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Da Berlino alla B, dalla B a Berlino. Gigi Buffon, uno che ci mette la faccia (e le mani)

giugno 6, 2015 Fred Perri

Uomo che non si nasconde mai, ha pagato per gli errori e respinto le accuse. Abituato alle sfide, sabato alla finale di Champions userà le sue «quattro palle» per fermare il Barcellona

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – «Da Berlino alla B… dalla B a Berlino!!!!!… questa è la vita». Perché mi piace Gigi Buffon (a parte l’uso smodato della punteggiatura)? Perché è come me. Entusiasta e umorale, ottimista e malinconico, positivo e riflessivo. E poi, in un mondo in cui tutti la sfangano per le loro malefatte, noi apparteniamo alla categoria di quelli che appena infilano il dito nella marmellata, dopo che altri hanno affondato le manone e i cucchiai da portata senza subire conseguenze, veniamo beccati e per un dito mandati alla gogna, più o meno mediatica. Apparteniamo alla categoria di quelli per cui la vita è sempre il Mortirolo, una salitazza che se non sei Contador fai una fatica bestiale. Però arriviamo in cima e come dice Ligabue riferendosi a Oriali ma soprattutto a una condizione umana, «vinci casomai i Mondiali».

E Gigi Buffon sta per giocarsi, proprio dove i Mondiali li ha vinti, a Berlino, il 6 giugno, a 37 anni passati, forse l’ultima occasione di conquistare la Champions League, il trofeo che ancora gli manca e che sfiorò nella finale di Manchester 2003, contro il Milan. Allora fece il suo, mentre i suoi colleghi no. Lui parò i rigori che doveva, ma gli juventini ciccarono. Coppa al Milan, quello che adesso sta un tot di punti sotto in campionato e che cerca disperatamente Carlo Ancelotti, lo skipper dello yacht vincitore all’Old Trafford, per ritirarsi su.

La carriera di Gigi è come i versi di Mogol (musica e voce di Lucio Battisti): le discese più o meno ardite e le risalite.  L’ultimo ritorno dal 2011 in poi. Un passo indietro. Alla fine del 2010, nel periodo più cupo della sua carriera calcistica, SuperGigi dice: «Se i portieri migliori sono questi, quelli che si vedono in tv, in Italia e all’estero, io posso durare ancora molti anni». È fermo dal 14 giugno, dalla notte umida di Città del Capo. Il suo terzo Mondiale dura metà tempo, 45 minuti contro il Paraguay. Se ci fossero stati lui e Andrea Pirlo (un altro acciaccato) forse almeno quello straccio di primo turno lo avremmo passato.

buffon-tempi-copertinaGigi a fine 2010 va per i 32 anni. Si è dovuto operare alla schiena, all’ernia del disco, e si è dovuto sottoporre a una lunga riabilitazione. Lo considerano finito. Quasi tutti, ma soprattutto quelli della Juventus, della nuova società guidata dal presidente Andrea Agnelli subentrato con il suo staff ai dirigenti che hanno gestito il dopo intercettazioni, condanna, retrocessione, risalita, arduo riposizionamento. Per sostituirlo hanno ingaggiato Marco Storari, più vecchio di lui di un anno ma che si dimostra affidabile tanto che l’allenatore dell’epoca, Gigi Delneri, fa capire che «dirgli di tornare in panchina non sarà facile». Accusano Buffon di stare poco a Vinovo, al centro tecnico della Juventus, di fare poco gruppo. Lui, che, nel 2006 aveva più offerte di tutti per mollare la barca alla deriva, ma fu il primo a decidere di restare, di finire da campione del mondo in serie B. Perfino John Elkann fa sentire la voce critica del padrone, a un incontro pubblico. Interrogato su Buffon risponde: «Buffon? Non l’abbiamo mai visto». Adesso, è roba fresca, poche ore fa, ha cambiato totalmente idea: «Buffon è da pallone d’oro».

Ma Gigi, quando sente la frase del 2011 vuole trovarsi un’altra squadra. La Juventus è arrivata settima per il secondo anno consecutivo, è fuori dall’Europa e poi non crede più in lui, che è il fatto che lo ferisce maggiormente. Invece, in giro, c’è ancora qualche buona società disposta a scommettere su Buffon. Lo fermano in due. Il primo è il suo manager Silvano Martina che lo convince a riflettere, ad aspettare; il secondo è l’uomo atteso da tutto l’ambiente bianconero, Antonio “martello pneumatico” Conte che gli dice, riconoscendogli un ruolo che va oltre il campo: «Tu sei Gigi e su di te costruirò la nuova Juventus». La società gli affianca Andrea Pirlo, un amico, un altro campione capace di far progredire i più giovani o quelli privi di esperienza.

La partita più importante
Eccolo qui, quindi, quattro anni, quattro scudetti e qualche coppa varia dopo, a tentare l’impresa contro il Barcellona della pulce più micidiale del pianeta, Leo Messi. Aveva ragione. I portieri che occupavano le copertine nel 2010, Iker Casillas, fresco campione del mondo con la Spagna, Julio Cesar appesantito dalla gloria del triplete interista, Petr Cech sempre paragonato a Buffon, dove sono ora? Casillas si è preso i fischi del Bernabeu, messo in discussione da Mourinho, riabilitato da Carletto Ancelotti non trova più la sua dimensione. Julio Cesar è segnalato al Benfica dopo una breve e dimenticabile esperienza in Premier League. E Cech fa la riserva del talentuoso Courtois nel Chelsea.

Aveva ragione Gigi, ancora una volta. E la Juventus, oltre a vincere ancora, a vincere senza il guru Conte, è in finale di Champions League. «Questo dimostra che la strada intrapresa quattro anni fa è quella giusta. I risultati sono arrivati grazie ai valori tecnici e umani del gruppo, alla società e a uno staff tecnico di prim’ordine. È stata una stagione meravigliosa, c’è solo un piccolo problema: manca l’ultima partita, la più importante degli ultimi dodici anni». Senso della sfida, ma coscienza del proprio essere. «Il Barcellona è più forte di noi, abbiamo il trenta per cento di possibilità, ma se tutto gira per il verso giusto, ci crediamo comunque, è una gara secca». Da dodici anni, dalla notte caldissima di Manchester, dalla tenzone all’Old Trafford, the edge of glory, il confine della gloria sistemato con il pallone sul dischetto. Gigi ne para due, i suoi ne sbagliano tre.

Ma chi è Gigi Buffon? Un carrarino verace, figlio di sportivi, che se non avesse fatto il portiere sarebbe diventato numero 1 in tanti altri sport. Un ragazzo capace di emozionarsi fino alle estreme conseguenze e cioè quelle di finire la storia con sua moglie, Alena Seredova, perché si è innamorato, corrisposto, di Ilaria D’Amico, conduttrice Sky con cui, per molti mesi dopo l’inizio della loro storia, ha continuato a darsi del “lei” durante i collegamenti. Si è innamorato, oh, che cosa ci si può fare? Però ha cercato di tenere unita la famiglia, di mantenere un buon rapporto con l’ex moglie, di avere vicini i figli, in campo con lui la sera della festa scudetto, come tutti gli altri figli dei giocatori bianconeri.

Il mostro in prima pagina
Gigi è un ragazzo andato via presto da casa, è cresciuto a Parma, ha imparato dai propri errori e spesso gliene sono stati imputati anche altri, che non aveva commesso. Il “boia chi molla” sulla maglietta senza conoscerne il significato, va bene, ma il numero 88 scelto perché non gli volevano dare lo 00 non meritava un’accusa di nazismo. Lo convertì nel 77, ma nel suo libro Numero 1, scritto con Roberto Perrone, ha ammesso uno dei suoi rari pentimenti: «Se rinasco lo tengo, perché la mia intenzione non era quella di inneggiare a Hitler, ma di evidenziare che avevo 4 palle». Il diploma comprato, anche questa un’ingenuità di cui ha chiesto scusa, ma che gli è stata rinfacciata oltre il valore della colpa.

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Infine il gioco, una passione che sconfina nel vizio, ma sempre con soldi suoi, sempre senza trucchi o inganni, come invece qualcuno ha cercato di far credere. E per cui è stato sbattuto in prima pagina nel 2012 per un certo volume di scommesse transitate da un amico di Parma. Non era accusato di nulla, non aveva nulla da cui doversi difendere, era una faccenda vecchia. Però, due giorni prima, aveva duramente criticato le perquisizioni a Coverciano di cui erano stati vittime alcuni compagni, tra cui Mimmo Criscito, costretto a lasciare la compagnia e recentemente prosciolto da ogni accusa. Gigi prese le loro difese e due giorni dopo, su tutti i media campeggiava la storia del suo giro di scommesse a Parma. Roba vecchia, roba senza strascichi ma sempre fresca se vuoi sputtanare qualcuno.

Gigi ci mette la faccia, non si è mai nascosto. Anche quando, dopo il Mondiale, ha attaccato duramente tutti quei giocatori che sono andati in Brasile in vacanza, quelli che non si sono messi la maglia azzurra avvertendone il peso e la responsabilità, quelli che sono giovani di età e vecchi negli ideali. Gigi ha dei valori e per qualcuno i valori sono di destra. In realtà sono valori e basta e sono tutti derivati dallo spirito di appartenenza che in lui è fortissimo. Appartenenza all’Italia, intesa come nazione ma anche come nazionale; appartenenza alla famiglia, malgrado quello che è successo; appartenenza alla Juventus; appartenenza ai rapporti con gli amici che per Gigi sono quelli di un tempo, di Carrara, quelli che lo hanno seguito fin da allora. E poi, rispetto ad altri calciatori, Gigi è un uomo generoso, cordiale, per niente spigoloso.

Ci rimane male per le brutte parole che qualcuno spende su di lui, perché lui non è abituato a spenderne con nessuno. E mi piace anche perché a proposito di “esempi” la pensa come me. Non sono i calciatori a dover dare l’esempio ai ragazzini: «Non spetta a me, spetta ai genitori», ha detto dopo il famoso gol non gol di Muntari. Anche qua lo avevano appeso alla colonna infame perché aveva affermato: «Non so se era dentro o fuori, ma se fosse stato dentro non l’avrei mai detto».

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L’ultima impresa?
E poi gli piacciono i grandi ristoranti, quelli dove si segue la tradizione con brio e prodotti sensazionali, ma anche quelli dove si sperimentano nuove tendenze, dove si osa. E chi frequenta la buona tavola è sempre una grande persona. Gigi in questi anni ha dimostrato di essere quello che è sempre stato. Magari qualcosa nelle uscite (alte) l’ha lasciato per strada, ma per tutto il resto è ancora il numero 1. Gli manca solo un’impresa, fermare Leo Messi, Neymar e Suarez il vampiro. Sembrava insuperabile anche la vetta del Real Madrid e invece è stata conquistata.

È una finale e in una finale può succedere di tutto, come sembra dire Gigi in copertina: ve ne facciamo cinque o ne prendiamo cinque. Magari poi non sarà così, magari basterà un gol, o di qui, o di là. Per perdere o vincere. Comunque vada non sarà un successo, perché, arrivati a questo punto, l’appetito di Gigi Buffon e dei suoi compagni è enorme e dev’essere soddisfatto. Tutti a Berlino per vedere se sarà saziato. E forza Gigi, allora, se non tifate per la Juventus tifate almeno per lui. Perché se lo merita.

Foto Ansa e Ansa/Ap


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4 Commenti

  1. Fabio scrive:

    Senz’altro vincerà la Juventus, è la più entusiasta e non solo…

  2. Almamater scrive:

    Secondo me Fred, da buon Genoano, porta sfiga.

  3. Su Connottu scrive:

    Concordo con Almamater: le agiografie fatte ai vivi portano sfiga

  4. yoyo scrive:

    Si, francamente il giustificazionismo suona male su queste pagine. Ma si sa che i bianconeri hanno una morale molto elastica.

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