i colletti bianchi e quelli neri: tutti quanti. È stata certamente un’idea demenziale quella di portare Daccò con i ceppi ai polsi in tribunale. Tolti i detenuti di alta pericolosità, che normalmente vengono sentiti tramite teleconferenza, è barbaro che i detenuti normali vengano trasportati in tribunale in simili condizioni.

Barbaro ma non illegittimo. Giusto?
I giudici cui abbiamo chiesto chiarimenti in merito hanno rimesso la decisione alla responsabilità della polizia penitenziaria. Evidentemente non c’è una normativa precisa a riguardo. Però ci sono disposizioni che possono venire date: in fondo la polizia penitenziaria dipende dal ministero di Giustizia e se il ministro Paola Severino dice che queste sono cose indegne in un paese civile, la polizia deve adeguarsi.

Intanto un anno è passato. Chi glielo restituisce a Daccò?
Stiamo parlando di imputazioni gravi e non si possono minimizzare: i fatti, se sono quelli, sono indubbiamente gravi perché parliamo di milioni pubblici spariti nel nulla. Ma allora si facciano i processi, li si faccia diventare definitivi, e poi si porti Daccò a espiare la pena, qualora gli dovesse essere inflitta. Un anno di carcerazione preventiva non sta né in cielo né in terra.

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