Venerdì 03 Settembre 2010 L’ultima installazione di Dan Flavin. O di come un quotatissimo artista newyorkese di sinistra e anticlericale decise di lasciare il suo «grande testamento» di luci al neon in una chiesetta della periferia di Milano
Basti ricordare come reagì l’elettricista. Sì, l’elettricista che aveva montato le lampade al neon. Tutto il tempo aveva borbottato che quella era roba che avrebbe potuto fare anche lui, altro che arte. Lui si occupava di cavi, spine, volt e ampère… Come si fa a fare arte con queste cose? Poi a un certo punto l’impianto si accese e illuminò la volta, il transetto e l’abside della chiesa. Alzò lo sguardo dall’interrutore, spalancò gli occhi e rimase in silenzio. Commosso corse a casa a chiamare la moglie: anche lei doveva vedere quella meraviglia.
Ma la storia di come fu che in una parrocchia della periferia degradata di Milano, la Chiesa Rossa di via Neera 24, venne istallata un’opera del grande artista americano Dan Flavin va raccontata dall’inizio. La prima cosa che va detta è che se in Italia conosciamo il nome di Dan Flavin lo dobbiamo a Giuseppe Panza, uno dei più importanti collezionisti d’arte contemporanea al mondo, morto a 87 anni lo scorso 24 aprile. Panza era un uomo d’altri tempi: colto, raffinato, innamorato dell’arte perché innamorato della bellezza. Ma era anche uno capace di fiutare il futuro. Il suo incontro con Flavin è emblematico. Nel 1967 vide per la prima volta le opere di questo artista newyorkese che utilizzava esclusivamente lampade al neon di tipo commerciale. Fu amore a prima vista. «Le lampade fluorescenti mi apparivano un nuovo mondo di emozioni fatte con la luce», racconta Panza nella sua autobiografia Ricordi di un collezionista. «Era l’apparizione di un’immagine soprannaturale. Era arte religiosa, senza simboli, senza riti, senza intermediari, era la presenza diretta del soprannaturale, la via verso l’assoluto». Ma per Dan Flavin le cose non stavano così. Per lui quelle opere non erano nient’altro che quel che erano: spazi illuminati da lampade al neon colorate in cui entrare e uscire. Tutto qui. Era un intellettuale di sinistra, contestatore e anticlericale. Da adolescente aveva frequentato il seminario dei gesuiti, che aveva abbandonato insieme alla fede cattolica trasmessagli dai genitori. Il suo rapporto con Panza non era idilliaco proprio per via di quella interpretazione “mistica” delle opere. Ciononostante il collezionista dedicò all’artista americano, ormai celebrato in tutto il mondo, un’intera ala della sua villa di Biumo, a Varese.
Panza, Laura Mattioli e don Giulio
Di qui, per arrivare alla Chiesa Rossa, occorre introdurre un altro personaggio chiave: Laura Mattioli Rossi. Anche lei è una collezionista, o meglio, è la figlia di un altro grande collezionista: l’industriale Gianni Mattioli. Anche lei è un’appassionata di Dan Flavin. Frequenta, con la famiglia, la parrocchia milanese di Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa (detta “la Chiesa Rossa”), all’epoca presieduta dal parroco don Giulio Greco. La Chiesa Rossa è a due passi da via dei Missaglia, quartiere Vigentino, una zona tutta case popolari occupate e immigrazione selvaggia. L’edificio fu costruito nel 1932, dall’architetto Giovanni Muzio. L’idea originale ha una sua dignità, ma a metà anni Novanta quel che nei decenni si era sovrapposto ad essa aveva reso la chiesa, agli occhi di Laura, «di una bruttezza tremenda».
A Laura l’idea venne a Francoforte, mentre era immersa nel silenzio della luce colorata di un’istallazione di Dan Flavin. Le vennero in mente suo marito, i suoi figli, la sua vita… Ma anche don Giulio, la sua chiesa di periferia e come avrebbe potuto essere proprio Dan Flavin a renderla stupenda.
Quanto costa un’opera di Flavin? Cinquantamila dollari, rispose Panza. Si può fare. Viene convinto anche il parroco, don Giulio, che a villa Panza si commuove per l’opera di Flavin dedicata al fratello morto in Vietnam. L’uomo di contatto fu Michael Govan, direttore della Dia Foundation di New York: promise di parlare con l’artista del progetto. Ma quando seppe di cosa si trattava esattamente Flavin fu lapidario: per una chiesa cattolica non avrebbe mai lavorato. L’ultima chance era che don Giulio scrivesse direttamente a Dan.
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