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Da toccasana del calcio a “grande colata”. Cosa fa paura della Legge Stadi?

novembre 22, 2013 Emmanuele Michela

Quando il pallone è in crisi si invocano strutture più moderne da dare in mano ai club, ma poi i progetti vengono rigettati temendo speculazioni. Perché chi vuole investire incontra solo cavilli?

C’è chi si è già affrettato a definirla “la grande colata”, enfatizzando sui confini troppo snelli che l’emendamento sugli stadi contenuto nella Legge di Stabilità pone per limitare la speculazione edilizia. Eppure le obiezioni di Legambiente e di alcuni giornali italiani paiono fin troppo aprioristiche per una norma che potrebbe offrire una spinta notevole all’edificazione di nuovi impianti sportivi nel nostro Paese e dare il “la” alla ristrutturazione di uno sport, il calcio, sempre più all’angolo, come sintetizzato dalle istantanee di seggiolini vuoti e tribune deserte che ogni domenica ci arrivano dai campi della Serie A.

FAVORIRE IL “MODELLO INGLESE”. La bozza proposta prevede lo stanziamento per i prossimi tre anni di 45 milioni di euro (10 nel 2014, 15 nel 2015, 20 nel 2016) per la costruzione di impianti sportivi, aggiungendo la possibilità che assieme agli stadi vengano edificate altre strutture che aiutino l’imprenditore o la società di turno a raggiungere un equilibrio economico. Lo Stato, così, punta a ridurre tutti i lacci che limitano l’ingresso dei privati nella realizzazione di queste opere, per favorire la diffusione del tanto acclamato “modello inglese”: a fianco del campo da calcio sorgono centri commerciali, cinema, complessi residenziali e quant’altro, con attività ricollegabili al club. Tutto ciò però continua a destare polemiche tra gli ambientalisti, sul piede di guerra per il rischio di speculazioni edilizie: perché dalla proposta iniziale dall’onorevole del Pd Dario Nardella è stata eliminata la frase che estrometteva dal testo la costruzione di edifici residenziali. E poi c’è il tema della “non contiguità”: il testo di legge infatti garantirebbe le medesime agevolazioni anche per edificazioni in altre zone della città, magari lontane chilometri dallo stadio, purché ricollegabili al club. E la paura che si moltiplichino le oasi di cemento aumenta, assieme al sospetto che a guadagnarci siano i soliti noti.

LA LEGGE È SEMPRE STATA BLOCCATA. Paure lecite, perché in Italia i furbi sono spesso dietro l’angolo. Ma comunque esagerate, e che di fatto continuano a bloccare i tentativi di chi è da anni che continua a invocare per il calcio una legge che agevoli la ristrutturazione e la rinascita dei suoi impianti (vecchi e costruiti male), e ogni volta vede le bozze di legge arenarsi nelle paludi di Camera e Senato, sentendosi dare sempre le solite motivazioni di stampo ambientalista. Tutto ciò non fa altro che affossare il nostro pallone, un’economia che arriva ad un giro d’affari di 9 miliardi di euro, lo 0,6 per cento del nostro Pil, cifre che la rendono la dodicesima azienda italiana per fatturato, offrendo in contemporanea lavoro a 500 mila persone. Numeri che, se questo mondo potesse appoggiarsi a strutture migliori, sicuramente andrebbero in netta crescita.

IL CASO JUVE. È chiaro ormai che per costruire nuovi stadi in linea con gli standard europei si deve seguire la strada delle compensazioni, che permettano ai club di dividere gli oneri degli investimenti e i favori dei guadagni. E i risultati di chi ha tentato questa strada, la Juve, sono sotto gli occhi di tutti in termini di giro di soldi, biglietti venduti, prestigio e pure risultati sportivi. È impensabile che, per la paura che qualcuno possa essere troppo invogliato a guadagnarci, si taglino le gambe a tutti gli imprenditori che invece cercano buone ragioni per scommettere su questi nuovi modelli. Altrimenti, prepariamoci ad ascoltare ancora una volta il solito mantra, che vede nella “Legge stadi” la formula che potrebbe espiare tutti i mali del nostro pallone. Salvo poi farla naufragare ogni volta.

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