tempi.cultura Venerdì 03 Settembre 2010 
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L’irresistibile superfluità dell’e-gadget

Da quando il primo uomo ha telefonato a un altro chiedendogli: «Dove sei?», nulla è rimasto com’era. Ieri rispondere significava essere lì. Oggi dobbiamo esserci sempre. Dal cellulare all’iPad, ecco come ci siamo incatenati alla nostra libertà digitale

di Antonio Gurrado
Chi l’ha inventato è un genio. Non si sa cosa sia, non è chiaro quanto costi (almeno in euro), non s’intuisce a cosa serva e per qualche giorno non s’è nemmeno capito il nome: per questo motivo l’iPad ha tutte le caratteristiche dell’oggetto di culto. All’inizio era stata la versione postmoderna dell’araba fenice, coi giornali impegnati in ardite ipotesi ingegneristiche, siti ammattiti nelle ricostruzioni più ardimentose, amici di cugini di clienti della Apple che avevano parlato con uno che aveva conosciuto un altro a cui era apparso in sogno il prototipo. Ora che l’iPad esiste davvero, ora che può essere guardato e toccato e comprato (in Italia a marzo), l’araba fenice s’è trasformata in sarchiapone. Immaginate di essere sull’autobus o in sala d’attesa dal medico e che qualcuno lo tiri fuori all’improvviso. Nella vostra ingenuità esclamerete: «Oh, che telefono grande che ha!». «Non è un telefono». «Che computer piccolo!». «Non è un computer». «Che freesbee rettangolare!». «Non è un freesbee, ma può diventarlo scaricando l’apposita applicazione».
Metto le mani avanti: di gadgetistica io non capisco nulla, non ho niente contro chi la compra e ancor meno contro chi la produce. Per ragioni di lavoro possiedo due telefonini e quando mi arriva un messaggino credo che stiano suonando alla porta. Ho impiegato tre settimane a capire la differenza fra netbook e notebook: il notebook è il computer portatile talmente pesante da farti venire voglia di comprare un netbook; il netbook è il computer portatile con lo schermo talmente piccolo da farti rimpiangere i tempi in cui trascinavi il notebook (senza considerare il caso estremo di chi compra il netbook perché è più leggero del notebook e finisce per andare in giro con entrambi, come una bestia da soma informatizzata). Il mio è il lamento di chi a stento sa far funzionare un tostapane e vede il mondo correre in direzione contraria alla sua.

La notizia prima ancora che accada
La tecnologizzazione di massa è iniziata nel momento in cui qualcuno ha telefonato a qualcun altro chiedendogli: «Dove sei?». C’era una volta in cui se si rispondeva significava che si era lì, vicino al telefono; altrimenti qualcun altro si prendeva la briga di rispondere e spiegare: «Non c’è». Ora dobbiamo esserci tutti, non importa dove siamo. Non è più possibile fissare un appuntamento senza prima telefonarsi due volte, aggiornare in tempo reale il proprio avvicinamento al luogo pattuito, mandarsi sms del tipo: «Sono arrivato». «Anch’io». «Dove sei?». «Qui». «Aspetta che mi sposto». «Sto di fronte a te». «Non ti vedo». «Alza gli occhi dal display». pag. 1 | | |

 

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Forse non servirà molto

Inserito da Caralbas il 22 Febbraio 2010 - 10:05pm

Forse non servirà molto dirlo ma quando mi chiamano nel primo pomeriggio dicendo: "ti ho cercato prima ma non rispondevi"
io replico: "si, quando mangio stacco il telefono"
Mangio con la stessa soddisfazione con cui leggo questo articolo.

Saluti

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Sottoscrivo tutto ciò che

Inserito da Iurop il 8 Febbraio 2010 - 5:34pm

Sottoscrivo tutto ciò che ha detto caro Gurrado, ho riso tanto, ma di un riso amaro...

Però voglio farle anche sapere che usare iMac è tutta un'altra cosa rispetto al miglior PC esistente...

Siamo tutti incatenati a questa frenesia di progresso... Chi o cosa ci salverà?

Grazie per avermi fatto riflettere un po'.

Mario G.

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