tempi.cultura Giovedì 11 Marzo 2010 
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A tempo determinato

Il consumismo dei sentimenti, la frustrazione di una parità impossibile, l’emozione al posto dell’affetto. Così la precarietà ha invaso le nostre case

di Federica Mormando

Tutto il legame che c’è tra un uomo e una donna, c’entra con le stelle, o non c’è per niente. Poiché noi non siamo nati un uomo e una donna, ma siamo – se ciascuno è in qualche modo riconoscente (o per lo meno nostalgico vuotandosi nell’altro) l’Essere che porta tutto – uno spirito e una carne sola, uniti come nebbia che s’alza tra le forre verso uno scopo unito.

Si parla della crisi del matrimonio come di un fenomeno a se stante. Invece ogni situazione è espressione del tutto, e proprio il parlarne tanto indica che alla famiglia ci si tiene. E che non è come la si vorrebbe. Il fatto è che ne sono cambiati i presupposti, da quando è diventata da necessità scelta e da monarchia democrazia. E per progettarne la ristrutturazione è opportuno capire le cause delle sue crepe.
Il consumismo ci ha educati all’insofferenza e alla convinzione che tutto vada cambiato (e di frequente), che la perennità sia negativa o impossibile. Una tendenza che si è sposata con l’addio alla disciplina procurato da decenni di benessere vissuti nell’illusione che la vita possa essere poco faticosa. Per questo non si tiene duro, sotto sforzo si cambia. Come ai tessuti che durano decenni si sono sostituiti quelli che a stento reggono la durata di una moda, così ai sentimenti si sostituiscono le emozioni. Nella vita affettiva la precarietà va prendendo il posto della stabilità. Quanto alle emozioni, si trattano come oggetti: devono soddisfare nell’immediato, e si ritiene provengano più dall’esterno (vedi psicofarmaci) che da una predisposizione interiore. Ecco perché è sempre più frequente il ricorso ai loro presunti vettori: sesso, violenza, cambiamenti, acquisti, in crescenti anestesia e dipendenza. Però, in questa corsa all’attimo e al brillio, c’è un bene rifugio cui non si rinuncia, che ci appartiene per sempre: la casa, dove stai a tuo agio, esprimendo e proteggendo la tua identità. Dove nessuno deve entrare senza permesso. Sono le caratteristiche che deve avere anche la famiglia, per tutti e due i coniugi. Ed è qui che, nel rispetto dei diritti umani, scatta il difficile mutamento.

Nella famiglia, come nella società tutta, vigeva fino a poco tempo fa il regime assoluto. Il maschio possedeva moglie, figli, reddito, potere. Libertà di uscire e avere una vita indipendente. Per la donna, nulla di tutto ciò. Oggi, però, sta entrando nella mente delle donne, e anche di molti uomini, la consapevolezza delle necessarie pari opportunità. La cura dei figli per gli uomini e l’indipendenza economica, culturale, di movimento per le donne. Ma c’è confusione, non è chiara la distinzione fra gli spazi fondamentali, che esprimono il rispetto dell’autonomia, e quelli di minore importanza, indicatori soprattutto della voglia di prevalere. E in più il sistema non aiuta, anzi reagisce con subdola ferocia al mutamento, soprattutto quando ci sono di mezzo i bambini. Crescere figli è un’impresa. Accompagnarli a scuola in orari discordanti da quelli del lavoro, proteggerli dai pericoli, sdoppiarsi in caso di malattie, svenarsi per baby sitter insufficienti… Alla fine è la madre a penalizzare il proprio lavoro, dove non è prevista alcuna struttura di sostegno. Anzi, i provvedimenti spacciati per sostegno alla maternità sono fattori di esclusione dal mondo produttivo. La coppia per anni non ricorderà più una serata a due.
A questo punto la disparità fra uomo e donna è evidente e mal sopportata, anche quando è sopportata. Se l’impegno non è ferreo, il disagio si consola altrove, ed è l’inizio della fine. Gli uomini hanno meno remore a procurarsi spazi e distrazioni esterne, ma anche le donne vedono nell’evasione un rimedio all’infelicità. Quanto all’interno, le donne di rado pretendono un angolino tutto per sé, mentre gli uomini lo acquisiscono per diritto. E c’è una frequente confusione tra amore e violazione della privacy. Spesso il controllo sostituisce la comunicazione. La camera matrimoniale ne è un esempio: pare un insulto coricarsi in uno spazio personale, anche se se ne senta il desiderio.
Sono solo alcune fra le innumerevoli espressioni della non raggiunta parità, della confusione tra attaccamento e amore, tra possesso e unione, che esaspera la sensazione che la famiglia sia incompatibile con la salvaguardia della propria identità e del proprio “diritto alla felicità”. E intanto la società dell’immediato che nega il progetto, del facile che azzera l’impegno, impedisce di riflettere su cause e rimedi. Coi risultati che si vedono: separazioni, divorzi, convivenze.
Molti divorzi sono in realtà matrimoni “nulli”, contratti senza progetto comune, senza la decisione di un impegno. Ma anche questi matrimoni portano con sé conseguenze perenni: figli, soldi, vincoli. E anche affetti profondi non riconosciuti: accanto alle ex coppie inconciliabili, ce ne sono molte che non rompono mai un legame vero, pur sacrificandolo a un benessere effimero, a una superabile incertezza. Quanto alle convivenze, molte sono tali perché si preferisce il concetto di “in prova” a quello di “deve andar bene”. Altre sono frutto di una confusione tra causa ed effetto, forma e sostanza: “Non credo nel matrimonio, si dimostra inaffidabile”. Come fosse il matrimonio a creare la famiglia stabile, e non viceversa. Eppure il bisogno di famiglia, nonostante tutto, resta forte. Nulla l’ha sostituita.
Questa crisi è il primo pilastro di un ponte tra vecchio e nuovo, un ponte da riconoscere e costruire. La nuova famiglia va fondata su una riflessione profonda e sincera che porti a un chiaro programma fra gli sposi. Donne e uomini devono capire le linee su cui vogliono impostare la propria vita e concordarle prima delle nozze. Chi ostacola la volontà dell’altro, pensando che il tempo, i figli, la manipolazione, la cambieranno, si pone in un’ottica di separazione ante litteram. Il programma di viaggio deve essere chiaro nelle sue linee di base, quelle che Francesco Alberoni chiama punti di non ritorno. E ogni coppia deve fondare il matrimonio nell’impegno di rispettare i patti per sempre, di volersi dare reciprocamente rispetto profondo, gioia, solidarietà. Il matrimonio, la famiglia in cui anche solo uno dei due non è sincero in questo patto, è una casa in affitto.

*psichiatra

 

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